…di sua madre ricordava ben poco, un’anziana donna una volta gli aveva raccontato che un tempo la sua era una famiglia regale, e che lui era un principe, ma che a causa dei continui mutamenti politici, pochi mesi dopo la sua nascita essi avevano dovuto infine fuggire dal loro paese e vivere in clandestinità. Non aveva mai saputo chi fosse quella vecchia, incontrato una volta per caso mentre mendicava trai vicoli nella sua veste da zingaro. Quella storia gli era piaciuta però, e la custodiva ancora nella sua mente, ma Dubrovnik in realtà di sé sapeva solo di essere sempre vissuto da nomade, e che i suoi genitori adottivi lo avevano preso in affidamento soltanto per usarlo come uno zingaro da strada. Aveva poco più di sei anni quando se l’era svignata ed ora, dopo dieci anni, ancora fuggiva dalla loro ricerca. Aveva imparato a cavarsela molto bene nell’arte della sopravvivenza, ma, malgrado la vita gli avesse offerto ben poche occasioni di poter divenire un intellettuale saggio pieno di riflessioni, seppur senza comprenderlo ancora, spesso si domandava come aveva fatto il mondo a ridursi in quello stato. Una delle poche cose positive che gli avevano lasciato in eredità i suoi tutori era la capacità di leggere, giacché gli avevano insegnato a scrivere quei cartelli che si portava appeso al collo per impietosire la gente, e quando ne aveva l’opportunità si rifugiava nelle biblioteche pubbliche a leggere. Era attirato dalla storia e non comprendeva come potessero certi libri raccontare di un mondo bello e pacifico. Così lui non l’aveva mai visto. Il tempo in cui era nato e nel quale viveva, era un tempo di guerre. Ogni angolo del mondo sembrava impazzito e dove non vi erano guerre vi erano dominatori che le alimentavano. Inoltre il clima sembrava aver perso la bussola. I libri raccontavano di stagioni regolari con inverni freddi ma suggestivi ed estati calde ma piacevoli, con intermezzi di primavera e d’autunno. Ora le stagioni, non fosse stato per quei libri, lui non avrebbe nemmeno saputo che cosa fossero.
Pioveva, tanto per cambiare, quel giorno, e da qualche tempo, dopo aver rinunciato ai rischi che le attività illegali insegnategli dai genitori adottivi comportavano, aveva vissuto di espedienti cercando di guadagnare quel tanto che gli bastava a sopravvivere accettando lavori temporanei nelle varie località in cui si trovava.
In quel periodo, lavorava come scaricatore di porto, in un ambiente poco raccomandabile ma, per sua fortuna, la vita di strada gli aveva insegnato anche a proteggersi bene da eventuali occasioni di pericolo. Stava eseguendo alcuni lavori di facchinaggio quando qualcosa attirò la sua attenzione. Un movimento furtivo, come qualcuno che sgattaiolava via rapido e veloce nel tentativo di nascondersi dopo aver compiuto qualcosa tipo un furto. Il movimento era stato rapido, e ciò che aveva visto gli era sembrato soprattutto un’ombra, una specie di riflesso, ma, alzando gli occhi al cielo, dedusse che l’oscurità prodotta dalle nuvole piovose non potevano aver prodotto ne riflessi ne ombre. C’era qualcosa, o qualcuno in quel molo, e lui era in una situazione in cui, se si fosse verificato un sinistro, certo sarebbe stato tra i primi a destare sospetti. Gia una volta era stato accusato e punito per qualcosa, e seppure quella volta ne era stato l’artefice, non voleva ripetere l’esperienza. Se qualcuno aveva commesso un reato, sarebbe stato meglio per lui smascherarlo, prima che qualcun’altro si facesse l’idea sbagliata. Mollò il suo carico e si mise alla ricerca dell’ombra, sicuro che qualcosa si era mosso tra le casse del porto. Indagò aggirandosi tra i reparti e gli oggetti vari stivati nel porto, e una seconda volta scorse quel movimento furtivo. Era la sagoma di qualcuno, ne era certo, ma non riusciva a distinguerne forma e viso. Tuttavia, adesso sapeva che c’era qualcuno che stava scappando, e lui non poteva permettergli di andarsene. Continuò a cercare, e ancora vide l’ombra sparire dietro un container, si affrettò a seguirlo, svoltò lo stesso angolo ma non vide nulla. Oltrepassò allora il container e si trovò nella zona esterna del porto, dove si cominciavano a vedere le locande e le abitazioni dei pescatori. Sapeva che se il ladro si fosse disperso, nel momento in cui si fosse scoperto il furto, il primo ad essere accusato sarebbe stato lui. Non poteva permetterlo e si avviò verso il piccolo centro. Lungo le strade non c’era nessuno poiché la pioggia era battente. Cominciò ad intrufolarsi tra le vie strette del villaggio, osservò ogni vicolo e ogni angolo, poi, la fortuna gli mostrò l’ombra fuggire dentro una via. Non perse tempo e subito si tuffò nel vicolo. Era certo d’essere stato molto rapido stavolta e che non gli sarebbe sfuggita, ma quando fu dentro la via, non vide più nessuno. Con una certa disperazione attraversò tutto il vicolo, ne uscì, ma oltre, non c’era niente. Si fermò, e quasi disperato gli venne da piangere, poi, una voce lo scosse “lo hai visto anche tu vero?” si girò di scatto. Un uomo coperto da un pesante mantello che lo copriva dal capo ai piedi stava fermo con le spalle contro il muro di una casa. Il cappuccio ne nascondeva il volto e quel suo aspetto misterioso lo rendeva piuttosto lugubre “si, dov’è andato?” gli domandò senza cercare di farsi coinvolgere. L’uomo scosse il capo “lascialo perdere, non sfidare la sorte” gli consigliò.
“Sfidare la sorte? ma di che parli, se quello se la svigna sarò io ad essere accusato dei suoi reati”.
“Non ha commesso nessun reato. Non per il momento almeno”.
Dubrovnik lo guardò come se osservasse un pazzo “non per adesso? Ma che diavolo stai blaterando”.
Lo sconosciuto si scostò dal muro e si avvicinò “si stanno svegliando, loro stanno tornando. Dai retta a me, lascialo perdere finché ancora ci è concesso”.
“Tu devi essere pazzo”.
“Si, lo sono, ma abbastanza per darti buoni consigli, tanto non lo raggiungeresti mai”.
Dubrovnik sentì un brivido e una certa sensazione che quasi gli faceva credere che quello sconosciuto fosse affidabile “ma che cos’era?” domandò quasi senza rendersene conto.
“Uno dei signori di questo mondo, un’entità, che reclama la sua identità. Loro stanno tornando, e l’uomo dovrà affrontare i suoi tormenti peggiori quando arriveranno”.
“Ma mi dici di che cosa stai parlando?”
“Ci vorrebbe troppo tempo ragazzo mio, ma dimmi, come ti chiami?”
“Dubrovnik” rispose automaticamente “ma questo cosa c’entra?”
“C’entrerebbe se tu sapessi qual è l’origine del tuo nome, ma tu non lo sai vero?”
Il ragazzo pensò per un po’, poi scosse la testa.
“Certo che no, perché gli uomini hanno fatto in modo da cancellare ogni cosa di una storia che vogliono e hanno dimenticato. Loro si sentono e credono dominatori di questo mondo, ma la verità, è qualcosa che loro stessi hanno cancellato. Io, te la posso svelare se vuoi, ma ci vorrebbe troppo tempo”.
“Tu sei pazzo” ripeté Dubrovnik.
L’uomo si voltò e cominciò ad allontanarsi “questa notte salperà una nave che si chiama l’iride immobile, sai dov’è diretta?”
“In Afrerica” rispose.
“Si, ma farà una tappa sull’isola di Erol, sai che cos’è”
“certo che lo so, è un isola disabitata dove vive solitario un guardiano del faro, un pazzo che mantiene in funzione un’inutile struttura che non serve a nessuno. Infatti nessuna nave compie quella rotta ormai, i venti della zona rendono l’oceano quasi impraticabile…”
“Gia, questo è vero, ma finché quel pazzo manterrà in funzione la sua luce, forse qualche imbarcazione smarritasi nella notte potrà evitare di arenarsi o sbattere sugli scogli dell’isola affondando, e finché qualcuno sosterrà che il lavoro di quel pazzo possa essere in qualche modo d’aiuto a qualcun altro, il pazzo continuerà a fare il suo lavoro, e un giorno forse, qualcuno lo ringrazierà”. Lo sconosciuto continuava ad allontanarsi e Dubrovnik quasi nemmeno aveva ascoltato le sue parole a riguardo del guardiano del faro, nella sua mente restava impressa quell’affermazione sulla comprensione del suo nome che, da quello che aveva intuito, aveva a che fare con eventi storici, e a lui, quell’argomento stava particolarmente a cuore “ehi vecchio” gridò, pensando che lo sconosciuto dal volto ignoto dovesse comunque avere un età avanzata “che cosa intendevi dire sulle origini del mio nome? Torna qui, raccontami qualcosa di più su questo”.
Lo sconosciuto non si fermò “sei abbastanza preparato per fare le tue scelte giovanotto” rispose da sempre più lontano “ma per il momento, lascia perdere le ombre” fu l’ultima cosa che gli disse, poi scomparve dietro l’angolo del vicolo.
Dubrovnik restò fermo nell’oscurità della sera che calava con la pioggia che gli batteva violenta sul viso, poi si ricordò che aveva un lavoro da finire, e presto la notte gli avrebbe impedito di farlo.
2
L’iride immobile era salpata nel cuore della notte, tanto che l’oscurità rendeva quasi impossibile distinguere chi fossero i suoi passeggeri, seppure si trattasse di una nave cargo. Dubrovnik l’aveva osservata a lungo. La sua vita cominciava appena adesso a trovare un po’ di stabilità. Nei porti non era difficile trovare lavoro, ma questa volta si era sistemato davvero bene. Guadagnava abbastanza da permettersi due pasti caldi al giorno e una stanza sicura in una locanda dove passare la notte, e quasi aveva ormai dimenticato la vita da avventuriero. Tuttavia, qualcosa restava irrisolto nella sua esistenza. C’erano domande. Domande esistenziali dalle quali non riusciva a staccarsi, e per la prima volta gli sembrava che la vita gi stesse offrendo, in questo senso, un’opportunità. Aveva dubitato a lungo, ma alla fine, si era convinto che il suo destino era quello dell’avventuriero, per male che fosse andata, la nave sarebbe comunque approdata nel nuovo continente, come lo chiamavano gli uomini, e cosi, tra gli ignoti passeggeri dell’iride immobile, quella notte, era salpato anche lui, ingaggiato come lavoratore, ovviamente, e non come passeggero.
A dire il vero, non sapeva bene che cosa lo aveva spinto ad imbarcarsi, giacché non era nemmeno sicuro che lo sconosciuto fosse a bordo di quella nave, ma il suo istinto gli aveva suggerito che, se tale individuo gli aveva menzionato quella particolare condizione, doveva essere senza dubbio perché lui stesso si sarebbe imbarcato sulla nave. Ma lui era un lavoratore sul cargo, e i lavoratori ben poche occasioni avevano di incontrare i passeggeri, cosi, erano passati due giorni e due notti senza che dello sconosciuto vi fosse traccia. Aveva osservato, ogni volta che ne aveva avuto l’occasione, ogni passeggero della nave, ma nessuno corrispondeva a quello da lui cercato. Il viaggio verso il nuovo continente durava, per una nave come quella, circa diciotto, venti giorni, e Erol, dal vecchio continente, che gli uomini chiamavano Eurasia, distava più o meno sette giorni. Sette giorni in cui, i dubbi di Dubrovnik di aver commesso un grave errore nel lasciarsi coinvolgere da uno sconosciuto che probabilmente non aveva il cervello in buone condizioni, si stavano per trasformare in certezze e lo sconforto lo stava quasi per assalire, quando, nell’oscurità della sesta notte, alla fine del suo turno di lavoro che si inoltrava fino a tarda ora, mentre stava per recarsi alla sua cabina, vide un ombra solitaria appoggiata alla balaustra di prua, ad osservare lo sconfinato oceano del quale, nell’oscurità della notte, non si scorgeva nulla. Una lieve speranza animò il suo cuore e leggermente titubante si avvicinò, con premura, non volendo rischiare, nel caso si sbagliasse, di disturbare un passeggero qualunque che avrebbe potuto metterlo nei guai. Ogni tanto, davanti all’uomo si formava una lieve luminescenza, come una brace che viene alimentata, e si accorse che stava fumando una pipa. Si avvicino ancora un po’ senza fare rumore avendo conferma che lo sconosciuto passeggero era avvolto in un lungo mantello. Restò fermo per un po’ e attese, senza sapere se rischiare di avanzare o rinunciare, sapendo che in quel momento era in gioco la sua libertà e, pensando che si stava sbagliando, per un istante pensò che era meglio lasciar perdere.
“La dovremmo scorgere tra non molto” disse allora improvvisamente lo sconosciuto.
Dubrovnik ebbe allora due conferme, la prima, che l’uomo lo aveva individuato, e probabilmente da più tempo di quanto lui immaginava, la seconda, che lo sconosciuto era lo stesso incontrato al porto.
“Che cosa dovremmo scorgere?” domandò allora non più timoroso di rischiare la sua incolumità di lavoratore disturbatore.
“La luce del faro” confermò allora lo sconosciuto, poi si girò lievemente e fece un gesto con la mano ad indicare al ragazzo di avvicinarsi “vieni giovane Dubrovnik, avvicinati”.
Dubrovnik si stupì che l’uomo si ricordasse come si chiamava, in molti gli avevano detto che il suo era un nome difficile da ricordare. Si avvicinò, si accostò alla balaustra e come lo sconosciuto si dedicò allo scrutare dell’oceano scuro.
“Sarà qualcosa di magnifico vedrai” gli disse lo sconosciuto, e Dubrovnik era certo che se avesse potuto vedergli gli occhi nascosti sotto il cappuccio, avrebbe scorto un luccichio “che cosa sarà magnifico?”
“la luce del faro, vedrai. Apparirà come una stella che sorge dal mare. Dapprima sarà una fioca luce, quasi impercettibile, poi diverrà leggermente più grande e dopo un po’ ne potrai scorgere i riflessi nell’acqua. Finché diverrà sempre più grande e allora la vedrai come una vera e propria stella che illumina la notte. Ti darà la sensazione di assistere al sorgere di quella che gli antichi chiamavano il vespero, o Lucifero, o la stella della sera e del mattino”.
Dubrovnik ascoltava, ma aveva la sensazione di sentire solo delle idiozie “io non so nemmeno di che cosa stai parlando” disse con sgarbo. Lo sconosciuto aspirò dalla sua pipa “lo so, per questo ti sei imbarcato giusto?”
Per un momento Dubrovnik si sentì aggredire dall’ira, pensando a ciò che aveva lasciato per qualcosa che ora gli sembrava assurdo “no, io non lo so perché mi sono imbarcato, e ho la terribile sensazione di essere stato ingannato”
“Ingannato? E da chi, da me forse?”
“Si maledetto vecchio. Proprio da te”. Non si rese conto di chiamarlo ancora una volta vecchio, ma l’altro non sembrò nemmeno badarci “mi spiace per te ragazzo mio, ma sei in errore. Io non ti ho invitato a salpare, se qualcuno ti ha ingannato, questo è il tuo istinto. Ma il tuo istinto non ti ha ingannato, sono certo che tu ne sei convinto. O sbaglio?”
Dubrovnik si limitò a riflettere, poi scosse il capo “io non so chi sono, e l’istinto è l’unica cosa che possiedo veramente, ma perché sono qui, proprio non lo so”.
Lo sconosciuto sorrise, ma Dubrovnik non lo vide sotto il suo cappuccio “eppure lo hai appena detto, sei qui perché non sai chi sei, e cerchi soltanto delle risposte”.
“E tu puoi darmele?”
“Ti ho gia detto quello che posso fare io. Io ti posso raccontare la storia di questo mondo, o di questo universo se vuoi…”
“E l’origine del mio nome?”
“Fa parte della stessa storia”
“In che modo?”
Lo sconosciuto provò come un senso di gratitudine che si manifestava in una sottile gioia che Dubrovnik ancora non poteva scorgere “il mondo, così come lo conosci tu, non è sempre stato cosi. Devi sapere che, seppure gli uomini si ritengano l’unica razza intelligente e dominante di questa terra, essi non sono altro che l’ultima mal riuscita evoluzione di questo mondo. A dire il vero, essi non sono nemmeno creature di questo mondo, quando vi giunsero, qui vi erano gia popoli evoluti e gia si erano consumate grandi ere, nelle quali popoli ancora più evoluti si erano gia estinti e prima di questi popoli altri avevano gia fatto il loro corso su questo mondo che oggi gli uomini chiamano terra”.
“Vuoi dire, che prima dell’uomo c’erano altre creature, altri uomini che camminavano su questo pianeta?”
“Non altri uomini, altri popoli. Ciò che oggi gli uomini chiamano mitologia, fantasia o semplicemente favola, è tutto quello che resta delle antiche storie tramandate dei tempi arcaici. Tempi in cui dominavano popoli fantastici con i loro eroi, saggi, stregoni e dèi…”
“E tu dici che tutto questo non è invenzione, ma realtà?”
“Si, è realtà, e sebbene adesso mi consideri pazzo, col tempo, anche tu imparerai a crederci. Ma tutto dipende dalla scelta che farai”.
“Di che scelta stai parlando?”
“Non adesso ragazzo mio, non adesso. Adesso, osserva…”
Dubrovnik riportò lo sguardo sull’oceano, lontano, quasi oltre l’orizzonte, una lieve luce cominciava a rivelarsi nella notte.
Restò con lo sconosciuto ad osservare la luce del faro che s’illuminava sempre più apparendo veramente come una stella guida, ricordando un po’ quella raccontata in un antica leggenda degli uomini, della quale si era perso ormai la quasi totale conoscenza, dove tre re si recavano seguendo appunto una stella guida, a porre omaggi ad un nuovo re. Una leggenda considerata da molti assurda, in quanto , nel regno degli uomini, non si aveva notizia di re che omaggiassero altri re, e questa era una delle cose che sempre aveva incuriosito Dubrovnik: la stranezza dei racconti mitologici.
3
La nave approdò nel porto di Erol poco dopo il sorgere del sole. Un porto formato da una banchina di cemento che gli uomini avevano costruito nei secoli precedenti, quando Erol era una meta più frequente per le navi che solcavano l’oceano, negli stessi tempi in cui era stato costruito il faro, prima che, i molti naufragi causati dalla zona tempestosa e ricca di scogli, facessero decidere agli uomini che quella rotta doveva essere evitata. Ormai pochissime imbarcazioni osavano prendere quella rotta, e in brevi periodi dell’anno. Negli ultimi due anni, il guardiano del faro aveva avvistato soltanto tre imbarcazioni navigare al largo di Erol, e mai nessuna con l’intenzione di fare una sosta in quel vecchio porto.
Lo sconosciuto fu l’unico passeggero che scese, seguito dagli scaricatori che dovevano eseguire il lavoro di sbarco delle merci destinate a quel luogo desolato. Un vecchietto si fece incontro allo sconosciuto e lo salutò col burbero gesto di un amico infastidito “che ti pigli un accidente” gli urlò con una voce stridula facendo quasi credere che le corde vocali gli si stessero spezzando “sia dannato tu e il tuo maledetto diffidare degli altri”
“Santiago, vecchio mio. Sai bene che certe faccende non le posso far sbrigare a persone qualunque”
“Si lo so bene quali sono le tue maledette faccende, almeno si trattasse di dover scegliere il miglior vino, o ancora meglio una buona compagnia…”
“Alla mia età, che me ne farei mai di una compagnia come quella che consigli tu?”
“Io lo saprei che farne, dannato lupo di mare dei tempi antichi. Non so che cosa sia che mi conduce a dover stare per quasi due mesi su questo scoglio a sostituirti, devo essere proprio fuori di testa ormai. Tutti quegli anni passati sotto il sole cocente nei mari del sud deve avermi proprio mandato in crisi il cervello. Un giorno mi dovrai molto più di un semplice grazie”
“Ti ricompenserò bene amico mio, molto bene, te lo garantisco”
“ma di che diavolo di ricompensa vai blaterando, non possiedi altro che quei maledetti…” s’interruppe osservando il sorriso benevolo dello sconosciuto, e calmato dallo sguardo amichevole si avvicinò e lo abbracciò “ci si rivede fra un paio d’anni d’accordo?”
“Certo che si amico mio”
“E non farmi lo scherzo di farti trovare morto”
“Tu non farmi lo scherzo di non venirmi a trovare, e io ricambierò” i due si abbracciarono, poi il vecchietto si incamminò veloce imbarcandosi con la rapidità di chi temeva di perdere il posto. Dubrovnik, che stava tra gli scaricatori, aveva osservato e ascoltato i discorsi dei due e solo allora intuì chi era lo sconosciuto “aspetta un momento, tu sei il guardiano del faro?” l’altro lo guardò senza sorpresa “certo, Santiago mi sostituisce solo per il periodo in cui io mi allontano per le provviste e per quelle pratiche che non posso far fare ad altre persone”
“ma io pensavo che tu…”
“Credevi che io fossi un passeggero diretto in Afrerica?”
“Certo. Io credevo… io volevo…”
“che cosa volevi?”
“Beh io credevo che tu volessi raccontarmi la storia di questo mondo, è solo per questo che ti ho seguito, ma non credevo che…” lo sconosciuto lo fissò da sotto quel cappuccio che ancora non rivelava il suo volto “te l’ho gia detto ragazzo mio, molte sono le cose che possiamo ottenere a questo mondo, ma tutto dipende dalle scelte che si fanno. Io sono in grado di darti ciò che cerchi, ma tutto dipende dalla scelta che farai” lo sconosciuto si voltò, fece qualche passo e accostandosi all’oceano si accese la pipa. Dubrovnik teneva ancora in mano una cassa, ma si era fermato di lavorare, allora il capitano dall’alto della nave lo richiamò “ehi ragazzo, non sei pagato per ammirare il panorama, e qui non abbiamo tempo da perdere, datti da fare con quelle casse e aiuta gli altri prima che scenda e ti prenda a calci”. Dubrovnik osservò il capitano, poi osservò lo sconosciuto e valutò l’inganno subito, quindi mollò la cassa a terra senza alcuna premura. Lo sconosciuto si girò solo di quel poco che bastava per poterlo osservare mentre il ragazzo indirizzava il suo sguardo verso l’odioso capitano “mi spiace capitano, ma io non faccio più parte dell’equipaggio come scaricatore, sono diventato un passeggero”
“A si?” sbraitò infuriato il capitano “beh sappi che se vuoi diventare un passeggero questo ti costerà parecchio e non credo proprio che te lo possa permettere”
“Si sbaglia capitano, perché dove devo andare, ci sono già…”
Le imprecazioni del capitano non lo infastidirono minimamente e, assieme allo sconosciuto, osservò l’iride immobile salpare prima di sera dal porto ed allontanarsi nello sperduto oceano fino a divenire un piccolo puntino, scomparendo improvvisamente. Tutto dipendeva dalla scelta gli aveva detto lo sconosciuto, ma lui, perché l’avesse fatta quella scelta, ancora non ne conosceva la vera ragione. Ora che la nave era salpata e sparita oltre l’orizzonte, cominciava a rendersi conto che su quello scoglio avrebbe dovuto restarci per almeno due anni, senza alcuna possibilità di fuga, e la semplice condizione di voler apprendere una storia che comunque, con la volontà, avrebbe potuto imparare anche dai libri, non gli sembrava più una scusa tanto plausibile. Guardò lo sconosciuto “e adesso?” gli domandò.
L’altro non sembrò preoccuparsi molto “visto che sei qui, mi darai una mano a sistemare quelle cose” indicò col pollice le casse scaricate e lasciate sulla banchina di cemento. Il faro non era lontano, ma gli parve un lavoro piuttosto complesso dover trasportare tutta quella roba “dobbiamo portarla fino al faro? Ma non potevate farla portare direttamente agli scaricatori?”
“Esigono un compenso più elevato per lavorare di più” rispose con semplicità.
“Ma saranno un centinaio di casse”
“Centodieci per l’esattezza, ma dovranno soddisfare il fabbisogno di due anni”.
Fu solo in quel momento che a Dubrovnik s’illuminò nella mente un terribile sospetto “aspetta un momento vecchio. Quelle sono provviste per due anni, ma tu non avrai certo previsto d’avere un ospite in questo periodo quindi significa…”
“Che vi sono provviste soltanto per uno” confermò senza attendere lo sconosciuto.
Dubrovnik non sapeva se essere spaventato o irritato.
Il vecchio, come lo chiamava lui, lo guardò con fare da studioso “la prima cosa che dovrai imparare in questi due anni, mio giovane apprendista, sarà la parsimonia” disse in seguito, con calma pacata.
Dubrovnik era cosi infuriato che nemmeno aveva compreso quel termine “apprendista” e cedendo all’ira ribatté “la parsimonia?”
“non ho certo intenzione di farti morire di fame, ma nemmeno io ho voglia di farlo, perciò, dovremmo essere parsimoniosi con le provviste. Cosi, la seconda cosa che dovrai imparare, assieme alla parsimonia, sarà la pazienza”.
“Pazienza un corno, io avevo un buon lavoro, due pasti caldi assicurati e un tetto sotto il quale dormire e tu mi hai convinto con l’inganno a seguirti su questo scoglio”
“calmati amico mio. Io non ti ho mai detto di seguirmi, tu hai fatto le tue scelte. Inoltre il mangiare non ti mancherà, e nemmeno un tetto sotto il quale dormire, e la rabbia ti servirà a poco. Quest’isola è piccola, la puoi girare a piedi tranquillamente in una giornata e la rabbia non ti aiuterà a cambiare le cose. Questo atteggiamento ti servirà solo ad ostruirti la vista e la mente, ma, se imparerai la calma e la pazienza, scoprirai che questo piccolo scoglio ha molte cose da offrire, e ogni giorno troverai qualcosa di nuovo. Inoltre, io ti ho promesso la conoscenza della storia che ti posso insegnare, ma, la terza cosa che ti insegnerò, sarà a difenderti”.
“Difendermi? E da cosa?”
“da me” rispose lo sconosciuto e avvicinandosi con impeto lo assalì con uno spintone. Dubrovnik trasalì, ma essendo abituato a vivere per le strade la sua reazione istintiva fu quella di reagire con impulso e affrontare il vecchio. Raccolse un legno da terra e gli si scagliò contro senza pensare, com’era abituato a fare nei suoi ghetti. La rabbia gli aveva oscurato la mente ed ora vedeva il vecchio solo come un nemico da sconfiggere. Fendette il bastone nell’aria e, sicuro del suo vigore, non aveva dubbi di poter annientare l’anziano con alcuna difficoltà. Il vecchio parve non avere la capacità ne il tempo di reagire, ma quando Dubrovnik si sentì gia con la vittoria in pugno, una forza che non sapeva nemmeno da dove giungesse gli fece saltare il bastone dalle mani. La sua corsa non si arrestò e continuò ad avvicinarsi allo sconosciuto, questi però si scansò con un gesto agile, lo agganciò per le spalle e con uno spintone lo scagliò fin in riva al l’oceano. Dubrovnik si ritrovò col viso piantato nella sabbia e le onde che lo travolsero quasi gli fecero creder di annegare, poi si sentì tirare su dalle spalle “non sottovalutare il nemico che hai di fronte, l’essere che ti sembrerà il più debole di questo mondo, potrebbe annientarti con un semplice gesto della mano” lo avvertì.
Dubrovnik lo osservò con stupore “ma come diavolo hai fatto a…”
“Ti insegnerò ogni cosa, qui il tempo non manca. Ma ora, portiamo dentro le casse” alzò gli occhi al cielo “tra poco pioverà. Prendi quella per prima” indicò una cassa di legno con un segno inciso sopra, una croce all’interno di un cerchio “e fa attenzione, è molto importante il suo contenuto, e fragile”.
Dubrovnik pensò che dentro vi fossero bottiglie contenenti vino o altri tipi di liquori e non fece molto caso al simbolo, ma come da istinto umano domandò per curiosità prendendo in mano la cassa “che cosa contiene?”
“Libri” rispose semplicemente lo sconosciuto.
Mancò poco che il ragazzo lasciasse cadere a terra la cassa, ma non lo fece ricordandosi dell’ammonimento e non volendo scatenare l’ira di colui che gia gli aveva dimostrato di poterlo annientare con facilità “libri?” esclamò stupito “e sarebbero cose fragili?”
Lo sconosciuto si voltò verso di lui di scatto e per la prima volta Dubrovnik, seppur non riuscendo ancora a scrutare sotto quel cappuccio, percepì l’ira dell’uomo come se questa stessa fosse uscita dal suo corpo per aggredirlo, poi tornò la calma “certo, fragili, come fragile è la memoria dell’uomo. Li vi è l’intera storia dell’universo. Ma voi uomini di questo tempo non lo potete comprendere” lo sconosciuto si rasserenò e proseguì “è per questa ragione che ogni due anni Santiago è costretto a venirmi a sostituire. Cose come generi alimentari o di abbigliamento li potrei affidare a chiunque, ma cose come queste no, non si possono dare in affidamento. Quelli, non sono libri normali” parlava camminando e Dubrovnik lo seguiva. Entrarono nel faro e lo sconosciuto lo condusse verso una porta, l’aprì e lo invitò ad entrare. La meraviglia illuminò nella penombra lo sguardo del ragazzo. Dentro la stanza vi erano pareti alte circondate da libri, talmente tanti che il ragazzo pensò che non sarebbe riuscito a contarli nemmeno in una decina d’anni. Erano centinaia, migliaia, forse decine di migliaia, e tutti, avevano un aspetto antico. “Per tutti gli dèi” sussurrò.
Lo sconosciuto lo fissò “dici bene ragazzo. Per tutti gli dèi. Li dentro troverai la storia di tutti gli dèi e anche quella dei non dèi. Troverai la storia di tutta la creazione e di tutto questo mondo. Per questo sono importanti e fragili. Li dentro troverai ciò che gli uomini non raccontano e che per tanti secoli hanno cercato di eliminare dalla memoria di questa terra. Ma qualcosa resta sempre. Io, ogni due anni lascio questo scoglio per andare alla ricerca di ciò che gli uomini ormai non valutano più. Essi credono di aver distrutto tutto, ma adesso, che il tempo sembra aver giocato a loro favore, loro non considerano più questi testi, ritengono che non ve ne siano più in circolazione e, sebbene il loro valore sia inestimabile, per loro sono cianfrusaglie da mercatini che un vecchio come me può comprare per delle inezie…”
“ma tu come fai a sapere quali sono quelli giusti, intendo dire quelli antichi che contengono la saggezza di cui mi parli?”
“E’ l’istinto a guidarmi, ormai, io li sento quando mi chiamano. Per questo quando lascio questo scoglio, so gia dove recarmi”.
“ma sono moltissimi, io non potrei leggerli tutti nemmeno se usassi tutto il resto della mia vita”
“Lo farai ragazzo, lo farai. Quando conoscerai la verità, lo farai”
“La verità? E qual è la verità, raccontamela in fretta perché io possa cominciare fin da subito a comprendere”
Lo sconosciuto sorrise “si, te la racconterò, perché vedo che la tua impazienza è sana. Ma prima, finiamo il nostro lavoro,tra poco, pioverà” ripeté.
Dubrovnik lavorò con foga perché gia era impaziente di cominciare a sentire le storie che il vecchio aveva da raccontare, e quando l’ultima cassa fu trasportata all’interno del faro, come lo sconosciuto aveva previsto, iniziò a piovere. Solo allora Dubrovnik si ricordò della profezia annunciata ben due volte “come facevi a saperlo?” domandò pensando che si trattasse di una specie di sortilegio, ma il vecchio sorrise e per la prima volta si tolse il cappuccio rivelando il suo volto. Era veramente anziano, con la pelle bruciata e le rughe che solcavano ogni tratto del viso. Folte sopraciglia gli nascondevano gli occhi mentre capelli e barba bianchi sembravano quasi una seconda veste. Il vecchio sorrise “abito da talmente tanto tempo su questo scoglio che non è affatto difficile prevedere quando sta per cominciare a piovere, tempo qualche settimana, e lo farai anche tu” disse ironicamente. Dubrovnik si sentì ridicolizzato e ribatté come offeso con una critica al suo aspetto “sei molto meglio con quel cappuccio addosso che ti copre” disse, ma il vecchio non se ne ebbe a male “lo so, per questo preferisco tenerlo quando sono in giro per il mondo” ribadì. Poi tirò fuori dalla cantina una bottiglia e la posò sul tavolo “ecco ragazzo mio, buon vino, te lo sei meritato”. Dubrovnik si avvicinò, versò del vino in un bicchiere e lo assaggiò “si buono davvero, ma io ho fretta di sentirti raccontare”.
Lo sconosciuto annuì, ma prima versò del vino per sé. “Come ti devo chiamare?” domandò nel frattempo Dubrovnik, allora il vecchio lo guardò con stupore, come se non si fosse atteso quella domanda, o come se non si fosse aspettato di dover rivelare un nome che lui stesso sembrava aver dimenticato. Per un momento la sua riflessione sembrò far credere che stesse pensando se era il caso di svelare il suo nome oppure no, come se tale nome avesse un che di poco auspicabile “i nomi non hanno una grande importanza, non quelli che ci assegniamo noi almeno. Puoi continuare a chiamarmi vecchio se ti piace, non mi infastidisce”.
“Bene allora, vecchio. Che cosa vuoi che faccia adesso perché possa avere diritto ad ascoltare le tue storie?”
“Sei molto impaziente vero?”
“Si certo, ma ho come l’impressione che tu voglia dell’altro da me…”
Il vecchio non rispose subito “no, non voglio niente altro da te, inoltre, non potremmo fare null’altro questa sera, perciò ti racconterò la storia che vuoi ascoltare. Ma prima è necessario che tu conosca alcune cose. Cose che riguardano la creazione e l’avvento degli uomini su questo mondo. Ti insegnerò di giorno, attraverso l’addestramento fisico, i segreti dei grandi maestri, e di sera ti racconterò la storia della creazione e la storia del mondo, fino a renderti in grado di leggere e apprendere ad uno a uno tutti questi libri…”
Il vecchio si sedette, sul tavolo c’era del pane e della carne salata. Dubrovnik lo imitò dall’altra parte del tavolo.
“Questo mondo, così come questo universo, è più antico di quanto tu possa immaginare. L’uomo narra una leggenda in cui dice che gli esseri che lo abitano, e ritenendosi loro i padroni di questo mondo, si riferiscono chiaramente a loro stessi, giungono da un punto così lontano che per poterne determinare la distanza hanno dovuto inventare il termine di universo riflesso, come se il Dio generatore di questo mondo, fosse così lontano, da vivere in un luogo che non esiste nella realtà. Eppure, qualcosa di vero in questa leggenda, come in ogni leggenda, deve esserci…”
“Di quale leggenda si tratta?”
“Te la racconterò fra breve, ma prima devi sapere che secondo i racconti più antichi di questo mondo, l’universo sarebbe stato creato sulle informazioni ottenute dal Dio supremo da un dio minore …”
“Vuoi dire che saremmo il risultato del lavoro di un dio, che non è un Dio?”
“Si, certo che è un Dio, ma non il supremo, così lo chiameremo, per distinguerli. Sembra che tale creatore, dopo aver generato l’universo e il mondo sul quale noi esitiamo, proseguendo nel suo continuo creare, abbia lasciato i suoi fidati custodi a vegliare sulla sua creazione. Quelli furono i primi grandi dèi di Titiam…”
“Titiam?”
“Si, cosi si chiamava il mondo a quei tempi, e i grandi dèi, i guardiani, si chiamavano Aquil-honè e Pulk-hionà. Essi avevano grandi poteri, ma come il creatore anche loro stavano compiendo la loro opera di creazione, opera che sarebbe servita alla loro evoluzione, e quando anche loro furono pronti ad andare, essendosi ormai i popoli più antichi formati, affidarono la custodia di Titiam ai re. Fu quello il tempo dei re. Quattro re, istruiti dai guardiani che dominavano sulle quattro regioni di Itcart…”
“Itcart?”
“Si, questo è il nome con il quale è sempre stato conosciuto il vecchio continente, prima del dominio degli uomini. I quattro re regnarono e divulgarono le leggi e le sapienze dei guardiani, ma quando anche loro furono pronti ad evolversi, a loro volta istruirono quattro eletti cui assegnare il compito di vegliare su Titiam. Questi eletti furono definiti Equari, e i loro nomi erano Tuts, Biuruty, Leknan e Emblasb. Al tempo degli Equari però, i popoli erano ormai molti, la popolazione era aumentata di parecchio, e difficile era per i quattro, sebbene conoscitori delle virtù divine, mantenere il totale controllo. Essi quindi istruirono delle categorie di eletti, chiamati ordini sacerdotali o classi religiose, o semplicemente i sacri, e a questi divulgarono parte della sapienza divina per conferire loro poteri con i quali elevarsi sui popoli. Furono questi i primi a cadere in preda alle tentazioni e a lasciarsi persuadere dalla volontà di potere. Le prime guerre scoppiarono a causa di queste classi, ma quando gli Equari intervennero, loro stessi, che ancora non avevano raggiunto la perfezione per potersi elevare ai livelli superiori, cedettero alle tentazioni e così si ebbe il primo grande conflitto di Titiam, quello denominato appunto la guerra degli Equari. I quattro, crearono i potenti eserciti, essi trasformarono grazie ai loro poteri le creature dei propri popoli in grandi guerrieri. Tuts trasformò le genti del nord in grandi creature simili a orsi polari, capaci di resistere alle rigide temperature nordiche, Biuruty trasformò i suoi guerrieri in agili creature dall’aspetto di rettili, capaci questi di adattarsi anche alle temperature più calde dei deserti del sud, Emblasb tramutò le genti d’oriente in specie di felini, ma a loro diede agilità e saggezza, credendo che queste fossero le armi migliori, poiché lui, unico tra tutti, voleva solo difendere i suoi territori, e non dominare quello degli altri. Ma Leknan, detto il terribile, tramutò le genti delle terre del centro, nei più potenti e pericolosi guerrieri. Egli, che credeva che il terrore fosse la prima arma con cui affrontare il nemico, li rese brutti come demoni e forti come gorilla. La guerra degli Equari si dilungò per secoli, fino a quando, il quinto re, udendo i lamenti dei popoli minori non decise di intervenire”
“Il quinto re?”
“Si, i re erano cinque, non quattro. Ma mentre i primi quattro avevano deciso di seguire la via dell’esperienza per la propria evoluzione, il quinto aveva intrapreso la via dell’ascesi. Più lenta ma più efficace. Egli si era isolato sul continente di Shirras, quello che oggi gli uomini chiamano Afrerica, dove non vi erano popoli ma solo la natura. Egli si recò su Itcart dove i popoli minori, che gli Equari avevano lasciato nelle condizioni più abbiette per permettere ai loro eserciti di usufruire di schiavi che lavorassero per loro, subivano i più ignobili trattamenti. Egli affrontò gli Equari, i quali non potevano sconfiggerlo perché i poteri del quinto re ormai erano quasi pari a quelli del creatore. Egli sconfisse gli Equari e li condannò all’esilio in un regno inferiore, ciò che gli uomini chiamano inferno. Poi esiliò i popoli guerrieri confinandoli in quelle regioni dove i popoli minori non si sarebbero recati. I Medir, i soldati di Tuts, furono confinati a nord, tra le terre dei perenni ghiacci, gli Intoma, i soldati di Biuruty nel Beltfraio, il terribile deserto del sud, i Tubkor, i soldati di Leknan li confinò tra le alte vette delle montagne dell’Ugmu-an, ma solo agli Egeli consentì di scegliersi il proprio esilio. Essi infatti si erano limitati a difendersi, difendendo spesso i popoli minori. Al loro Equario infatti, Emblasb, consentì di poter continuare la sua evoluzione e lo confinò in una regione del livello superiore, non quella dove gia erano giunti i re e i guardiani, ma in una dove non poteva avere contatti con questo mondo e non poteva essere considerato un dio. Gli egeli, intrapresero un lungo viaggio e, valutando la saggezza del quinto re, lasciarono il continente e si rifugiarono sulla mitica isola di Vann…”
“So dov’è, ma che mi dici degli uomini, quando arrivarono su questo mondo?”
Il vecchio sospirò “è il momento che ti racconti la leggenda che loro raccontano per definirsi signori di questo mondo, e in seguito, ti racconterò della guerra di Parrol…”
PARTE PRIMA
E
l’intuizione dell’intuibile e del non mescolato e del santo,
la
quale lampeggia attraverso l’anima come un fulmine,
permise
in un certo tempo di toccare e di contemplare,
per
una volta sola.
Aristotele
…Questa storia, ha origini remote. In luoghi lontani, di là degli astri conosciuti. Oltre le stelle riflesse. Più in là d’Aquima iop. Fuori dei confini che nemmeno un’anima può oltrepassare. In un tempo lontano. Tanto futuro da essere irraggiungibile persino dal pensiero. Così venturo, che già quel mondo distante potrebbe non esistere più. Eppure, tale avventura ha un inizio tanto remoto che per le creature che ne hanno visto il principio, pur essendo esse parecchio longeve, molte, non ne vedranno la fine, giacché forse, questa avventura mai avrà fine.
Narra una leggenda che molto, molto tempo fa, tra le stelle riflesse, in un mondo minore, una giovane creatura, tormentata da eventi oscuri, nelle ultime notti della sua breve e travagliata esistenza, alla ricerca d’astri invisibili, incerta della sua fede in un Dio che non conosceva, desiderosa di fuggire lontana da tragici contesti, avesse cominciato a pregare…
Via
lattea, sistema solare, pianeta terra, anno 2223 d.C.
Si potevano definire, a causa del colore del cielo e delle nubi, tempi grigi, quelli che si vivevano in quei giorni. Le guerre e l’inquinamento avevano ormai reso oscuro il pianeta definito un tempo “azzurro”. Le armi per sostenere i continui conflitti erano ormai l’unica fonte d’interesse per i governi ambiziosi e ostinati nel mantenere un potere imponibile solo con la forza. Ogni altra forma di ricerca aveva perso qualsiasi attenzione, cosicché negli ultimi due secoli il progresso aveva compiuto passi da gigante nel settore bellico, ma per ciò che riguardava la medicina e l’ambiente tutto era stato un continuo regresso. La situazione era degenerata al punto che ormai nell’ambiente saturo di scorie radioattive e inquinamento vario, le malattie ed i tumori incontrastati dalla medicina mietevano più vittime dei conflitti stessi. La situazione era così drammatica che gli stessi regimi politici ormai reputavano impossibile risolvere la difficile situazione; temevano che ben presto la vita sulla terra sarebbe stata impossibile poiché anche le risorse energetiche cominciavano a scarseggiare e c’era chi, negli alti ambienti, vociferava che i governi più ricchi, alleati segretamente tra loro, stessero costruendo navicelle spaziali in grado di ibernare e conservare gli uomini per un periodo che poteva durare anche milioni d’anni. Tali argomenti avevano risvolti più fantascientifici che realistici tra il popolo plebeo, ma le voci più fantasiose raccontavano che queste navicelle sarebbero state destinate a trasportare un numero di persone selezionate attraverso lo spazio, finché l’intelligenza artificiale che guidava tali mezzi non avesse trovato un pianeta con le caratteristiche adatte alla sopravvivenza. Il tutto era descritto come una complicata leggenda metropolitana, destinata ad animare le speranze di chi avrebbe auspicato ad essere uno dei prescelti.
Virginia, venuta a conoscenza della diceria, sorrideva quando ci pensava, consapevole che il suo triste disagio veniva condiviso da molti altri. Aveva solo quattordici anni. Stesa a letto osservava attraverso il lucernario il cielo oscuro della notte. Ignara perfino di quale giorno era e non provandone alcun interesse, poiché la malattia che la divorava non le concedeva nemmeno il privilegio di sapere se sarebbe riuscita a vedere il suo quindicesimo compleanno.
Prima che la malattia la costringesse a letto il suo passatempo preferito era osservare il cielo. Ammirare quelle nuvole grandi e tetre nell’attesa che una breve schiarita le mostrasse, al di là dell’oscurità, le stelle che adorava contemplare sui libri che il padre le regalava continuamente.
Virginia era tutto ciò che restava al povero uomo. Le guerre gli avevano portato via, dopo la moglie con la quale aveva condiviso quaranta anni di matrimonio, uno ad uno tre dei suoi figli maschi e la figlia maggiore, tutti arruolatisi in un esercito nel quale credevano inutilmente. Forse la soddisfazione maggiore gliela aveva data il più giovane, che invece di arruolarsi per contribuire all’annientamento del mondo, aveva preferito aggregarsi ad una delle poche associazioni umanitarie ancora esistenti. Egli scriveva al padre di come il mondo fosse devastato dalla cattiveria distruttiva degli uomini e di quanta tristezza e miseria questa provocava. Più spesso rivelava di come il dolore che provocava lo strazio di quanto vedeva, gli facesse desiderare di abbandonare tutto e rintanarsi in uno di quei sogni che da sempre aveva condiviso con la piccola Virginia. Sogni che raccontavano di mondi lontani dalla guerra perché esistenti solo nelle loro fantasie, e dove non c’era posto per il male conosciuto dagli uomini. Quei due ragazzi, i più giovani di sei figli, erano stati i più amati dal padre, perché in loro egli ancora vedeva la speranza. Ma poi le lettere del giovane avevano cominciato a diminuire e la figlia aveva iniziato a dare sintomi della malattia che presto gliel’avrebbe sottratta. Dopo aver perso la moglie ed i figli guerrieri, Virginia e le lettere del giovane figlio erano tutto ciò che gli restava.
Aveva costruito per lei quel lucernario che le permetteva di ammirare le stelle, e con lei leggeva tutte le lettere del figlio, tranne l’ultima, perché non era stato lui a scriverla. Da quel momento le lettere che le leggeva erano state tutte un inganno, inventate dal padre per non far soffrire ulteriormente la figlia ammalata. E nel protrarsi di tutte queste sventure dentro a sé sentiva solo accrescere l’odio per la vita, e per quel dio che l’aveva creata così maledetta.
Parlavano del cielo e del mondo di una volta quei libri che le regalava, parlavano dei tempi antichi e dei miti della creazione inventati dai popoli arcaici, parlavano delle eroiche imprese di nobili eroi e di speranze per un futuro di nuovi e benevoli auspici, e lei, provava un immenso dolore nel vedere che tale mondo non esisteva più; corroso e distrutto dalla follia degli uomini che avevano fatto crescere in lei un sentimento di profonda misantropia. Le riusciva difficile comprendere come fosse stato possibile tutto ciò, ma da quanto aveva letto, aveva capito che l’uomo, fin dalle origini della sua storia, era stato dominato dall'attrazione per i conflitti, e un desiderio incontrollabile di potere. Era difficile spiegarsi come poteva la storia dell’uomo essere così piena di conflitti e odio. Era evidente però che l’unica cosa cambiata in tanti anni era solo il metodo di uccidere, e tutto ciò aveva contribuito ad alimentare anche in lei questa forma di repulsione verso i suoi simili, che con ostinata ambizione le avevano concretamente strappato la vita, segregandola in un ambiente oscuro del quale poteva contemplare solo la parte peggiore. Solo le stelle dunque, avevano infine il potere di creare l’unico motivo di soddisfazione nella sua misera esistenza che si stava spegnendo. Così, quando non era più stata in grado di alzarsi dal letto, suo padre, ben conoscendo l’amore che ella provava per le stelle, aveva costruito il lucernario sopra la sua stanza, in maniera che potesse guardare il cielo continuamente. In cuor suo, sapeva che la giovane figlia non sarebbe giunta ad un altro compleanno e con l’angoscia nel cuore l’unica cosa per cui pregava ancora ogni notte era che il cielo si aprisse e concedesse agli umili occhi un momento di felicità; anche se ignorava quale fosse il potere che le stelle avevano di rallegrare l’animo della bambina.
Virginia esultava ogni volta che riusciva a vederne una, perché immaginava che vicino ad essa vi fosse un mondo bello, come lo era quello che ammirava nelle fotografie dei libri e sognava col fratello maggiore, dove esistevano solo creature pacifiche, leggiadre e felici. Si addormentava ogni notte con il conforto di tale sogno. Ormai però, erano ben poche le occasioni che aveva di sorridere, poiché le nubi di metano raramente concedevano spazio a tutto ciò che di là dell’oscura coltre rappresentava ancora qualcosa di sereno, e nell’ultimo anno aveva contato solamente diciotto stelle. Alla fine Virginia, sentendo il tempo volgere al termine, aveva iniziato a pregare quel dio che non conosceva, giungendo più spesso a dubitare che veramente esistesse, di concederle un ultimo privilegio: quello di concederle una stella tutta sua. Uno spazio dove creare qualcosa di fantastico, donandole un’anima in grado di oltrepassare la desolazione della guerra e fuggire lontana, in un universo sconosciuto alla furia dell’uomo, dove nessuno avesse potuto contaminare con le proprie perfidie niente di quanto le sarebbe appartenuto.
Era tardi quella notte, ma aveva aspettato ostinandosi a non voler dormire. Quasi sentisse che, giungendo la fine, dovesse far in modo di assaporare tutto ciò che le era concesso, anche se il suo ultimo sguardo sarebbe stato attraverso una vetrata che le mostrava soltanto nubi sporche.
Il cielo quella notte però era stato benigno, come a volerla salutare, e in un momento ormai inaspettato un ampio varco si aprì proprio sopra il lucernario e una brillante stella, la più luminosa che avesse mai vista, luccicò davanti ai suoi occhi per un tempo che le sembrò infinito. L’ammirò con avidità, insistendo a non voler cedere finché il cielo non si fosse richiuso, e fu con quell’immagine che si addormentò.
Era la diciannovesima stella che contava in quell’anno.
Seduto
sul prato davanti alla casa suo padre ammirò con stupore quell’insolito lungo
momento, non ricordava proprio che il cielo fosse rimasto limpido per tanto
tempo, e nel gelido presagio che la morte stava visitando la sua casa, pianse…
La sera era giunta con la solita quiete tra le verdi valli della terra di Rumdok, conosciuta dagli uomini come la valle dei laghi. Si trattava di una terra pacifica, ricca di piccoli laghi, dominati dall’imponente Oqua. In questa regione del continente Itcart chiamato dagli uomini est od orientale, vivevano i tranquilli versanv, che gli uomini definivano pigmei a causa della loro bassa statura, distinti da un carattere mite ma introverso. Essi campavano di agricoltura e pesca. Sedentari e stanziali, non amavano allontanarsi dai loro territori, e in quella terra resa fertile dall’abbondanza d’acqua abitavano in piccole costruzioni di terra simili a capanne.
I versanv erano molto simili agli uomini, la loro statura era poco più la metà di quella di un uomo, avevano grandi occhi a mandorla colorati di verde viola e orecchie appuntite. I loro visi avevano la forma di una piramide rovesciata e tratti somatici delicati, con la mandibola sottile, ricoperta da peli biondi, castano, o argento nei maschi. Le braccia erano leggermente lunghe, rispetto alla normale proporzione, flessibili ma robuste. Le gambe pure erano lunghe duttili e nerborute nei maschi, agili e slanciate nelle femmine, finivano con piedi palmati dove le dita quasi scomparivano. Tali piedi donavano loro una perfetta stabilità, e una risorsa da non sottovalutare quando le abbondanti piogge estive rendevano le valli degli acquitrini. I versanv si potevano definire creature anfibie, dotati dall’evoluzione da caratteristiche adatte alla vita acquatica, visto che, in effetti, vivevano tra paludi e acquitrini. Le femmine apparivano più aggraziate, con un fisico snello e mani particolarmente adatte alla pesca che si chiudevano in dita dalla particolare duttilità grazie alle loro quattro falangi che permettevano una presa salda e sicura, una trappola micidiale per i pesci. Avevano il collo più lungo e sottile rispetto ai maschi, che si assottigliava sopra le spalle strette verso l’alto e sul volto ovale il naso era quasi impercettibile nella sua limitata prominenza. I loro capelli erano lunghi e lisci come la seta ed esternavano riflessi d’orati, ramati o argentati.
Sulle rive del mare di Brump si delineava la regione di Arfeber, relativa all’omonima valle dove sorgevano i villaggi dei versanv, e su un’insenatura ad est del golfo, prima della punta di Volkun, spiccava il paese di Esdre dove viveva la famiglia del piccolo Gilo. Ogni sera, essendo lui, come tutti i versanv, amante delle stelle, attendeva la notte al suono delle onde seduto a fianco del vecchio nonno Delo, il quale gradiva istruire il nipote, raccontandogli le storie dei popoli che abitavano il pianeta Titiam, e insegnandogli a riconoscere le stelle che popolavano il cielo del grande universo circostante.
Gilo ripassava ogni notte i nomi delle stelle e delle costellazioni che il nonno gli aveva insegnato a riconoscere, i due attendevano che il cielo si oscurasse e subito il giovane cominciava ad elencare le stelle apparenti nell’oscurità. Naturalmente erano troppe per ricordarle tutte, o riconoscerle nella loro giusta posizione, sicché il vecchio lo correggeva, avendo lui prima del nipote ripetuto le medesime lezioni con il proprio nonno. Era in questo modo che i versanv diventavano dei perfetti conoscitori della mappa stellare, ripetendo giorno dopo giorno, prima da bambini, poi da anziani per insegnare ai figli ed ai nipoti ciò che loro avevano già appreso nello stesso modo.
Gilo indicava le stelle e pronunciava il loro nome. Il nonno sorrideva soddisfatto ogni volta che faceva giusto, e correggeva con pazienza e adempimento ogni suo errore, facendo notare con divertita ironia quando cercava inutilmente di riconoscere stelle che ancora non conosceva.
Soffiava una leggera brezza sulle rive mentre Gilo scopriva nuove stelle. Era il residuo del Lhim, il forte vento oceanico che soffiava da ovest e che s’infrangeva lungo le coste frastagliate, giungendo con forza minore alla terra di Rumdok dopo aver attraversato tutto il sud del continente. Era notte tarda quando il giovane versanv vide una stella che non gli sembrava d’aver mai osservato, era piccola, tanto piccola da essere quasi invisibile e aveva notato un’espressione di meraviglia dipingersi sul viso del nonno quando l’aveva indicata.
Gilo era ancora troppo giovane per poter dare importanza a quell’espressione, e molte erano le cose che ignorava del nonno, il quale, a sua volta, di proposito teneva il nipote all’oscuro da misteri e segreti che solo la sua longeva esperienza sembrava poter conoscere. Delo, infatti, era uno dei più longevi versanv che il popolo ricordasse, egli aveva quasi duecento anni, un traguardo che ben pochi avevano raggiunto. I versanv vivevano in media centocinquanta anni, i più vigorosi potevano raggiungere anche i centosettanta, ma Delo ne aveva già centoottantasei, e ancora mostrava gran vigore. Tra le leggende che circondavano il popolo delle piccole creature, si raccontava che gli anziani in possesso di tale longevità, possedessero una saggezza superiore perché destinati a tramandare la conoscenza del popolo, e quindi prediletti dagli dèi. Delo era per questo osservato con grande devozione e rispetto dai suoi compaesani, seppure egli non sentisse in sé il privilegio degli dèi. Delo sapeva che tutto ciò che poteva tramandare era solo la conoscenza che egli aveva appreso nella sua vita, ed era divenuto abbastanza saggio da comprendere che la sua conoscenza non aveva nulla di divino, tuttavia, era conscio di un fatto da non sottovalutare, che gli derivava non da una conoscenza fisica ma piuttosto mitologica, ma che solo in quel momento percepiva come una probabile realtà. Per questo la sua espressione era mutata quando il nipote gli aveva fatto notare la stella sconosciuta. Delo aveva subito compreso che cos’era quella stella, sebbene lui non l’avesse mai vista, e dalle sue conoscenze, ricordava di racconti in cui gli si riferiva che tale stella non era di buon auspicio. Vederla era sinonimo di sventure, il segno del cielo che un ciclo sfavorevole si stava avventando sulle terre di Itcart. Quella stella presagiva sventure e catastrofi, o almeno così narrava la mitologia. Quella era la stella che annunciava discordia e tristezza tra gli dèi, la stella dei cattivi presagi. Tuttavia il saggio nonno ritenne non fosse il caso di allarmare il giovane nipote e riprendendo la sua aria serena trasformò la visione del piccolo in un presagio di auspicio “quella non è una stella” aveva pronunciato con la sua voce gutturale “e tu sei fortunato ad averla vista, poiché è raro poterla notare, deve esserci una limpidità particolare” lo informò, poi osservò il nipote e gli rivelò “quella è una galassia, ed è assai lontana, più lontana forse di quanto si possa spingere il pensiero” disse “in realtà si tratta di un insieme di stelle, così tante da superare tutte quelle che ogni versanv potrebbe imparare a conoscere in una vita, a noi appare sotto forma di stella, ma laggiù sono radunati miliardi e miliardi di astri. Noi la conosciamo col nome di Aquima iop, ma gli uomini la chiamano via lattea, essi affermano di provenire da lassù, mentre la nostra mitologia racconta che sia il nostro dio ad avere avuto origine lassù” raccontò il nonno, sconvolgendo la mente del piccolo Gilo.
“Mitologia?” replicò ignorando perfino che cosa fosse Gilo.
Il vecchio osservò orgogliosamente la curiosità del nipote. La voglia di conoscenza era una dote che si poteva riscontrare in quasi tutti i giovani versanv. Gilo in particolare, ne possedeva una quantità incredibile, e per il vecchio era un vero piacere poter insegnare ad un così facoltoso allievo. Tuttavia l’anziano si rendeva conto che avviarsi in tale insegnamento significava trattare di argomenti che richiedevano spiegazioni che spesso inducevano in un ascoltatore meticoloso delle curiosità che potevano condurre a verità scomode, e dopo la visione della stella Delo aveva compreso che il nipote non era certo un alunno che si sarebbe limitato ad ascoltarle quelle storie di mitologia, ma le avrebbe volute comprendere e qualcosa turbava la sua mente. A lungo aveva riflettuto sulla necessità d’insegnare al nipote la mitologia, indugiando, a causa d’un passato piuttosto coinvolgente per il loro popolo, sulla eventualità di farlo. Alzò lo sguardo al cielo e strizzò gli occhi per cercare di mettere a fuoco la lontana Aquima iop.
“La mitologia è una storia che racconta l’insieme di molte leggende” iniziò allora a spiegare “e una di queste leggende narra che in un luogo lontano, così lontano da essere irraggiungibile perfino dal pensiero, esisteva un mondo azzurro”.
“Un mondo azzurro” sussurrò con espressione sognante Gilo.
Delo lasciò un breve intervallo di estasi scorrere tra i pensieri del giovane, che già cercava d’immaginare quel mondo. “Si” continuò poi “ma i popoli di quel mondo erano ossessionati dall’esigenza di ricchezza e potere. Loro non riuscivano a comprendere che la vera ricchezza già li circondava con tutto quanto di bello aveva da offrire tal mondo, e così cominciarono a ricercare qualcosa che non potevano trovare. Ben presto la rabbia e l’odio invase i loro cuori, e questi popoli, sempre più assetati di potere, cominciarono a combattere tra loro. Su quel mondo si guerreggiava per futili motivi: invidia, rabbia, arroganza, intolleranza, e l’odio ormai dominava gli animi dei popoli. Ben presto anche il precario equilibrio ambientale del mondo cominciò a risentirne, ed infine i popoli ostili, sempre più bravi ad inventare nuove armi, terminarono per inquinare l’aria. Il cielo azzurro fu oscurato e sul loro mondo cominciò a cader pioggia sporca. Le piante si ammalarono, gli animali fuggivano e le creature morivano nella fuliggine di oscuri intenti. Nel frattempo il grande spirito osservava afflitto la stupidità degli esseri cui aveva donato quel paradiso, e decise di abbandonarle al crudele destino che loro stesse si erano prodotte, ma tra tutti i lamenti che giungevano dal nefasto mondo, egli udì il disperato suono di un pianto speranzoso”. Delo osservò l’attenzione meravigliata dell’allievo e con espressione entusiasta rivelò “tra tutta quella desolazione, qualcuno stava ancora pregando”. La rivelazione parve come l’annuncio di una notizia sollevante e sul viso di Gilo fiorì un sorriso di speranza.
“Il grande spirito ascoltò quella preghiera e vide gli occhi tristi e malati di chi la esprimeva. Ella non sapeva che il grande spirito la stava ascoltando, non sapeva nemmeno se il grande spirito esisteva veramente, ma nelle sue preghiere chiedeva al suo Dio di donarle un altro mondo, di concederle una stella lontana dov’ella potesse immaginare di costruire un universo fatto solo di cose belle e buone, dove non esistesse malvagità, benché lei stessa fosse pervasa da un sentimento di misantropia che le faceva odiare tutti i suoi simili, che l’avevano derubata della possibilità di possedere il mondo donatogli, distruggendolo per inutili scopi. Il grande spirito, mosso da un ultimo atto di pietà verso quel mondo, le concesse di esaudire il desiderio, ella però avrebbe dovuto addormentarsi per sempre” disse il vecchio e Gilo sussultò “vuol dire che morì?” si preoccupò. Il vecchio sorrise: “E’ solo una storia Gilo” gli ricordò.
“Ad ogni modo, era solo il suo corpo terreno a morire, non l’anima, perché sarebbe stata la sua anima a dare vita a tutti i desideri” informò.
“Fu dunque lei a creare Titiam?” interrogò con impulsività il giovane. Delo sorrise di nuovo “l’anima della bimba iniziò un lungo viaggio, ma prima il grande spirito, attraverso i suoi emissari, poiché nessuno può vedere il più grande di tutti gli spiriti, il creatore di tutti gli universi esistenti, la mise in guardia dai suoi pensieri oscuri. Il suo cuore era buono e puro, ma la permanenza terrena aveva finito per contaminarlo con degli odi che lei stessa aveva conosciuto. L’anima però non percepiva più queste emozioni negative e proseguì il suo viaggio, finché incontrò la grande nebulosa di Sirs” disse. Allora il piccolo Gilo lo interruppe di nuovo: “ma Sirs è la nostra gran luce, la stella di Titiam” affermò. Delo sopportò con pazienza l’interruzione e riprese il racconto.
“Infatti, ciò che gli uomini chiamano Sole. La nebulosa gli parve così bella che decise di fermarsi e cominciare a costruire da lì il suo universo, benché ignorasse che qualunque cosa che ella vedeva nel suo viaggio, era quanto già aveva cominciato a costruire con la sua immaginazione. Radunò dunque le polveri della nebulosa e da essa diede origine alla grande stella, poi le donò i pianeti e sul terzo di loro creò Titiam” dichiarò, poi si fermò lasciando il piccolo alle sue considerazioni. Gilo meditò per un po’ quindi osservò con meraviglia il nonno ed esclamò “allora quella bimba altri non era che “Virsinnia”, la grande anima” disse riconoscendo in essa la divinità che i versanv adoravano.
“Infatti” confermò Delo.
“Allora il nostro dio è figlio di un dio più grande” esaminò con enfasi.
“E’ figlio del Dio supremo” lo corresse Delo “come tute le creature di ogni universo, come noi” professò.
Delo vide il piccolo restare sorpreso e affascinato dalla rivelazione “ma allora noi dovremmo adorare anche lui” disse il piccolo.
“Infatti lo facciamo, rendendo onore alla grande anima noi riconosciamo anche il Dio supremo, ma nessuno veramente lo conosce. Nemmeno Virsinnia, noi possiamo solamente cercare d’immaginare la sua grandezza, ma ci è impossibile conoscerlo. La nostra vita, infatti, è solo un istante della sua esistenza, anche questo universo e questo mondo, e tutte le stelle che lo circondano sono solo brevi istanti per Virsinnia ed il Dio supremo. Alla grande anima sembravano trascorsi solo brevi secondi, mentre creava tutto questo, ma la nebulosa di Sirs impiegò miliardi di anni a diventare una stella e ancora più lungo fu il tempo in cui i pianeti le si formarono attorno, cosi come le stesse creature generate dalla grande anima impiegarono un tempo per noi infinito a nascere, ma per lei sembrarono solo pochi secondi nella sua forma infinita, poiché per lei il tempo non esiste. Sono concetti impossibili da comprendere a noi finché il nostro spirito rimane racchiuso nel corpo terreno, e per noi ciò che conta è semplicemente la consapevolezza che un giorno la grande anima ci accoglierà come parte sostanziale di sé stessa, allora potremmo comprendere, ma adesso, ci basti sapere che esistiamo, e se tutto ciò è possibile, lo dobbiamo solo a lei”. Delo sembrò recitare una predica come fosse un sacerdote, e un intervallo di silenzio che conteneva in sé una preghiera, si inserì nel racconto come a voler suggellare un contatto sacro tra la vita delle creature e la grande anima, poi chiuse gli occhi e annusò l’aria, c’era qualcosa di strano da un po’ di tempo, un odore di antico, ma di un antico così remoto, che nemmeno il vecchio Del poteva riconoscere.
Titiam
era il terzo pianeta del sistema solare di Sirs, simile per qualità
e dimensioni alla terra, un remoto mondo di una galassia molto lontana chiamata
via lattea, di cui si parlava nella religione introdotta dagli uomini.
Su Titiam esistevano diverse razze, pensanti e non. Nel suo cielo orbitava
Gemnim, la luna che le antiche religioni associavano alla dea madre, la natura.
Il pianeta era dominato dai grandi continenti di Sirrhas, ad ovest dell’oceano
Rish Mhiv, simile ad una gigantesca lingua di terra che attraversava il globo
dall’alto al basso, e di Itcart, ad est del grande oceano.
Al largo delle coste, a sud del continente Itcart, a metà strada con
il Kewan Lhau, il grande ghiacciaio del sud, tra le fredde e turbinose acque
dell’oceano Obed, o ventoso, si ergeva la grande isola di It Kesd. Simile
più ad uno scoglio che un’isola, era dominata da una vetta che si alzava
ripida dalle acque che la rendeva più alta che larga. La sommità
dell’isola raggiungeva la non sottovalutabile altezza di 4155 metri. Il lato
sud, chiuso da un imponente ghiacciaio, il Kusaqu, cadeva a strapiombo tra
le fredde acque che a loro volta rendevano impossibile l’approdo alle rive
rocciose dell’isola, grazie alle correnti fredde e turbinose che la circondavano.
Tra le ripide pareti della montagna però, sorgevano in punti che sembravano
quasi irraggiungibili, costruzioni simili a cattedrali costruite direttamente
nella roccia. Erano i monasteri dei monaci Iasset, considerati i custodi del
pensiero di Titiam, di cui si narrava essere stati istruiti direttamente dal
quinto re, come unici custodi dei segreti divinatori che un essere senziente
potesse sopportare, al fine di intraprendere il proprio cammino d’evoluzione
verso la via mistica.
I monaci erano creature alle quali la mitologia conferiva un’antichità
addirittura superiore agli stessi popoli di Itcart, e poiché l’isola
era praticamente irraggiungibile, essi erano divenuti figure leggendarie,
di cui ormai si era pressoché persa la cognizione.
I racconti mitologici rivelavano che essi avevano una longevità millenaria
e, come ibridi privi di un sesso definito, prosperavano tramite la metempsicosi.
Narravano, infatti, le leggende di Itcart, che quando un monaco moriva, essendo
lui un custode del pensiero e quindi legato indissolubilmente a Titiam, la
sua anima si reincarnava sotto forma di animale, pesce, a volte anche pianta,
ma soprattutto uccelli. Essi facevano ritorno a It Kesd tramite il trasferimento
accompagnato da emissari, il cui ruolo era di riconoscere le anime rivive
e, rivelando loro la vera indole naturale del loro essere, ricondurle sulla
via ascetica. L’anima, raggiunta dagli emissari e riconoscendo la propria
condizione, avrebbe tramutato il copro nel quale dimorava in quello di uno
Iasset dal viso lungo e appuntito, le orecchie rivolte verso l’alto, gli occhi
azzurri come i ghiacci del Kusaqu ed i lunghi capelli argentati, alti quasi
due metri e scarni, con piedi e mani dalle lunghe dita, fredde e duttili.
Avrebbe indossato il bianco abito ieratico, lucente come il platino e occupato
il suo posto in uno dei monasteri, ricominciando da lì la propria ascesi.
Così raccontava la mitologia.
I monaci Iasset vivevano di meditazione e si diceva fossero grandi conoscitori
delle arti magiche, essi non si nutrivano e sembrava che nemmeno respirassero
poiché più simili a spiriti che a esseri corporei. La leggenda
raccontava inoltre che quando i monaci individuavano una creatura con particolari
doti, essi partivano per un viaggio impervio, sfidando senza timori le pericolose
acque dell’oceano ventoso e la rapivano per condurla all’isola dove avrebbe
appreso la conoscenza della propria natura mistica.
Tale leggenda sembrava però essere sorta più per una necessità
consolatoria, atta ad alleviare sorti disgraziate, che di tanto in tanto avvenivano
nel continente. Succedeva così che, nel caso di sparizioni di bambini,
le comunità dopo aver pianto la scomparsa, si consolassero sostenendo
che erano stati i monaci Iasset, giunti nelle tenebrose notti, a rapire i
piccoli privilegiati. Ciò rendeva più facile la sopportazione,
poiché tale evento sarebbe stato da considerarsi un motivo d’orgoglio,
piuttosto che credere fossero stati i terribili Matrim, orchi abitanti delle
foreste che godevano di una pessima fama, a cogliere l’occasione di agguantare
una preda.
Sull’isola simile ad uno sperone, soffiava imperterrito il forte Amurve, gelido
vento dell’oceano movente delle forti e pericolose correnti che davano all’Obed
la fama di terribile.
Il suo sibilo si disperdeva tra le pareti rocciose, le grotte ed i mille crepacci
che caratterizzavano lo scoglio d’isola, dando l’impressione che i continui
cambi di tonalità la facessero cantare. Tra le leggende mitologiche
del continente, si narrava che quella fosse la voce del vento con il quale
i monaci solevano parlare. Il vento raccontava quanto accadeva oltre gli oceani
ai monaci come un corriere fidato, ma negli ultimi tempi, che per i longevi
corrispondevano a secoli, le notizie del vento non erano state entusiasmanti.
Tra le rocce di It Kesd si mormorava che le creature dell’ipogeo, nel sottosuolo,
erano in tumulto e pronte a ritornare in superficie. Tali creature erano state
la causa di una delle più grandi guerre del pianeta, in un tempo precedente
all’arrivo degli uomini, che avevano dato inizio ad una nuova era dalla quale
i popoli del pianeta avevano cominciato a contare gli anni del nuovo calendario.
Tutto ciò preoccupava non poco i monaci custodi, poiché se tali
creature cercavano di tornare in superficie sicuramente le loro intenzioni
non erano pacifiche. Esse, erano ricordate come demoni dotati di poteri superiori
alle qualità delle creature pensanti di Titiam. La mitologia raccontava
tra l’altro che proprio in conseguenza a questa grande guerra, si erano formate
schiere di nuove potenze maligne. In questa guerra, di cui si conosce solo
la leggenda mitologica, una serie di eroi ancora presenti sulla terra emersa,
si erano combattuti e alla fine, gli sconfitti erano finiti segregati negli
inferi, e divenuti schiavi dei signori del sottosuolo, tra cui, già
vi erano gli Equari esiliati. Tra tali creature, vi erano gli Hokiv, ritenuti
la categoria più terribile di dèmoni. Col tempo, il ricordo
di quella che fu definita la guerra degli eroi, fu dimenticata e ritenuta
solo leggenda, al punto che ai giorni odierni simili storie erano ritenute
appunto soltanto mitologia, e quasi più nessuno credeva negli Hokiv.
Ma sugli Hokiv la mitologia sembrava invece soffermare un capitolo piuttosto
importante. Tramite i libri antichi si raccontava che avevano origini pacifiche,
nati da un mite popolo delle montagne il cui ruolo era sempre stato quello
di servire. Essi erano così fragili da aver timore di tutto, al punto
da vivere nascosti. Si raccontava che altri popoli minori, mantenessero celato
il segreto della loro esistenza, giacché conoscendo la paura che li
opprimeva avevano imparato a sfruttarli sotto la minaccia di conseguenti rivendicazioni.
Gli Hokiv, privati della loro libertà avevano finito per fidarsi di
una creatura sconosciuta che prometteva loro forza e potere. Essi, oppressi
dallo sfruttamento, avevano finito per accettare quella sorta di liberazione
che garantiva il potere incontrastato su un regno che sarebbe stato loro donato.
In cambio però avrebbero dovuto giurare eterna fedeltà al padrone
liberatore. Avvenne così che, inconsapevoli, gli Hokiv finirono per
suggellare un patto diabolico con Murtvan, oscuro signore delle tenebre, ma,
poiché egli non possedeva alcun territorio della superficie, ciò
che donò agli Hokiv poté essere solo il regno dell’ipogeo, imprigionandoli
per sempre nel sottosuolo, tramutandoli in terribili demoni, liberi dalle
catene dei timori della terra emersa ma servi del vincolo di fedeltà
giurata al signore oscuro.
Il vecchio Delo, avrebbe ricordato al giovane Gilo, che la mitologia era nata
per tentare di dare una spiegazione a ciò che l’intelletto non riusciva
a spiegare e che gli Hokiv, storicamente estinti, avevano finito per prendere
il ruolo di demoni soltanto perché nel tempo della loro esistenza essi,
a causa dalla loro pelle bianca che li rendeva troppo sensibili alla luce
di Sirs, tendevano a vivere nelle grotte o negli antri della terra.
Sulla grande vetta, poco sotto ai 4000 metri sorgeva scavato nella roccia
Iniptu, il più grande dei monasteri e Dervlav, il più anziano
monaco dello sperone e quindi attuale guida degli Iasset, ascoltava con forte
preoccupazione la voce del vento. Negli occhi senza iride, riflettenti la
luce del ghiaccio, oltre alla preoccupazione era evidente una forte afflizione.
I racconti del vento erano sconvolgenti e turbati, le creature degli abissi
oceanici erano in tumulto poiché percepivano il fastidio della terra,
ma ciò che preoccupava di più l’anziano monaco erano le catene
degli emissari, gli Equari, o angeli come li avrebbero chiamati gli uomini,
poiché essendo solo loro in grado di spezzare i sigilli erano conseguentemente
dominatori degli Hokiv e di tutte le schiere demoniache che abitavano le profondità
di Titiam.
Dervlav aveva comandato al vento di raccogliere quante più informazioni
riuscisse, poiché credeva che se veramente gli Equari stavano organizzando
una ribellione, qualcosa di terribile si sarebbe abbattuto presto su Titiam.
Ma c’era qualcosa di strano tra le percezioni del vecchio Iasset, come se
egli percepisse un evento che gli era oscuro e un allarme al quale non riusciva
a dare senso profetico lo inquietava. Tale stranezza alimentava le esili speranze
di Dervlav, che di lì a poco, avrebbe convocato i monaci a capo di
ogni monastero per ordinare loro di prepararsi alla battaglia.
Così, mentre lontano, sulle pacifiche coste di Rumdok Gilo imparava
come la mitologia raccontava che molti anni addietro, in un tempo tanto remoto
da sfuggire alla memoria, sulle terre di Itcart si fossero combattute guerre
distruttive, un evento che presto avrebbe ripercorso quei tempi si stava ripresentando
alla sua completa insaputa. Il nonno Delo aveva raccontato al piccolo varsanv
che le prime creature di Titiam avevano avuto origine dal ghiaccio, e precisamente
sui ghiacciai di Kusaqu, dei quali ora non restava che un piccolo residuo,
poiché a dire del vecchio nonno, quella remota isola sperduta dell’oceano
ventoso conosciuta come It Kesd, a quel tempo era il più grande continente
del pianeta, ciò che a quei tempi era conosciuto come “il continente
perduto”
(torna
all'indice)
Nelle
sere successive Delo raccontò al giovane nipote che la mitologia era
molto complessa e vari diramazioni delle storie che magari riguardavano lo
stesso argomento contribuivano e renderla confusa e di difficile comprensione.
Delo spiegò che la mitologia a volte rivelava condizioni storiche,
altre condizioni religiose, altre ancora l’oscuro enigma dell’esistenza. Spiegò
che era collegata al succedersi delle ere zodiacali, che gli uomini avevano
semplificato col loro ordine dei dodici mesi del calendario e i dodici segni
del loro zodiaco, sebbene lo zodiaco e lo studio delle stelle fosse molto
più complesso di quanto essi avevano saputo ridurre. Spiegò
che gli uomini erano sostanzialmente una razza pigra, e che non avevano voglia
di perdere tempo con riflessioni troppo complesse, per questo avevano l’abitudine
di semplificare. Negli anni del loro domino, avevano distrutto così
tante tradizioni che ora diventava ancora più difficile ricostruire
la storia, sia fisica che mitologica, di ogni popolo esistente ed estinto
del pianeta.
Cercò poi di ricordare e raccontare altre versioni della creazione,
in particolare quella che lui riteneva la più affascinante in cui si
raccontava che le prime creature di Titiam erano state generate dal ghiaccio
e che erano di una bellezza spropositata, ancora più belle degli Egeli,
le mitiche creature che abitavano l’isola di Vann nel lontano oceano nordico,
il Dirk-dar, o algente. Esse erano simili ai versanv come fattezze, camminavano
su gambe lunghe e snelle, con piedi affusolati corti e stretti, possedevano
corpi slanciati, agili e armoniosi, e tutto in loro era divinamente proporzionato.
Possedevano visi simmetrici, con bocche strette e labbra carnose, nasi piccoli
e diritti, e occhi affascinanti dalla forma delle mandorle che si distinguevano
per l’infinità di colori che caratterizzavano le iridi. Avevano lunghi
capelli di seta che luccicavano al sole come oro, e una pelle liscia e vellutata,
ancor più del ghiaccio stesso il cui colore andava dall’argento all’oro,
o dal blu cobalto del mare al verde dell’erba. Erano creature fantastiche
che vivevano pacificamente, inconsce di emozioni negative, per loro esisteva
solo la pace e la tranquillità, questa era quella che i popoli di Titiam
avevano definito la prima età, e che gli uomini , nei loro racconti,
definivano l’età dell’oro.
Raccontò del tempo delle sfingi, un popolo che discendeva dalle creature
di ghiaccio che per primi avevano cominciato a porsi domande sulla loro esistenza.
Queste erano creature magnifiche dalle svariate forme, gigantesche e pacifiche,
il cui unico scopo era quello della conoscenza. Nella mitologia degli antichi
popoli di Titiam, tale era veniva ricordata come il tempo della prima coscienza,
ma gli uomini lo definivano il tempo della caduta. Secondo loro in questo
tempo i primo uomini avrebbero cominciato a disobbedire alle leggi del divino
e per il loro affronto nel volerne carpire la conoscenza furono puniti. Gli
uomini definiscono questo tempo la cacciata dal giardino dell’eden, o caduta
nell’averno, ma, aveva aggiunto, gli uomini in fine non avevano fatto altro
che modificare i miti di Titiam confondendoli con i loro e per questo ora
la mitologia era così complessa.
Il nonno raccontò poi altre vicende riguardanti la storia e di come
la distruzione dei documenti storici fatta dagli uomini avesse contribuito
a renderla ancora più incerta. Raccontò di come certe caratteristiche
prese dai popoli mitici, ancora presenti sul continente come i Medir, gli
Intoma i Tubkor e gli stessi Egeli, fossero state prese attraverso maledizioni
scagliate dagli Equari prima di subire il loro esilio, ma di come, certamente,
sepolto nelle profondità del pianeta, vi fosse il male dal quale la
grande anima era stata messa in guardia e di come essa, per purificare ogni
sua condizione maligna, lo avesse sepolto nella terra. Dalle viscere del pianeta
esso avrebbe cominciato a combattere per poter emergere e dominare sulla creazione
di Virsinnia, la grande anima. Esso era conosciuto col nome di Murtvan e il
suo regno Razbahan, ossia ciò che gli uomini definivano Inferno. Raccontò
che in questo regno Murtvan generava creature dal fuoco, ma incapace di dare
loro l’armonia di cui non disponeva giacché il suo animo era malvagio,
ciò che generava erano quelli che nella mitologia sarebbero poi stati
definiti demoni. In queste varianti si raccontava che gli Equari erano stati
dei grandi eroi che avevano affrontato le creature demoniache che Murtvan
faceva emergere nel mondo esterno per sopprimere e dominare i popoli minori
e qui sorgevano i collegamenti che avevano infine portato questi eroi a generare
dagli stessi popoli minori gli eserciti che poi, una volta sconfitti i demoni
di Murtvan, avrebbero dato origine alle grandi guerre che avrebbero portato
alla condanna degli equari stessi.
Il nonno raccontò che secondo la mitologia eroi e dèi avevano
anche loro un preciso compito da svolgere e un percorso da compiere per il
conseguimento della loro evoluzione, ma il mondo fisico era pieno di insidie
e per questo ogni essere senziente, perfino un dio, poteva peccare di vanità,
orgoglio e arroganza. Commettere degli errori, se non si era pronti ad affrontare
la via verso un evoluzione superiore poteva essere molto, molto pericoloso.
“Che cosa accade se si accede ad un livello superiore senza aver compreso
le fasi precedenti?” azzardò allora a chiedere dimostrando grande intuito
il piccolo Gilo. Delo restò per un attimo interdetto, intuendo di fronte
alla domanda del nipote quanto la sua mente fosse scaltra. Esitò incerto
sulla risposta e prima di rivelare ciò che un livello inconscio gli
faceva intuire volle precisare ancora che si trattava solo di storie “la mitologia
non è una scienza esatta piccolo mio, non trattarla come una cosa reale,
essa cerca solo di spiegare con metafore ciò che noi non riusciamo
a comprendere, infatti varie sono le storie che cercano di giustificare la
natura delle molteplici esistenze, ma nessuno sa veramente come siano andate
le cose, come vedi, vi sono molte varianti sull’origine dei popoli e dei misteri
occulti di Titiam. Tuttavia, secondo la mitologia, l’intervento di un Dio,
a qualsiasi livello e in una qualsiasi dimensione, che non abbia percorso
nel giusto ordine il proprio cammino di conoscenza, potrebbe causare sconvolgimenti
e confusione nell’intero universo” rivelò. Il piccolo Gilo restò
in silenzio con espressione chiaramente pensierosa, poi azzardò ancora
“gli Equari non erano pronti?”
Ancora una volta il nonno dovette riflettere sulla scaltrezza del giovane,
e cominciava a chiedersi se era il caso di continuare a raccontare, ma ormai
sembrava che nulla lo potesse impedire, alzò gli occhi al cielo e osservò
ancora Aquima Iop, anche lui non avrebbe dovuto vederla “secondo questa versione
della mitologia, no” attese qualche secondo, poi, come se fosse costretto
a farlo, a fatica aggiunse “l’universo sembra inquieto”.
“Ma questo universo è dominato da Virsinnia, e lui può sistemare
tutto”. Disse tra timore e speranza il giovane versanv.
Delo lo guardò e non riuscì a sottrarsi al sorriso che l’ingenuità
adolescente rivelava nei suoi occhi speranzosi “molte sono le incognite che
riguardano gli dèi, e impossibile è per noi, relegati ad un
livello cosi basso comprendere quale sia il loro pensiero, ma se io dovessi
trattare la questione mitologicamente direi che Virsinnia ha cercato solo
di rendere consapevoli dei propri poteri i suoi fratelli. Gli Equari, essendo
una parte stessa di Virsinnia, devono possedere il suo stesso potere, ma ancora
non ne sono consapevoli e questo è probabilmente solo una fase del
percorso che essi devono compiere. Virsinnia deve aver donato loro questa
opportunità per elevarli ad un livello superiore e per tanto questo
universo non gli appartiene più, egli, o essa, secondo me ha abbandonato
da tempo questo livello ed ora tutto resta nelle mani dei suoi fratelli, sono
loro a dover mettere ordine nel caos che la loro incompleta istruzione ha
causato”.
“Ma questo significherebbe che Virsinnia ci ha abbandonati e ciò rivelerebbe
una crudeltà che la religione non insegna esistere nel dio supremo”.
“Infatti non esiste, e non esiste nemmeno in Virsinnia, benché non
sia il Dio supremo, ma devi comprendere una cosa molto difficile per capire
ciò, ed è quella che, come un monaco Iasset potrebbe insegnarti,
noi tutti siamo già degli dèi, in quanto da loro nasciamo prima
come pensiero, poi come emozione e poi come azione attraverso lo spirito,
e solo in fine come creature viventi, solo allo scopo di comprendere in un
percorso inverso che la nostra esistenza altro non serve che a renderci consapevoli
di ciò. Se sapremo esplorare nel modo giusto il nostro percorso, un
giorno noi stessi potremmo essere Virsinnia, così come Virsinnia un
giorno potrà essere Dio”.
Gilo restò nel silenzio sentendo una gran confusione dentro a sé,
ma capendo anche che quell’insegnamento che oggi gli appariva arduo e incomprensibile
conteneva in realtà delle verità assolute che solo il tempo,
forse, gli avrebbe dato modo di comprendere. Non domandò altro al nonno
e alzando gli occhi tornò a fissare Aquima Iop.
Altre versioni mitologiche.
Nelle sere successive Delo raccontò al giovane nipote che la mitologia
era molto complessa e vari diramazioni delle storie che magari riguardavano
lo stesso argomento contribuivano e renderla confusa e di difficile comprensione.
Delo spiegò che la mitologia a volte rivelava condizioni storiche,
altre condizioni religiose, altre ancora l’oscuro enigma dell’esistenza. Spiegò
che era collegata al succedersi delle ere zodiacali, che gli uomini avevano
semplificato col loro ordine dei dodici mesi del calendario e i dodici segni
del loro zodiaco, sebbene lo zodiaco e lo studio delle stelle fosse molto
più complesso di quanto essi avevano saputo ridurre. Spiegò
che gli uomini erano sostanzialmente una razza pigra, e che non avevano voglia
di perdere tempo con riflessioni troppo complesse, per questo avevano l’abitudine
di semplificare. Negli anni del loro domino, avevano distrutto così
tante tradizioni che ora diventava ancora più difficile ricostruire
la storia, sia fisica che mitologica, di ogni popolo esistente ed estinto
del pianeta.
Cercò poi di ricordare e raccontare altre versioni della creazione,
in particolare quella che lui riteneva la più affascinante in cui si
raccontava che le prime creature di Titiam erano state generate dal ghiaccio
e che erano di una bellezza spropositata, ancora più belle degli Egeli,
le mitiche creature che abitavano l’isola di Vann nel lontano oceano nordico,
il Dirk-dar, o algente. Esse erano simili ai versanv come fattezze, camminavano
su gambe lunghe e snelle, con piedi affusolati corti e stretti, possedevano
corpi slanciati, agili e armoniosi, e tutto in loro era divinamente proporzionato.
Possedevano visi simmetrici, con bocche strette e labbra carnose, nasi piccoli
e diritti, e occhi affascinanti dalla forma delle mandorle che si distinguevano
per l’infinità di colori che caratterizzavano le iridi. Avevano lunghi
capelli di seta che luccicavano al sole come oro, e una pelle liscia e vellutata,
ancor più del ghiaccio stesso il cui colore andava dall’argento all’oro,
o dal blu cobalto del mare al verde dell’erba. Erano creature fantastiche
che vivevano pacificamente, inconsce di emozioni negative, per loro esisteva
solo la pace e la tranquillità, questa era quella che i popoli di Titiam
avevano definito la prima età, e che gli uomini , nei loro racconti,
definivano l’età dell’oro.
Raccontò del tempo delle sfingi, un popolo che discendeva dalle creature
di ghiaccio che per primi avevano cominciato a porsi domande sulla loro esistenza.
Queste erano creature magnifiche dalle svariate forme, gigantesche e pacifiche,
il cui unico scopo era quello della conoscenza. Nella mitologia degli antichi
popoli di Titiam, tale era veniva ricordata come il tempo della prima coscienza,
ma gli uomini lo definivano il tempo della caduta. Secondo loro in questo
tempo i primo uomini avrebbero cominciato a disobbedire alle leggi del divino
e per il loro affronto nel volerne carpire la conoscenza furono puniti. Gli
uomini definiscono questo tempo la cacciata dal giardino dell’eden, o caduta
nell’averno, ma, aveva aggiunto, gli uomini in fine non avevano fatto altro
che modificare i miti di Titiam confondendoli con i loro e per questo ora
la mitologia era così complessa.
Il nonno raccontò poi altre vicende riguardanti la storia e di come
la distruzione dei documenti storici fatta dagli uomini avesse contribuito
a renderla ancora più incerta. Raccontò di come certe caratteristiche
prese dai popoli mitici, ancora presenti sul continente come i Medir, gli
Intoma i Tubkor e gli stessi Egeli, fossero state prese attraverso maledizioni
scagliate dagli Equari prima di subire il loro esilio, ma di come, certamente,
sepolto nelle profondità del pianeta, vi fosse il male dal quale la
grande anima era stata messa in guardia e di come essa, per purificare ogni
sua condizione maligna, lo avesse sepolto nella terra. Dalle viscere del pianeta
esso avrebbe cominciato a combattere per poter emergere e dominare sulla creazione
di Virsinnia, la grande anima. Esso era conosciuto col nome di Murtvan e il
suo regno Razbahan, ossia ciò che gli uomini definivano Inferno. Raccontò
che in questo regno Murtvan generava creature dal fuoco, ma incapace di dare
loro l’armonia di cui non disponeva giacché il suo animo era malvagio,
ciò che generava erano quelli che nella mitologia sarebbero poi stati
definiti demoni. In queste varianti si raccontava che gli Equari erano stati
dei grandi eroi che avevano affrontato le creature demoniache che Murtvan
faceva emergere nel mondo esterno per sopprimere e dominare i popoli minori
e qui sorgevano i collegamenti che avevano infine portato questi eroi a generare
dagli stessi popoli minori gli eserciti che poi, una volta sconfitti i demoni
di Murtvan, avrebbero dato origine alle grandi guerre che avrebbero portato
alla condanna degli equari stessi.
Il nonno raccontò che secondo la mitologia eroi e dèi avevano
anche loro un preciso compito da svolgere e un percorso da compiere per il
conseguimento della loro evoluzione, ma il mondo fisico era pieno di insidie
e per questo ogni essere senziente, perfino un dio, poteva peccare di vanità,
orgoglio e arroganza. Commettere degli errori, se non si era pronti ad affrontare
la via verso un evoluzione superiore poteva essere molto, molto pericoloso.
“Che cosa accade se si accede ad un livello superiore senza aver compreso
le fasi precedenti?” azzardò allora a chiedere dimostrando grande intuito
il piccolo Gilo. Delo restò per un attimo interdetto, intuendo di fronte
alla domanda del nipote quanto la sua mente fosse scaltra. Esitò incerto
sulla risposta e prima di rivelare ciò che un livello inconscio gli
faceva intuire volle precisare ancora che si trattava solo di storie “la mitologia
non è una scienza esatta piccolo mio, non trattarla come una cosa reale,
essa cerca solo di spiegare con metafore ciò che noi non riusciamo
a comprendere, infatti varie sono le storie che cercano di giustificare la
natura delle molteplici esistenze, ma nessuno sa veramente come siano andate
le cose, come vedi, vi sono molte varianti sull’origine dei popoli e dei misteri
occulti di Titiam. Tuttavia, secondo la mitologia, l’intervento di un Dio,
a qualsiasi livello e in una qualsiasi dimensione, che non abbia percorso
nel giusto ordine il proprio cammino di conoscenza, potrebbe causare sconvolgimenti
e confusione nell’intero universo” rivelò. Il piccolo Gilo restò
in silenzio con espressione chiaramente pensierosa, poi azzardò ancora
“gli Equari non erano pronti?”
Ancora una volta il nonno dovette riflettere sulla scaltrezza del giovane,
e cominciava a chiedersi se era il caso di continuare a raccontare, ma ormai
sembrava che nulla lo potesse impedire, alzò gli occhi al cielo e osservò
ancora Aquima Iop, anche lui non avrebbe dovuto vederla “secondo questa versione
della mitologia, no” attese qualche secondo, poi, come se fosse costretto
a farlo, a fatica aggiunse “l’universo sembra inquieto”.
“Ma questo universo è dominato da Virsinnia, e lui può sistemare
tutto”. Disse tra timore e speranza il giovane versanv.
Delo lo guardò e non riuscì a sottrarsi al sorriso che l’ingenuità
adolescente rivelava nei suoi occhi speranzosi “molte sono le incognite che
riguardano gli dèi, e impossibile è per noi, relegati ad un
livello cosi basso comprendere quale sia il loro pensiero, ma se io dovessi
trattare la questione mitologicamente direi che Virsinnia ha cercato solo
di rendere consapevoli dei propri poteri i suoi fratelli. Gli Equari, essendo
una parte stessa di Virsinnia, devono possedere il suo stesso potere, ma ancora
non ne sono consapevoli e questo è probabilmente solo una fase del
percorso che essi devono compiere. Virsinnia deve aver donato loro questa
opportunità per elevarli ad un livello superiore e per tanto questo
universo non gli appartiene più, egli, o essa, secondo me ha abbandonato
da tempo questo livello ed ora tutto resta nelle mani dei suoi fratelli, sono
loro a dover mettere ordine nel caos che la loro incompleta istruzione ha
causato”.
“Ma questo significherebbe che Virsinnia ci ha abbandonati e ciò rivelerebbe
una crudeltà che la religione non insegna esistere nel dio supremo”.
“Infatti non esiste, e non esiste nemmeno in Virsinnia, benché non
sia il Dio supremo, ma devi comprendere una cosa molto difficile per capire
ciò, ed è quella che, come un monaco Iasset potrebbe insegnarti,
noi tutti siamo già degli dèi, in quanto da loro nasciamo prima
come pensiero, poi come emozione e poi come azione attraverso lo spirito,
e solo in fine come creature viventi, solo allo scopo di comprendere in un
percorso inverso che la nostra esistenza altro non serve che a renderci consapevoli
di ciò. Se sapremo esplorare nel modo giusto il nostro percorso, un
giorno noi stessi potremmo essere Virsinnia, così come Virsinnia un
giorno potrà essere Dio”.
Gilo restò nel silenzio sentendo una gran confusione dentro a sé,
ma capendo anche che quell’insegnamento che oggi gli appariva arduo e incomprensibile
conteneva in realtà delle verità assolute che solo il tempo,
forse, gli avrebbe dato modo di comprendere. Non domandò altro al nonno
e alzando gli occhi tornò a fissare Aquima Iop.
(torna
all'indice)
I sedentari versanv, erano grandi conoscitori delle storie mitologiche e di
ciò che restava della storia di Titiam, ma poiché timorosi e
pigri mai, o pochissimi di loro, si erano allontanati dalle sicure terre di
Rumdok per esplorare il vasto continente. Cosicché, sebbene le voci
che giungevano dalle vicine comunità degli uomini, più audaci
e temerari esploratori del continente, portavano notizie che potevano dar
loro conferme dell’esistenza di etnie che si dicevano discendenti di popoli
o eroi raccontati dalla mitologia, essi mai avevano avuto l’opportunità
di assicurare l’esistenza di altri gruppi razziali.
Perfino i monaci Iasset non detenevano alcuna conferma, e gli Equari erano
figure del tutto sconosciute di cui la mitologia non descriveva neppure l’aspetto.
Tuttavia, negli anni recenti, le strane voci portate dagli uomini viaggiatori
si erano fatte più insistenti su avvistamenti di insolite creature
sfuggevoli tra le montagne dell’Ugmu-an. Gli uomini però non godevano
di gran considerazione tra i popoli minori. Dal giorno del loro arrivo si
erano resi protagonisti di vicende che li avevano resi inaffidabili ma soprattutto
poco accetti.
Essi avevano dato origine al nuovo calendario di Titiam, suddividendo l’anno
in 12 mesi e obbligando le popolazioni ad imparare e usare solo la loro lingua.
In principio, quegli esseri, giunti dal cielo su strane macchine volanti,
avevano suscitato un interesse particolare ed erano stati ben accolti. Essi
erano apparsi come angeli quando su Itcart ancora imperversavano disordini
dovuti ai conflitti residui delle grandi guerre.
Delo raccontò al piccolo Gilo che esisteva un libro che raccontava
tutto sulle grandi guerre dette “degli annali”. Tre erano state le più
importanti, nella prima delle quali gli Intoma erano stati quasi completamente
devastati ed il loro declino era stato definitivo, rifugiatisi nelle inagibili
terre del beltfraio dove nessun altro popolo poteva inoltrarsi e scomparendo
dalle cronache, tale condizione aveva dato origine a leggende secondo cui
ora li si considerava praticamente estinti. Per alcuni gli Intoma si erano
isolati nelle remote regioni del Beltfraio per paura, per altri invece lo
fecero per saggezza, decidendo di isolarsi dalla contraddizione e discordia
del mondo. Tali insinuazioni avrebbero finito per generare leggende secondo
cui gli Intoma sarebbero stati un popolo vile, pavido e intollerante, e altre
leggende secondo cui sarebbero invece stati il vero popolo eletto, superiore
anche agli Egeli.
I Tubkor erano sempre stati i maggiori procacciatori di conflitti, tuttavia,
a dispetto di quello che si potrebbe pensare, il terzo e più devastante
conflitto, vide protagonisti i Medir contro gli Egeli, e non fu per questioni
territoriali, ma semplicemente per questioni morali. I popoli di Itcart vedevano
negli Egeli i protettori del continente e i Medir non accettavano di essere
considerati solo un appoggio per gli Egeli. Tale discordia portò ad
un profondo odio tra i due popoli che nel tempo sfociò in un terribile
e sanguinoso conflitto. In questo periodo I tubkor approfittarono della discordia
tra i due popoli per espandere i propri territori invadendo e sottomettendo
le popolazioni degli Hokiv e degli stiggs, fu in questo periodo, e adesso
il nonno confondeva la mitologia con la storia, che nonostante la fine del
conflitto tra Egeli e Medir, e l’intervento degli Egeli stessi a difesa dei
popoli minori, si perpetuò la scomparsa degli Hokiv e l’estinzione
degli stiggs. Con la conquista di nuovi territori i Tubkor avanzarono nuove
pretese e altri conflitti si perpetuarono in conseguenza, coinvolgendo anche
i pacifici versanv e ciò che restava di etnie minori. Per questo quando
gli umani giunsero dal cielo con le loro astronavi, la tecnologia e le armi
devastanti furono visti come angeli.
Il popolo delle stelle, com’era stato battezzato, apparve come l’invio celeste
di una divinità. Essi giunsero con tecnologie così avanzate
che sembrava impossibile poterli contrastare. Gli uomini avrebbero potuto
prendere possesso dell’intero pianeta se lo avessero voluto, ma ciò
non sembrava essere nelle loro originali intenzioni. Essi cercavano un luogo
dove stabilirsi perché la loro civiltà aveva subito una tragica
catastrofe, ma su Itcart regnava il caos e gli uomini potevano stabilizzarlo.
Furono accolti come angeli divini, a loro si sottomisero ben presto i popoli
minori e gli Egeli furono scaltri ad allacciare con loro un’alleanza. Ben
presto, grazie a questo intervento il caos delle guerre ebbe fine e su Itcart
iniziò l’era degli uomini. Essi decretarono dei cambiamenti, ma nulla
che non potesse essere accolto, inoltre sembravano godere del favore divino
e per tanto andavano ascoltati. Essi cercavano strane cose che gli abitanti
di Itcart non conoscevano, ma a quei tempi gli uomini apparivano pacifici
e i popoli minori furono ben felici di collaborare e aiutarli nei loro progetti.
Inoltre gli Egeli stessi ne erano alleati, sebbene vivessero lontani nelle
terre dell’est, e nei primi decenni di dominio umano, uomini ed Egeli intrattennero
tra loro rapporti amichevoli. Ma poi qualcosa cambiò.
Gli uomini promettevano una tecnologia che avrebbe portato comodità
e privilegi a tutti i popoli di Titiam, ma dicevano che per tale evento avevano
bisogno delle risorse energetiche di cui, erano certi, Titiam era ricco. Compivano
prodigi con i loro macchinari ed i popoli minori, inizialmente divertiti da
quell’estrosità puzzolente e rumorosa, avevano ceduto alle lusinghe
degli uomini e assecondando e assimilando il loro insegnamento si offrirono
compiaciuti di aiutarli nella ricerca del sangue nero, quello che chiamavano
petrolio. L’unica energia in grado di alimentare le invenzioni prodigiose.
Gli umani si erano insediati ai margini dei deserti di Rug hae, dove sostenevano
che nel sottosuolo scorressero fiumi di sangue nero. Con potenti trivelle
avevano cominciato a crivellare la terra, destando non poca curiosità
nei pacifici abitanti del continente che tolleravano divertiti la loro bizzarria.
Ben presto però, le scorte energetiche in grado di far funzionare i
macchinari possedute dal popolo umano, cominciarono a scarseggiare e del liquido
nero non si era ancora trovato traccia, così gli uomini, una volta
terminate quelle risorse, iniziarono a diventare irosi e perfidi. Abituati
ai loro agi, non riuscivano a adattarsi al lavoro e per motivi che ai popoli
minori restavano sconosciuti, aggredirono con rabbia le genti delle valli,
scatenando una nuova spaventosa guerra. Inizialmente essi si limitarono a
far sì che le genti di Itcart lavorassero per loro, ma l’avidità
li portò ad esigere sempre di più fino a quando gli Egeli non
sopportarono più e decretarono gli umani fuorilegge e non appartenenti
al mondo di Titiam. Ma gli uomini possedevano armi terribili che nemmeno la
forza degli Egeli era in grado di contrastare. La guerra portò una
grave disfatta al popolo egelico che fu costretto a fuggire abbandonando i
popoli minori al loro destino. Fu in questo periodo che, secondo un’altra
versione della mitologia, gli Egeli attraversarono l’intero continente per
isolarsi sulla mitica isola di Vann, raccontò ancora il nonno. Gilo
lo guardò perplesso e in cuor suo ammise che la mitologia era veramente
complessa e poco chiara, ma poi ricordò di come gli era stato spiegato
che proprio grazie alle modifiche degli uomini ciò era stato possibile
e, seppure da molti anni tra versanv e uomini vi fosse una pacifica convivenza
come di buon vicinato, Gilo cominciò ad avere una certa repressione
per questo popolo.
In conseguenza alle dichiarazioni degli Egeli, continuò intanto il
nonno, gli uomini dichiararono l’inizio di una nuova era e si imposero come
sovrani del pianeta. I Tubkor videro in questo atto di sopruso un nuovo ideale
di conflitto e, animati dal loro carattere guerrigliero mossero l’esercito
contro gli uomini. Ma anche la loro forza sembrò inerme contro le potenti
armi degli uomini, infatti i Tubkor facevano dello scontro fisico il loro
punto di forza, ma gli uomini potevano contrastarli tenendoli a distanza e
i Tubkor furono costretti ritirarsi. Infine gli uomini aggredirono i Medir,
solo per dimostrare a tutti chi erano i più forti, costringendoli a
ritirarsi sempre più a nord, dove gli umani non gradivano il clima
e per tanto non si spinsero oltre nel loro inseguimento. Dopo aver stabilito
la supremazia, imposero le loro leggi, l’uso assoluto e unico del linguaggio
umano e la loro religione, distruggendo ogni forma di ritualità da
loro ritenuta pagana, e Itcart cadde nuovamente nello sconforto, sotto un
dominio dittatoriale per molti altri secoli. Imposero la loro cultura in tutto
e specialmente nell’architettura. Sorsero così castelli dalle alte
torri e cattedrali dove si veneravano i culti umani. Trascorsero così
molti secoli, anzi, più di un millennio, nel quale gli uomini poterono
cancellare e devastare ogni residuo di ricordo a loro sfavorevole, e in questo
tempo governò un regime terroristico, mantenuto con l’apporto delle
micidiali armi, ma ad un certo punto anche queste persero la loro efficienza.
Sembrava, infatti, che anche quelle armi dipendessero da elementi naturali
che su Titiam non esistevano, e le varie miniere fatte scavare dagli uomini
alla ricerca della polvere esplosiva non avevano avuto esiti positivi. Gli
uomini tennero nascosta la perdita dell’efficienza delle armi affidandosi
alla logica della persuasione e del terrore, finché un gruppo di sovversivi,
stanchi di vedere come i popoli minori erano trattati, diffusero la notizia
che gli uomini non possedevano più potere. Ci fu allora una rivolta
e le genti di Titiam, più numerose, scacciarono gli umani, costringendoli
a salpare con navi che loro stessi avevano costruito. Furono tempi di grandi
scontri dove i popoli minori scoprirono la violenza e sfogarono la rabbia
con torture atroci verso gli uomini, soltanto i sovversivi furono risparmiati
e in cambio del loro contributo lasciati liberi nella terra di Himor. Restarono
comunque isolati perché odiati dagli Itcartiani, e ripudiati dai corrispondenti
fuggitivi che, dopo aver attraversato l’oceano pelagico si erano stabiliti
nel continente occidentale di Sirrhas dove avevano incontrato altre genti,
ma lì la storia fu diversa.
Giunti in quello che battezzarono il nuovo continente, incontrarono le tribù
indigene, i Namem. Sagome quasi del tutto uguali a loro che subito battezzarono
pelle rosse, in poco, infatti, quei corpi perfetti per definizione si distinguevano
dagli umani e una di queste caratteristiche era la pelle, rossa come la terra
di Iofco. Avevano lunghi capelli neri più del carbone e lisci come
il mare di Ebabonv, e vestivano con piccoli pareo che poco coprivano di quella
pelle vellutata dai muscoli poderosi. I loro ornamenti erano fatti di piume
e le fronti erano cinte da fasce di pelle, dipinte con strani disegni. Le
donne erano di una bellezza straordinaria, con occhi scuri e sensuali corpi
snelli e longilinei. Ma gli uomini, ancora pervasi dalla loro fobia, non percepirono
la gentilezza e la meraviglia di quel popolo e con gli ultimi residui bellici
rimasti cercarono di sottomettere anche quelle tribù. I Namem che erano
sì nobili e amichevoli, ma anche temibili e orgogliosi guerrieri, non
si sottomisero alle violenze dell’invasore e resistettero. Così una
nuova guerra ebbe inizio nel continente di cui le genti di Itcart ancora ignoravano
l’esistenza. Non gli Egeli però. Essi, infatti, avevano scoperto il
nuovo continente molti anni addietro, infatti, durante la stagione fredda,
il ghiacciaio Degozesie (Il polo nord), si univa con i ghiacci di Juaf sull’isola
di Vann e a quelli di Tiobek nel nord di Sirrhas. Durante l’inverno dunque
gli Egeli attraversavano il continente polare e intrattenevano scambi commerciali
con gli amici Namem. La guerra con gli umani durò pochi mesi, fino
al giungere dell’inverno quando pervennero gli Egeli. Questi, trovando il
caos causato dagli uomini intervennero in aiuto degli amici pelle rossa, sottomettendo
rapidamente gli uomini che nulla potevano contro le qualità quasi soprannaturali
degli scatenati felini. Gli uomini capitolarono miseramente, ma sapendo che
ben peggiore sarebbe stata la loro sorte se fossero tornati nel vecchio continente,
patteggiarono una resa dignitosa. I Namem con incredibile altruismo, li lasciarono
liberi d’insediarsi nelle sperdute e sconfinate valli a sud dello Iufcebat,
il fiume che tagliava in due il continente. Gli Egeli, abili diplomatici,
intervennero per trattare la resa degli esiliati uomini oltre le regioni a
sud della terra arrida di Vu fag Mia, che essendo questa abitata solo da animali,
alberi e grandi valli, si proponeva come un perfetto confine invalicabile.
Imposero loro una pacifica esistenza minacciandoli di ridurli in schiavitù
se avessero ancora tentato di invadere qualsiasi altra popolazione, ma per
accertarsi che non vi fossero più conflitti, gli Egeli insediarono
una propria colonia nel continente Sirrhas, con la benedizione dei Namem che
di quel continente erano i padroni. Così col passare degli anni una
nuova popolazione si generò su Titiam, gli Egeli ed i Namem, vivendo
pacificamente a contatto, si fusero tra loro e la combinazione tra le due
diverse etnie diede origine ad una nuova razza: i Druini. Questi combinavano
caratteristiche fisiche e pratiche, così si potevano riscontrare pelle
rossa con sguardi felini capaci di volare come il vento e abili con l’arco
come lo erano i Namem, o manti felini sopra muscoli possenti con sensi super
sviluppati o altre misture che facevano di questa nuova razza un popolo straordinariamente
vigoroso e particolare. Col tempo però, i Druini crearono una propria
comunità sentendosi a disagio per le caratteristiche rappresentate
dalla diversità dei loro aspetti eterogenei e si spostarono a nord
ovest, nelle terre boscose di Guaion. Da allora gli Egeli ed i Namem continuarono
a vivere pacificamente tra loro, ma al fine di non generare altri disagi s’imposero
una divisione etnica, così gli Egeli di Sirrhas si insediarono nelle
terre di Glesd a nord est, dominate dal lungo fiume Dlav mentre i Namem continuarono
a dominare le regioni del centro.
(torna
all'indice)
Erano passati altri dodici anni da quando il piccolo
Gilo aveva appreso le fantastiche storie mitologiche raccontate dal nonno.
Ed ora, a ventiquattro anni, si apprestava a trascorrere il periodo che lo
vedeva passare dall’adolescenza all’età adulta. Per i versanv l’età
adulta aveva inizio con le manifestazioni fisiche, non vi era quindi un anno
definito in quanto tali segni di riconoscimento non avevano una scadenza precisa.
I maschi venivano considerati adulti con la comparsa dei primi peli sul mento,
per questo i versanv andavano fieri delle loro barbe, le femmine invece denotavano
la loro maturità con la manifestazione delle classiche forme distintive
femminili, ossia, l’inizio della crescita del seno. Tali manifestazioni avvenivano
piuttosto tardi in relazione alla longevità, tuttavia le femmine erano
più precoci rispetto ai maschi, anticipando i segni della maturità
di qualche anno, i quali vedevano spuntare i primi peli tra i ventitre e i
trenta anni. Gilo aveva ventiquattro anni e sebbene fosse un’età di
tutto rispetto, ancora non era cresciuta nessuna peluria sul suo volto. La
cosa lo infastidiva un po’, come accadeva a tutti i versanv in quella fase
della crescita. Essi, infatti, si ritenevano già maggiorenni, ma sapevano
molto bene che per essere considerati tali avrebbero dovuto attendere gli
esiti naturali, e ciò causava quel disagio che distingueva il carattere
dei giovani entrati nella fase che li rendeva impazienti e scontrosi. Gilo
però sembrava mitigare quel suo periodo, apparendo meno scontroso di
tanti altri coetanei. Ben più irascibile appariva l’amica Flida, una
femmina della sua stessa età, la quale non accettava proprio di essere
considerata ancora un’adolescente, e diveniva sempre più impaziente
giorno dopo giorno. Gilo amava in quel periodo estraniarsi un po’ dai coetanei
e amici scontrosi, così il suo carattere mite lo conduceva a lunghe
passeggiate sulla spiaggia ad ascoltare il suono delle onde calme del mare
di Brump. Il nonno Delo gli aveva raccontato che esistevano esseri capaci
di parlare con le onde, e lui invidiava tali creature, perché spesso
avrebbe voluto comprendere ciò che le onde volevano dire. Era convinto
in cuor suo, che le onde lo chiamassero in qualche modo sulla spiaggia, perché
avevano un messaggio da riferire a chiunque fosse stato in grado di ascoltare.
Lui, a volte, percepiva come una specie di disperazione nel suono delle maree
che sembravano afflitte della sua incapacità di comprendere. Alla fine
concludeva d’essere dotato di un’immaginazione troppo esagerata, e che tutto
ciò si riduceva al suo desiderio di credere a tali esistenze, invece
che pensare, come il nonno gli aveva insegnato, che tutti i racconti mitologici
fossero semplice frutto di invenzioni, per dare una spiegazione più
o meno plausibile al fatto stesso d’esistere. Avveniva così, che l’ascolto
si concludesse con un sorriso alle onde, immaginando che il loro dolce suono
non potesse avere nulla di tragico. Sicché le salutava riconoscendo
a loro una serenità che a lui mancava.
Le notti trascorrevano inermi, ma il giovane Gilo avrebbe avuto ben diversi
motivi di sentirsi agitato, se avesse potuto veramente ascoltare la voce delle
onde e ciò che avevano da dire; e ogni volta che fuggiva da loro, sicuro
che non potessero parlare, quella voce si frangeva contro la spiaggia in un
triste pianto che lasciava nell’aria un odore di antico, un’esalazione che
nessun versanv poteva ricordare, nemmeno il vecchio Delo, che già anni
addietro l’aveva percepita.
Gilo, come ogni altra creatura del continente, non poteva, infatti, immaginare
cosa stava accadendo al di là delle tranquille acque di Brump, il mare
che segnava il confine con l’oceano ventoso di Obed, che in pratica divideva
il vecchio continente dalla mitologica isola It Kesd, dimora dei monaci Iasset.
Gilo ascoltava ancora le storie del nonno Delo quando i monaci avevano cominciato
a percepire il tormento di Titiam, e ancora nessuno aveva compreso che una
feroce malattia stava divorando il cuore stesso della terra. Dervlav aveva
radunato molti anni prima il consiglio dei monaci, ordinando a tutti i difensori
del pensiero di Titiam, di tenersi pronti a tempi ardui, impervi e difficili.
La guerra si era scatenata dopo un breve periodo di tregua. Ma la contesa
che si combatteva tra gli Iasset e le forze del male provenienti dall’ipogeo,
non si combatteva con armi convenzionali, ma a suon di magie ed incantesimi,
e spesso Gilo si era chiesto cosa fossero quei bagliori che, in alcune notti,
si scorgevano lontani, così distanti da sembrare provenire da oltre
lo stesso Obed.
Dagli abissi della terra erano giunti, silenziosi quanto terribili, i demoni
del misterioso ed ignoto signore tenebroso. Tante erano le figure mitologiche
di cui perfino il vecchio Delo ignorava l’esistenza, ed il signore oscuro,
Murtvan per i monaci Iasset, ne era l’essenza più perfida e malvagia.
I demoni, generati dal suo pensiero nello stesso modo in cui Virsinnia aveva
creato l’universo, erano stati intrappolati nella terra dalla grande anima
stessa. Murtvan racchiudeva in sé, infatti, tutto ciò che di
malvagio la grande anima aveva voluto sotterrare e dimenticare, per questo
il demone era la più distruttiva forza esistente su Titiam, egli, infatti,
non aveva la benché minima conoscenza di una qualunque forma di bontà.
Non aveva cuore né anima, solo perfidia e distruzione dominavano il
suo pensiero, e inutile sarebbe stato cercare di trattare con lui. Tutto ciò
che desiderava Murtvan era distruzione e caos, morte, rabbia e odio. Cosi
era il mondo che voleva, ed ora che dopo lunghi secoli di tenebrosa prigionia
aveva trovato il modo di uscire, sfruttando le guerre del passato che lui
stesso aveva provocato con i suoi influssi, nutrendosi di quell’odio che lo
aveva rafforzato sempre più, costringendo i popoli delle terre emerse
a dimenticare le proprie origini e quindi a scordarsi di mantenere per loro
la protezione della grande anima, si apprestava finalmente ad appropriarsi
di ciò che riteneva suo: il regno di Virsinnia.
Soltanto quando i primi monasteri alle pendici dell’isola erano caduti, Dervlav
aveva compreso quanto terribile fosse la minaccia, ma sapeva che Murtvan in
persona non poteva muoversi al di fuori delle tenebre, l’unico elemento dove
riusciva ad esistere, almeno fino a quando il mondo stesso non ne fosse stato
immerso. Quindi, qualcuno più debole di lui doveva guidare le truppe
all’assalto, ma tra queste vi erano degli Hokiv, il che significava che i
sigilli stavano cedendo.
I monaci sapevano che la forza di Murtvan poteva essere contrastata solo da
creature che disponevano d’una potenza pari alla sua, ma tale forza era paragonabile
a quella dei cinque re, e gli ultimi esseri divini ad aver avuto tali attributi
erano stati gli Equari, tre dei quali, come raccontavano le leggende di Titiam,
erano caduti loro stessi vittime dell’oscurità demoniaca, mentre il
quarto, era esiliato in un luogo dove nessun essere senziente, attraverso
le pur forti qualità che poteva sviluppare nella sua esistenza, non
aveva facoltà di accedere.
Dervlav stesso però, ignorava l’origine del nemico che guidava la battaglia
e, convinto che i suoi monaci potessero resistere all’invasione, proseguì
in una guerra che si promulgò per più di dieci anni. Molti furono
i monaci fatti prigionieri mentre Dervlav ancora ignorava il motivo di tante
catture e nessuna esecuzione. Iniptu, il grande monastero dove dimoravano
i più potenti tra gli Iasset era difeso con determinazione, ma i Monsidosh,
demoni minori che non per questo erano meno terribili, avanzavano comunque
nella loro ascesa alla vetta, con difficoltà ma successo. In dieci
anni di battaglia erano caduti Ubnaqu, Eim-sik e Kreirf, tre dei più
importanti monasteri oltre alle decine di conventi minori, e la vetta era
stata quasi raggiunta quando uno dei monaci sfuggito alla cattura era giunto
a Iniptu informando Dervlav che un essere brillante di luce fredda, con grandi
ornamenti sulla fronte e catene d’oro tra le mani guidava l’esercito dei Monsidosh.
Allora tutto divenne chiaro a Dervlav, ma ormai tra Iniptu e l’esercito dei
demoni resisteva solo Cubrapko e un monastero minore.
Dervlav ordinò ai monaci di Cubrapko di resistere più a lungo
possibile, ma di non lasciarsi catturare vivi. In poche parole il sacerdote
ordinava di morire piuttosto che cedere alla cattura, mentre lui stesso scendeva
il pendio per accorrere in aiuto. Passando lungo la scarpata Dervlav si era
fermato al monastero minore Emited e lì, con apparente spietata crudeltà,
aveva sopruso tutti i giovani monaci, andando contro la legge imposta dal
pensiero di Titiam, secondo la quale nessun monaco poteva donare la morte
ad alcuna creatura, specialmente ad un altro monaco Iasset, né poteva
porre fine di propria mano alla relativa vita. Dervlav era ben consapevole
di condannare se stesso per quel gesto, ma, ormai conscio di quanto stava
avvenendo, non aveva visto alcuna via d’uscita. Giunto a Cubrapko liberò
dalle catene i monaci imprigionati dalle creature infernali e facendo scaturire
dalle sue mani tuoni e fulmini li scagliò lungo i pendii dell’isola,
allora si trovò di fronte al temibile avversario fatto di fredda luce.
“Leknan” pronunciò con ripugnanza riconoscendo l’Equario caduto “dovevo
immaginarlo. Solo tu potevi cedere alle lusinghe di Murtvan”. Uno strano sorriso
sembrò formarsi tra la sagoma gelida del viso di luce, mentre il suo
sguardo si volgeva verso il basso dove i pochi monaci salvati dalle catene
rotolavano.
“Non basta una caduta a ucciderli” sogghignò con perfidia, e dalle
sue mani partirono decine di catene d’orate portanti sigilli incandescenti.
Dervlav vide le catene stringersi al collo dei primi monaci raggiunti, e comprese
che nulla avrebbe potuto fare contro tali sigilli. Essi erano perduti per
sempre, allora gridò e scagliò i suoi fulmini contro la cima
di It Kesd provocando una possente frana, poi soffiò sui massi rotolanti
imprimendo loro una velocità che superava le catene di Leknan. La frana
investì i sopravissuti e li sotterrò. La luce fredda di Leknan
sembrò incendiarsi per la furia e subito l’Equario strattonò
le sue catene. Dalle macerie una decina di sagome imprigionate dal collare
d’orato riemersero miracolosamente, sollevate come piume dalle mani di Leknan
che guardò con perfida malvagità Dervlav, poi sorrise con altrettanta
malvagità e con forza gettò lontano le catene con i prigionieri
appesi. Dervlav sapeva che la terra li avrebbe inghiottiti per imprigionarli
negli inferi dove avrebbero subito tremende torture, ma nel monastero Cubrapko
vivevano ventuno monaci e quindi undici di loro erano stati sottratti alle
grinfie di Murtvan. Il sacerdote sorrise “non li hai presi tutti” lo provocò.
La voce di Leknan tuonò cupa e minacciosa “era previsto” disse “ma
il danno è minore di quanto non mi fossi aspettato, in fin dei conti,
tu non puoi più sfuggire” annunciò come se il suo unico obiettivo
fosse lui.
Dervlav accolse la sfida “lo vedremo” disse, mentre alle sue spalle l’esercito
di Monsidosh dopo aver ridotto in macerie Emited, avanzava imperterrito verso
Iniptu. Dalle mani del monaco partirono grandi fiamme azzurre che investivano
Leknan.
“Non troveranno più nessuno lassù” urlò con soddisfazione
contro l’Equario pervaso dalle fiamme. Un’esplosione azzurra illuminò
le ombre di It Kesd dando l’impressione che nulla potesse sopravvivere a tale
impatto, ma dopo un po’ le fiamme si dissolsero come nebbia e Leknan trasparì
dei residui del fumo con un sorriso perfido e compiaciuto.
“Tu non sei un dio Dervlav, credi veramente di potermi contrastare?” provocò
il monaco, e subito dopo scagliò le sue vampe, rosse più del
sangue e roventi come il sole .
Dervlav osservò spaventato le lingue di fuoco corrergli incontro. Roteò
le braccia davanti a sé facendo compiendo un cerchio immaginario e
le fiamme sembrarono scontrarsi contro uno scudo invisibile. Le fiamme si
aprirono a ventaglio oltrepassando il vecchio senza nemmeno sfiorarlo, ma
quando la vista di Dervlav fu liberata dal muro di fuoco, Leknan gli stava
di fronte con un ghigno maligno. L’ombra di luce fredda stava talmente vicina
al monaco che ora il vecchio poteva ben distinguere il suo viso trasmutato
da una maschera rabbiosa, e dove prima vigevano occhi severi ma leali, ora
apparivano due orbite nere e profonde che sembravano pozzi infiniti, sulla
fronte bianca erano incastonate una serie di pietre brillanti, smeraldi, rubini
e diamanti, di cui l’Equario sembrava avido. Il viso era sfocato dalla luce
glaciale che lo offuscava, come se davanti vi fosse un velo di nebbia, ma
era dalla sua bocca che fuoriusciva quella nebbia offuscante, che come un
alito di morte lo circondava come fosse un guardiano assiduo. Le braccia del
malvagio si protesero, nell’atto di spingere verso il monaco e Dervlav si
sentì sollevare e scagliare lontano da una forza terrificante ancor
prima che l’Equario lo potesse toccare. Una fredda parete di roccia frenò
la caduta ed una piccola frana cadde su di lui, allora alzò il viso
sfinito e osservò l’Equario avvicinarsi.
“Sei stato uno sciocco Dervlav” lo sentì gridare con una voce che produceva
mille echi “hai distrutto te stesso per liberare pochi adepti” rise, ma in
lui era evidente la rabbia per quanto il monaco aveva fatto.
“Non potrai far loro più alcun male” rispose con soddisfazione il monaco
mentre guardava l’ombra avvicinarsi, consapevole che la sua fine era vicina.
L’Equario lo fissò incredulo “si, ma così facendo hai disobbedito
alle leggi secondo le quali un monaco non può togliere la vita ad alcun’altra
creatura della grande anima, pena la sua stessa distruzione” poi una risata
fece tremare la terra. “Ti credevo veramente più astuto” proseguì
mentre dall’alto della cima un boato faceva istintivamente alzare lo sguardo
al monaco per osservare le macerie di Iniptu franare come fragili case d’argilla
sotto la furia dei Monsidosh. L’Equario rise di nuovo “credi veramente che
sia il tuo inutile monastero ciò che volevo?”. Sul viso di Dervlav
apparve sconforto e paura, come se solo in quel momento riuscisse a comprendere
la gravità della situazione.
“I tuoi miseri seguaci non mi spaventano certo, avresti potuto liberarli anche
tutti se avessi voluto, no vecchio mio, l’unica potenza che m’interessa sopprimere
è la tua” urlò, e una catena d’orata scaturì dalle sue
mani. Un possente collare si chiuse attorno al collo del monaco e Dervlav
gridò di dolore. Il suo viso si contorse in una smorfia atroce, poi
una fiammata l’avvolse e dentro ad essa egli sembrò scomparire. Leknan
rimase immobile per alcuni secondi con lo sguardo ansioso, come se fosse stato
colto da un istante di panico. Poi, le fiamme si dissolsero e il vecchio monaco
gli riapparve davanti, in piedi e non più prigioniero del collare.
Il gesto di Dervlav fu rapido ed improvviso sicché Leknan non ebbe
nemmeno il tempo di reagire. Una forza invisibile lo investì e l’energia
del monaco fu così intensa che l’Equario si sentì sospingere
all’indietro da un colpo incontrastabile, questa volta toccò a lui
sbattere contro le rocce di It Kesd, ma l’impatto fu così violento
che dalla fronte del mezzo demone si staccarono alcune pietre, ed uno dei
rubini fu scagliato così lontano da andare perduto nelle vorticose
acque dell’Obed. “Io discendo dalla stirpe di eletti istruiti direttamente
dal quinto re, credi veramente che sia così semplice annientarmi?”
lo provocò il monaco. La furia dell’Equario s’infiammò e rialzatosi,
subito scagliò contro il monaco una serie di fulmini tuonanti “il quinto
re ha lasciato solo un impronta in quella stirpe, non certo la sua forza,
io sono adesso l’unico vero detentore delle più grandi forze di Titiam”.
Dervlav alzò le braccia e come se stringesse tra le mani uno scudo,
deviò le saette che continuavano a piovere su di lui “detentore solo
delle forze del male Leknan” rispose cercando di resistere alla sua furia,ma
alla fine una saetta oltrepassò la barriera del vecchio, e Leknan fu
pronto ad approfittarne lanciando contro il monaco un tuono così potente
da assordarlo e atterrarlo con la forza dell’urto violento. Dervlav cercò
ancora di rialzarsi ma l’Equario era stato svelto a gettarsi su di lui, e
adesso sul collo del monaco stavano strette le mani del mezzo demone.
“I tuoi sigilli non possono fare nulla contro di me Leknan” dichiarò
rabbioso Dervlav. Il volto dell’Equario sembrò illuminarsi di soddisfazione
“lo so vecchio, per questo sono costretto ad eliminarti, ma prima voglio proporti
una via di salvezza, unisciti a me e al signore tenebroso e sarai risparmiato”.
“Sei pazzo” fu la risposta del monaco “nessuno Iasset cederà mai alle
vostre lusinghe” disse.
“Ne sei certo?” lo incalzò l’Equario “tu sai quali atroci torture subiranno
i tuoi adepti prigionieri degli inferi. Staranno gia supplicando la pietà
del signore tenebroso”.
“Non cederanno perché è solo il loro corpo a soffrire”.
Leknan rise. “Sì certo, ma le loro anime non saranno mai liberate perché
laggiù non incontreranno la morte e resteranno per sempre prigioniere.
Soffriranno più dei mortali corpi finché cederanno al dominio
di Murtvan, ma tu li puoi liberare subito, ti propongo uno scambio, la tua
fedeltà in cambio della loro libertà”.
Dervlav esitò per un istante, un eccesso di altruismo lo colse sentendo
pervadere il suo animo dal gesto che avrebbe potuto compiere per il bene dei
suoi fratelli, ma poi si rinsavì, sapendo che se il signore tenebroso
fosse entrato in possesso della sua forza, niente e nessuno lo avrebbe più
potuto fermare.
“Non cederò mai alla sua malvagità” rispose, e sentì
le mani dell’Equario stringere la gola con più forza. Urlò per
il dolore delle ustioni che la presa ghiacciata provocava sulla sua pelle.
“Non c’è più scampo per Titiam e le sue popolazioni, e tu lo
sai benissimo, tua era l’unica forza che Murtvan temeva, ma hai fallito, hai
rinunciato ai tuoi poteri per salvare poche anime, se adesso ti ucciderò
il tuo corpo s’incenerirà e l’anima si dissolverà. Nulla resterà
più di te, questa è la punizione per chi disobbedisce alle leggi
Iasset, lo sai bene, unisciti a me e cammineremo insieme da dominatori in
questo mondo”.
“Il mondo in cui camminerai sarà fatto di tenebra e morte” lo avvisò
Dervlav.
“Meglio il dominio delle tenebre che la schiavitù della luce” rispose
Leknan con rabbia, e fu quella stessa rabbia che fece sorridere Dervlav, in
essa percepiva il suo punto debole, poiché la rabbia era simbolo di
imperfezione “hai ragione Leknan quando dici che io non sono un dio, ma sono
certo che se Virsinnia ci osservasse in questo momento non sarebbe certo a
te che rivolgerebbe la sua grazia”. Gli occhi di Leknan si infiammarono per
la rabbia e le mani strinsero ancor più la presa “non tentare di oltraggiarmi
vecchio. Virsinnia se n’è andata da questo universo e questo mondo
non le appartiene più” urlò rabbiosamente. Dervlav resistette
al dolore e difese ancora la grande anima creatrice “tutti le apparteniamo”
provocò il mezzo demone, ma se con queste parole sperava di porre fine
alle sue sofferenze, facendo in modo che l’ira di Leknan lo annientasse subito,
dovette ricredersi e per un istante gli parve di scorgere ancora una scintilla
di luce pura negli occhi dell’Equario.
Le mani di Leknan mollarono la presa e la sua ombra gelida si alzò
in tutta la sua maestosità. Da terra a Dervlav quell’ombra minacciosa
sembrò ancora più grande, e una forte tristezza lo pervase nel
comprendere quanto duri erano i tempi che si stavano per abbattere su Titiam.
“Una nuova grande forza sta per prendere possesso di questo mondo, e da qui
egli dominerà tutto l’universo, giacché voi siete stati abbandonati
dal vostro dio ed egli è ciò che più di ogni altra creatura
detiene il diritto a subentrargli”.
“La forza di cui parli e della quale sei divenuto suddito è solo una
forza del male Leknan, voi Equari eravate i veri detentori dell’eredità
di Virsinnia” Dervlav si protese verso l’Equario con un ultima scintilla di
speranza negli occhi “voi siete fratelli, e non è ancora troppo tardi
per riabilitarsi ai suoi occhi” disse in un ultimo tentativo di redimerlo.
Leknan osservò la disperazione del monaco come se le sue parolo fossero
per lui una conferma d’umiliazione verso la paura che lo stava sopprimendo,
e in essa assaporò la propria gloria, l’essere più potente di
Titiam era sconfitto e ciò, in pratica, designava già il trionfo
del signore oscuro sul mondo della luce. L’Equario sorrise spezzando in quel
ghigno ogni speranza del monaco, ma poi, come a volersi scagionare da ciò
che stava per fare affermò: “L’ira di Murtvan si sta abbattendo su
di te Dervlav, non la mia”.
“Tale condanna sarà la tua punizione” rispose allora il monaco. Una
fredda lama di luce si proiettò dalle mani dell’Equario, e Dervlav
sentì la spada trafiggergli il petto con un gelido dolore. Lanciò
un urlo tremendo, ed il tuono sembrò accogliere nell’infinito la sua
voce.
“Non ci sarà più pace su Titiam” lo avvertì l’Equario
prima che l’anima lasciasse il suo corpo “devi sapere che bene ha lavorato
il mio padrone, seminando il tormento nel mondo e traviando gli animi dei
suoi abitanti. Le guerre che si sono succedute, hanno rafforzato la sua tempra
ed ora egli è pronto a prendere il dominio su Titiam come gli spetta.
Devi sapere che è stato lui a guidare gli umani attraverso l’universo
fin qui, perché essi sono fragili e perversi, facili da soggiogare,
corrotti e malvagi, avidi di potere, per il quale sono disposti perfino ad
uccidersi tra loro. Hanno animi effimeri e sono privi di qualunque lealtà,
essi sono corruttibili ed inaffidabili e la loro instabilità morale
li rende facili prede. Le genti di Titiam si lasceranno ingannare facilmente
da loro e saranno la nostra arma vincente perché quando essi si saranno
aggiudicati la fiducia dei popoli di Titiam, noi li corromperemo donando quel
potere che ancora bramano. Ora mio caro Dervlav, puoi morire in pace” sogghignò
e spinse in profondità la lama.
“Con questo gesto tu maledici te stesso Leknan” sussurrò Dervlav ormai
impotente, mentre la cenere già consumava il suo corpo. Leknan osservò
con perfidia le ceneri dissolversi attorno alla spada di ghiaccio, poi aspettò
di vedere la nebbia alzarsi da loro e con un gesto del braccio la dissolse
spargendola nel vuoto, consapevole che era tutto ciò che rimaneva della
sua anima. Un forte terremoto sconquassò l’isola di It Kesd nei minuti
successivi e perfino i terribili Monsidosh sembrarono averne paura, mentre
un gran fuoco sembrava volerla bruciare. Leknan aspettò, consapevole
che se lui non fosse stato ciò che era, certamente non avrebbe potuto
sopravvivere alla furia scatenata da Murtvan stesso per accertarsi che sull’isola
conquistata non sopravvivessero null’altro che le sue creature.
Al termine di tutto, uno sconvolgente silenzio s’impose sull’isola distrutta
e un forte senso di desolata mortalità avvolse con macabra inquietudine
l’atmosfera circostante. Leknan osservava con un’espressione che se non fosse
stato per la malignità ormai regnante in lui, si sarebbe potuta definire
triste e desolata; poi un grido si levò dal nulla circostante e subito
dopo una specie di boato ruggente calò dalla vetta. L’Equario alzò
lo sguardo severo e osservò i Monsidosh che festeggiavano sulle macerie
di Iniptu. Grida scomposte e urli animaleschi echeggiavano tra le vette dell’isola
caduta, ma una forte ira sembrava pervadere l’animo dell’Equario che come
colto da un impeto irrefrenabile di rabbia, con un gesto delle braccia scagliò
le sue saette sulla terra che tremò, e fragorosamente si squarciò
sotto i piedi dei Monsidosh festosi, i quali precipitarono nella voragine.
Leknan li osservò dibattersi freneticamente nel tentativo di aggrapparsi
alle pareti del precipizio. Allora gridò, e un forte tuono fece nuovamente
tremare la terra, cosicché anche i pochi che erano riusciti a trovare
un appiglio caddero nel fondo del pozzo. Le sue mani poi si alzarono verso
il cielo e la voce tuonò parole che sembravano un sortilegio. Allora
grandi nuvole si radunarono sulla voragine mentre dal basso dell’isola le
restanti truppe di Monsidosh fissavano stupefatte la furia della pioggia scatenarsi.
In breve il baratro fu investito da forti venti e acque torrenziali ed i monsidosh
prigionieri, immuni al fuoco ma assoggettati dall’acqua, cominciarono ad agitarsi
con affanno, ignorando l’inutilità di resistere all’elemento che li
annientava. Aveva detto qualcuno, che tutti possiedono un punto debole, questo
era quello dei terribili Monsidosh, qualità che il perfido Leknan conosceva
fin troppo bene e per una strana combinazione stava usando per punire i sudditi
per qualcosa che avevano fatto e che in qualche modo lo avevano offeso. I
malcapitati demoni non capivano perché il loro signore stava facendo
questo, e non lo avrebbero mai compreso perché poco dopo l’Equario
serrò con rapidità le braccia e batté le mani unite una
contro l’altra. La terra cominciò a chiudersi mentre la sua voce sussurrava
parole che apparivano minacciose e tremende. Per i malcapitati demoni non
vi era scampo e nella loro limitata intelligenza poterono comprendere che
l’Equario li stava schiacciando inesorabilmente dopo che essi avevano offerto
la propria obbedienza. La terra si richiuse e da ella si percepirono soffocati
gli ultimi urli disperati dei demoni morenti, mentre alle pendici dei picchi
montani gli altri Monsidosh, osservavano sgomenti l’azione distruttiva del
padrone, temendo la sorte malevola contro loro stessi. Dall’alto però,
l’Equario abbassò lo sguardo su di loro e nel silenzio glaciale carico
di tensione, raggelò i demoni con i suoi occhi bui “non ci saranno
altri festeggiamenti, e su quella cima dovrà sorgere il mio tempio,
grande, imponente, maestoso” urlò contro i superstiti. Fu ancora il
silenzio a dominare per qualche minuto, ma negli occhi dei demoni traspariva
la disapprovazione a tutto ciò, fin quando una voce si alzò
dalla guida dell’esercito “non è questo il volere del signore tenebroso”
gridò minacciosa. Apparteneva al comandante di una fazione dei monsidosh,
un demone dalla corporatura possente, alto, grosso e ringhioso. Leknan lo
degnò solo di un breve rapido sguardo, ma sufficiente a generare una
fiamma bruciante che incenerì senza scampo lo sventurato capitano.
Subito gli altri demoni compresero che non era il caso di ribellarsi e, seppur
adirati, s’inchinarono davanti al volere del padrone. Leknan li osservò
con disprezzo, sapeva che s’inchinavano solo per paura, così com’erano
consapevoli di non poter nulla contro di lui, altrimenti non sarebbero stati
così servizievoli. Sorrise assaporando amaramente l’ingrata soddisfazione
di un potere imposto. Li odiò, sentendoli indegni di occupare un suolo
posseduto fino a pochi minuti prima da esseri che mai si sarebbero inchinati
alla sua violenza. I demoni che dominava erano per lui spregevoli e senza
valore, meritevoli solo di una sottomissione tirannica. Essi rappresentavano
solo una risorsa bellica e non certo un vanto per Leknan. Tuttavia, anche
se la prospettiva appariva priva di valore morale, ormai in lui persisteva
il freddo della tenebra, e la prospettiva di poter finalmente sospendere la
sua attesa aspettando qualcosa che sembrava ormai non arrivare più
liberandosi dalla condizione che per secoli lo aveva tenuto prigioniero di
una colpa non sua, era più allettante che mai, e anche quei poveri
diavoli senza onore rappresentavano un’opportunità. Forse non era una
grande conquista, ma sul regno che sarebbe stato in suo potere, lui, e nessun
altro, avrebbe potuto rendere ogni cosa più accettabile e forse, perfino
da quei disgraziati demoni avrebbe potuto ottenere qualcosa. Di sicuro, la
sottomissione.
Poi, mentre ponderava il suo triste dominio, sentì i passi che si avvicinavano,
osservò e vide un guerriero avvicinarsi, il suo prediletto, e sul suo
viso deformato dall’inconsistenza, qualcosa simile ad un ghigno parve farlo
sorridere.
“Egano, amico mio” sussurrò come placato nell’animo.
Egano si fermò e fissò lo spettro di luce che sembrava offuscarsi,
egli non era un monsidosh, ma il generale degli hokiv, creature per le quali
Leknan serbava un rispetto straordinario. Di loro conosceva la forza, la potenza
e la lealtà. Essi avevano dignità, non come i viscidi monsidosh,
ed era proprio questo a renderli ammirevoli, tuttavia l’Equario sapeva che
la loro devozione era vincolata da un motivo antico, una spada di Damocle
che pendeva ancora minacciosa su loro e che nell’onore che possedevano mai
avrebbero ceduto al disprezzo provato.
Osservò il generale e dalla sua espressione comprese come disapprovava
quanto aveva fatto. Egano osservava la voragine richiusa e sebbene nemmeno
lui provasse una gran stima per i monsidosh il suo sguardo rivelava indignazione.
“Credi che non lo meritassero?” domandò al generale. Egano era però
troppo intelligente per provocare l’ira del suo padrone “hanno combattuto
per te” si limitò a dire.
Leknan parve sorpreso, e ancor di più provò ammirazione per
il suddito. Osservò in basso e vide che gli hokiv se ne stavano tranquilli
a ponderare sulle macerie dell’isola, diversamente dai monsidosh che sembravano
disprezzare la conquista fatta con i loro ghigni perfidi ed arroganti.
L’ombra di luce sembrò sospirare “mi odi Egano?” domandò. L’hokiv
non rispose, ma nemmeno negò, mantenendo la sua dignitosa severità
sul viso, allora Leknan parve quasi sofferente “certo che mi odi, ti si legge
chiaramente negli occhi. Del resto, come biasimarti, costretto alla schiavitù
da un vincolo del quale non sei nemmeno responsabile, eppure amico mio, paradossalmente,
è proprio questo odio a renderti il più affidabile degli alleati.
Sì, questa tua manifestazione di disprezzo è così pura,
così vera e sincera, da divenire ammirevole, tu non mi tradiresti mai,
e questo solo perché il tuo onore te lo impedisce. No, non è
quel vincolo che ti impone rispetto e lealtà amico mio, io lo so, è
la dignità, una grande virtù”.
Egano di nuovo non rispose e Leknan ammirò la sua drammatica devozione.
“Quale triste destino il vostro” commentò allora “prigionieri di catene
ingannevoli eppure così irreprensibili, ma io voglio fare qualcosa
per te Egano”. Vide il viso del generale illuminarsi in un atto di speranza,
e subito intuì i suoi pensieri, ma scotendo il capo lo disilluse. “No
amico mio, io non posso liberarti dal vincolo che avete con Murtvan, ma posso
donare a te personalmente un regno. Io ti offrirò una grande terra,
e tu sarai sovrano di un impero illuminato da Sirs” promise al leale alleato.
Egano chinò il capo in segno di sottomissione, mentre l’Equario non
poteva comprendere i suoi pensieri. Egli, infatti, aveva promesso un regno
illuminato da Sirs, dimenticando che il dominio di Murtvan non avrebbe avuto
luce. Ancora Leknan non familiarizzava con la mentalità demoniaca di
Murtvan, ben conosciuta invece ad Egano, e quell’atto di sottomissione a Leknan
parve come un ringraziamento forzato. Allora il mezzo demone distolse lo sguardo
da lui, osservò i monsidosh che ancora intimoriti attendevano ordini.
Puntò il suo braccio verso colui che nella scala gerarchica stava sotto
il capitano “tu” gridò. Il demone alzò lo sguardo pieno di paura,
incerto su ciò che il pazzo padrone voleva fargli “assumi il comando
dell’esercito e fa ricostruire il monastero”. Leknan vide la smorfia di disapprovazione
sul suo ghigno, ma non un lamento uscì dalla bocca del Monsidosh. Allora
l’Equario fu soddisfatto “fallo imponente” ordinò “perché da
lì io vi dominerò” dichiarò, poi guardò ancora
Egano “ora vai anche tu amico mio, preparati al tuo compito e riposa finché
non giungerà il momento”. Quindi agitò il suo grande mantello
e in una nuvola di polvere si allontanò. Nessuno però osò
dir nulla, consapevoli che le orecchie dell’Equario vigilavano ancora.
Di là dell’oceano, oltre il mare di Brump, attraversato tutto il continente
Itcart da sud a nord fino allo stretto di Fadgmah, dominato dal ponte Egelico,
sorgeva l’isola Vann, dimora da più di duemila anni dei mitologici
Egeli. L’isola era per grandezza la seconda di Titiam, ed era conosciuta come
il divisorio. Infatti, era situata nel mezzo delle acque dell’oceano Dirk
dar, o algente, tra il continente Itcart ed il grande ghiacciaio del nord,
il Degozesie. Nel mezzo del canale marittimo, come guardiani, emergevano le
sette isole di Rosames, dette anche le sette sorelle, isole di straordinario
fascino che si distinguevano per caratteristiche l’una dall’altra e sulle
quali si narravano svariate storie leggendarie e mitologiche. Le coste a sud
dell’isola Vann erano caratterizzate da una stretta striscia di terra che
rendeva facile il suo controllo. Erano bagnate delle acque del mare Nagdre,
le cui acque in quella zona erano riscaldate dalle correnti del pelagico provenienti
dall’equatore che regolavano, in contrasto con le correnti fredde dell’algente,
il clima dell’isola come se fosse un continente in miniatura.
Vann era, infatti, piuttosto calda al sud, mite al centro, ma molto fredda
al nord. Il suo clima era così equilibrato da renderla fertile e variegata.
Sulle coste che si affacciavano sul mare verso nord-ovest e si prolungavano
fino alla punta più a sud dell’isola su quello che era chiamato il
mare caldo del nord, ovvero il mar Nagdre, si stagliavano spiagge affascinanti,
con sabbie bianche e vegetazioni tropicali. Ma oltrepassata la punta, la costa
di sud-est cambiava radicalmente con gli imponenti fiordi, che s’innalzavano
alti per precipitare in ripide scogliere nella fredda baia Actris. Al centro
si ergeva la grande cima del monte Siczar, che con i suoi 5325 metri d’altezza
ricordava per forma e dimensioni il meraviglioso Kilimangiaro ricordato nelle
leggende degli uomini. Foreste attraversate da fiumi sorgevano appena dopo
le grandi pianure, prima delle pendici del monte che inviava verso il grande
nord che serrava l’isola con un imponente ghiacciaio, lo Juaf, una lingua
prominente verso il Degozesie, con il quale si congiungeva nei periodi più
freddi dell’anno, formando per quasi tre mesi un ponte col continente Sirrhas.
Vann era un vero e proprio piccolo continente che gli Egeli avevano saputo
dominare con i loro impulsi benevoli. Da sesso sembravano essere contraccambiati.
La terra fertile creava una ricchezza agricola immensa. Le acque dei fiumi
erano limpide e pure. Flora e fauna erano rigogliose, ed il tutto appariva
come un paradiso dove gli Egeli vivevano in armonia con le creature che prima
di loro lo avevano abitato.
Avevano costruito villaggi e paesi e alle pendici del Siczar, la grande città
Giso-to, che nella lingua egelica significava rispetto, chiamata così
in onore alla terra che li ospitava. A Giso-to sorgeva il tempio Adus dedicato
alla grande anima, e la cattedrale di Hydon dove gli egeli veneravano Emblasb.
Inoltre vi era la grande Piazza Hopme, dedicata questa alla natura benevola
dove gli egeli festeggiavano tutti gli anni, nella data in cui ricorreva l’attraversamento
dello stretto di Fagmah, il tributo alla natura.
Gli egeli erano un popolo compatto e numeroso, essi però erano vincolati
da una condizione che li rendeva a rischio d’estinzione. Infatti, ogni egeli
poteva generare un solo figlio e una volta che due egeli si univano, i loro
geni reagivano in modo che il vincolo fosse fissato in modo tale che solo
tra loro due fosse possibile procreare. Un figlio maschio per la sposa, e
una figlia femmina per lo sposo, tale condizione d’inversione dei geni metteva
gli egeli in una situazione di grande rispetto gli uni verso gli altri, giacché
in simile conversione nelle nascite gli egeli comprendevano che non poteva
esservi distinzione o differenziazione tra i sessi in quanto ognuno di loro
avrebbe generato alla procreazione la propria controparte, femminile per i
maschi, maschile per le femmine. Ma in questo modo la popolazione egelica
non poteva aumentare di numero, piuttosto diminuire se qualcuno fosse morto
prima di procreare. La natura li aveva però dotati di fisici forti,
immuni alle malattie per la quasi totale durata della loro vita. Il vero rischio
che essi correvano quindi, era quello della guerra, e per questo vigeva una
legge che solo chi già aveva procreato poteva intervenire nei conflitti.
Tale condizione quindi, faceva sì che anche le donne potessero far
parte dell’esercito. Dà molti secoli comunque la minaccia della guerra
era stata sventata dagli egeli, essi avevano ripudiato il vecchio continente,
giurando che mai più avrebbero preso parte ai suoi conflitti. Dopo
l’esilio sull’isola di Vann, gli egeli erano vissuti pacificamente e l’attacco
agli uomini nel continente Sirrhas, in aiuto degli amici Namen era l’ultimo
conflitto che ricordavano. I savi però, coloro che raggiunta l’età
in cui si avvicina il termine del tempo, conseguivano la saggezza eccelsa,
autori dei sacri libri del vento, avevano presagito in un tempo remoto che
un giorno il popolo egelico sarebbe stato richiamato ad un’ardua prova. Essi
dimoravano a Hydon dove Ghelf, il vento del nord, portava con la sua voce
notizie dalle terre di Titiam.
Harim-lot, il più anziano dei saggi aveva occhi cupi mentre ascoltava
la voce tormentata di Ghelf. Il vento raccontava di strani movimenti nelle
terre di Lesc e tumulti tra le montagne dell’Ugmu-an, nella regione di Tho
Twan. Il pensiero di Titiam però gli era oscuro, come se un tormento
lo offuscasse, qualcosa di tremendo era accaduto nel mondo, ma i venti del
sud erano taciti, forse prigionieri di un sortilegio, e poco raccontavano
le creature degli oceani. Nulla di più era concesso sapere, ma poco
serviva ancora a Harim-lot per comprendere che la profezia dei suoi precorritori
stava per avverarsi, solo un altro segnale occorreva perché tutto fosse
completo. Allora Harim-lot attese, ma la sua non fu una lunga ansia.
Sulla spettacolare spiaggia nella baia di Larno, il giovane Vozo-fey, principe
degli egeli, figlio della regina Zena-toa, ascoltava la voce delle onde accanto
alla bella Soga-vet, sua promessa sposa discendente del nobile Yuvip-oas,
nobile maestro d’armi. Gli egeli non avevano bisogno di vestiti perché
coperti dal liscio pelo felino che li proteggeva dal freddo, ma avevano mantenuto
le tradizioni del vecchio popolo da cui discendevano. Si coprivano quindi
con eleganti tuniche, strette in vita da cinture d’orate dalle quali pendeva
l’immancabile Ipù-tè, una spada leggera dalla lama piccolissima
simile ad uno stocco, ma forgiata in lega di Tiucs fabbricata nella leggendaria
città di Ràtoli. Il tiucs era una lega speciale, duttile e malleabile
ma indistruttibile, e gli egeli erano gli unici a possedere armi fabbricate
con questa lega. Armi bianche, che richiedevano una speciale abilità
e disciplina, verso la quale ogni egeli era iniziato fin dalla giovane età.
L’arma si tramandava in eredità da padre in figlia, o da madre in figlio,
e perciò, la spada di Vozo-fey non era ancora la mitica Ipù-tè.
Egli era ritenuto ancora troppo giovane per poterla ereditare, e quindi l’arma
che ora portava era la normale spada da addestramento. Anche Soga-vet ancora
non aveva ereditato la spada, ma per lei la cosa era meno importante che non
per il principe, il quale considerava la donazione della spada un simbolo
di coronamento. Tuttavia la situazione appariva di secondaria importanza,
i due si amavano ed ignoravano ciò che stava accadendo nel mondo. Erano
nati in tempi di pace e la minaccia della guerra era per loro una possibilità
alquanto remota, nemmeno immaginata nei propri pensieri e per tanto, ipu-tè
poteva attendere. Soga-vet portava una tunica azzurra, stretta in vita dall’immancabile
cintura d’orata. Aveva lunghi capelli ramati che brillavano sotto Sirs e sulla
fronte, appena sopra i felini occhi verdi, una fascia di seta le cingeva il
capo evidenziando i delicati lineamenti del viso fiabesco. Era alta e snella,
come tutti gli egeli che raggiungevano una statura media di poco sotto i due
metri, e sulle sue gambe sciolte, slanciate ed elastiche, si muoveva in perfetta
armonia, veloce ed agile. Vozo-fey era anch’esso alto, e il suo fisico sembrava
scolpito nel marmo come una statua di quel Michelangelo narrato dagli uomini.
Aveva lunghi capelli neri e occhi scuri, braccia e gambe robuste, ma non per
questo era meno agile di Soga. Stavano correndo allegramente sulla spiaggia,
con le onde del Nagdre sui piedi che si rincorrevano in un ritmo costante.
I due s’inseguivano spensierati in una specie di gara d’amore, quando improvvisamente
le onde del Nagdre si fecero fredde. Soga si fermò per prima e annusò
l’aria. I suoi occhi si fecero cupi e pensierosi. Vozo-fey si fermò
poco dopo e ascoltò il vento, ancora non aveva la facoltà di
parlare con lui, ma percepiva qualcosa di tormentoso. Osservò Soga
e intuì la sua ansia, poi percepì un suono nella terra. S’inginocchiò
e poggiò il palmo sulla sabbia, quindi sussurrò poche parole
nella lingua egelica, allora anche i suoi occhi si fecero cupi e pensierosi.
Sull’isola di Vann vivevano i cavalli imin, grigio con la criniera nera era
quello che cavalcava Vozo-fei e bianco con la criniera argentea era quello
di Soga-vet, tali stalloni erano veloci come Efòsfu, il forte vento
che soffiava ogni primavera dall’oceano algente su Vann spazzando via le intemperie,
ripulendo e donando nuova vita a tutta l’isola. Ancora nulla sapeva della
percezione che aveva avuto, ma sul viso Vozo-fei aveva una sorta di panico
che ne allarmava la quiete, e rapido era il galoppo che lo condusse attraverso
l’isola, oltrepassando con rapidità la grande pianura e la foresta
di alberi Toyol, i giganteschi arbusti veggenti, vecchi quanto la stessa Vann,
conservatori della storia di Titiam, ma silenziosi. Mai nulla, infatti, rivelavano
gli alberi agli egeli che li interrogavano su ciò che il futuro riservava,
essi si limitavano con la loro presenza antica a rammentare la storia passata,
come per avvertire con enigmatica saggezza, che nel passato si celava il futuro
stesso. I saggi egeli sapevano che le simbologie degli alberi erano rivelatrici,
ma mai erano riusciti a comprendere in che modo esse potessero rivelare eventi
futuri se non dopo che tali eventi si fossero manifestati.
Oltrepassò Ibya-naplid, la gigantesca quercia silente detta il guardiano
della foresta, che con la sua immensa chioma di rami che s’innalzavano alti
a sovrastare davanti i Toyol, più vecchia di tutti loro, dava quasi
l’impressione di essere una madre premurosa; quindi, la lunga cavalcata del
principe e della sua compagna si arrestò, dopo aver varcato i cancelli
di Giso-to, davanti al tempio Hydon, dimora dei saggi e lì chiese udienza
al vecchio Elga-ram, il prelato del tempio. Le guardie lo fermarono e lo fecero
attendere nella navata riservata ai fedeli che si recavano al tempio per pregare
Emblasb, dove il giovane principe si soffermò di fronte all’imponente
statua di marmo rappresentante il mitologico Equario. Osservò l’espressione
saggia ma addolorata dei suoi occhi, la spada simbolo di giustizia nella mano
destra e la stella lucente che nella sinistra rappresentava la sua appartenenza
alla grande anima. Soga-vet si fermò accanto a lui e dopo qualche secondo,
invasa dai medesimi timori, s’inginocchiò e cominciò a pregare.
Elga-ram li ricevette poco dopo, allarmato dalla descrizione che le guardie
avevano fatto del suo panico, accanto al vecchio sedeva un adulto egeli dallo
sguardo incerto e le vesti stropicciate, come se da tempo non vestisse altro
che quelle, il viso appariva segnato dal tempo sebbene la sua età non
dovesse essere ancora quella destinata al ritiro saggistico. Il principe Vozo-fei
osservò con sospetto l’ospite del saggio e quando il vecchio gli chiese
di rivelargli i suoi timori, egli osservò con circospezione l’egeli
accanto a lui. Elga-ram intuì i sospetti e subito lo rassicurò
“non temere, chiunque sia ospite di questa stanza è fidato e leale”
disse “e ora, rivelami ciò che hai percepito”.
Vozo-fei sussultò, ignorando quanta saggezza si celava nell’anziano
che, ancor prima egli pronunciasse alcuna parola, già aveva compreso
il suo tormento.
“Ho percepito una vibrazione nella terra poc’anzi, sulla spiaggia della baia
di Larno” rivelò allora il giovane. Lo sguardo del saggio si posò
su Soga e osservò il tumulto del suo spirito negli occhi profondi,
la giovane sembrò percepire il desiderio del vecchio di sentire la
sua voce ed ella interloquì “si è levato nell’aria uno strano
odore, che sembrava presagire una percezione di sventura” affermò con
la sua dolce tonalità infranta dal tremore che rivelava una paura concreta.
“Sgomento e timore ho percepito nella vibrazione” continuò il principe.
“Come se Titiam stesso soffrisse” ci fu poi silenzio e una tensione quasi
visibile sembrava inoltrarsi nella stanza come la nebbia della valle di Svaz-riek.
Dal suo trono intagliato, Elga-ram sembrò riflettere. I suoi occhi
si erano fatti cupi e pensierosi. Dopo qualche minuto si voltò e fissò
l’ospite misterioso al suo fianco.
“Ciò sta in conformità con le tue notizie” disse con voce roca.
L’ospite annuì “sembra di sì” limitò la sua risposta
con poche parole. Vozo-fei osservò l’ospite e il suo sguardo sembrava
chiedere meritate spiegazioni. Elga-ram si alzò in piedi e solo in
quel momento Vozo-fei e Soga-vet poterono ammirarne l’imponenza, la veste
bianca ricopriva i suoi due metri d’altezza mentre una folta barba d’argento
calava dal mento fin sotto il petto, gli occhi erano nascosti dalle folte
ciglia bianche, ma le iridi azzurre erano così luminose da sfuggire
a quel nascondiglio, i capelli erano ancor più lunghi e argentati della
barba e le sue mani nodose stringevano uno scettro di legno con sopra incastonato
un rubino del monte Siczar. Osservò i due giovani “egli è Ledmy-hu,
druino della terra di Glasd nel continente Sirrhas, viaggiatore tra le terre
di Itcart su mio invito” informò i due. Il druino del nuovo continente
si alzò e s’inchinò davanti a Vozo-fei “è un onore per
me fare la vostra conoscenza principe” salutò con cortesia mentre il
giovane principe comprendeva ora i diversi tratti somatici dello straniero,
il druino del nuovo continente, infatti, aveva tratti somatici più
marcati ed i suoi occhi sembravano più da volpe che felino “salute
a te” rispose alla riverenza il principe. Soga-vet osservò lo straniero,
percependone l’insolito fascino del viaggiatore.
“E’un onore per noi ospitare un così nobile emissario” elogiò.
Elga-ram s’incamminò tra i due giovani con sguardo greve “sarebbe un
onore maggiore se le notizie che porta non fossero così funeste, da
tempo Ghelf declama voci di sventura, ma nulla riferisce di più su
tragici eventi ignoti poiché le creature dell’oceano stesse tacciono,
per questo, dopo aver udito dal druino degli strani eventi che da anni si
verificano nel nuovo continente, e delle attività degli uomini che
alimentano gigantesche fornaci distruggendo le foreste del sud di Sirrhas,
lo ho inviato in esplorazione per Itcart, egli è agile e abile nell’offuscarsi
tra l’ambiente, eppure di molti pericoli mi ha narrato d’essere andato incontro
e di mesti movimenti che si promuovono tra le terre del centro, nascosti dalle
vette dell’ugmu-an mi ha riferito. Non mi preoccupo di ciò che combinano
gli uomini di Sirrhas, essi sono instabili, irregolari e di loro ci occuperemo
successivamente, ma sono tutti questi, eventi che non presagiscono a nulla
di buono”
“Suvvia allora, nobile viaggiatore” esordì con la poetica lingua egelica
Soga-vet “raccontateci, quali terribili eventi possono mai aver tanto sconvolto
i vostri decorosi occhi?”
Ledmy-hu osservò con rispetto la futura principessa, sentendosi lusingato
dalle sue liriche parole, ma egli nulla aveva di poetico da raccontare “le
terre di mezzo, nascoste dalle alte cime dai perenni ghiacciai sono in tumulto,
le creature discendenti dai terribili Tubkor sembrano essersi risvegliate,
tra i difficili sentieri delle montagne Ectò e Crhisvo, le vette più
alte della grande catena ho rischiato più volte di essere catturato
da loro, sono esseri terrificanti e pericolosi, rozzi, che emettono suoni
simile al tuono, ma molto meno armoniosi, facili da individuare ma difficile
è sfuggirvi, essi agiscono in gruppi molto numerosi e sono veloci oltre
che forti. Ma non è tutto, nel deserto del Beltfraio anche i serpenti
sembrano spaventati e l’occultamento degli Intoma appare alquanto insolito
e sospetto mentre nelle terre di Lesc i Medir suonano i loro tamburi. Solo
a sud tutto sembra ancora tranquillo, nelle pianure abitate dagli uomini ho
trovato ristoro tra gli artisti della penisola Alistac dove la musica rallegra
ancora gli animi e i loro dipinti rianimano gli occhi, nella terra di Rumdok
tutto appare sereno, ma oltre il mare di Brump, al di là delle acque
del ventoso, nubi oscure sembrano incenerire il cielo del sud, ma di là
nessuna notizia giunge più e grande sventura temo sia accaduta nel
picco di It kesd” raccontò lo straniero. Attese poi solo qualche secondo
per respirare e intanto ripensare al suo viaggio mentre vedeva gli occhi dei
giovani incupirsi nella percezione di oscuri presagi, quindi proseguì
il suo racconto “attraverso la terra di Rumdok ho camminato sulle rive limpide
del fiume Oqua, ma i versanv che abitano sulle sue sponde mi raccontarono
che da qualche tempo il fiume appare più cupo e la pesca si è
fatta meno prolifica, alcuni affermavano di aver visto onde insolite solcare
le pacifiche acque del lago solitamente calmo, o ombre anomale aggirarsi al
largo, come se oscure figure fossero misteriosamente emerse dai profondi abissi
del centro di Titiam, ma ancor più brutti mi sono parsi i presagi della
regione di Mad-hag, antica terra degli egeli dove abitano gli ultimi discendenti
dei celati e solitari Stiggs, diffidenti verso chiunque ma non verso un egeli.
Gli stiggs hanno percezioni superiori tra i popoli minori, ma sono esseri
singolari, introversi, poco propensi al dialogo, tuttavia riuscii a parlare
con i membri di una piccola comunità raggruppata alle pendici dei monti
Doinfat, dove ancora sono rintracciabili tra le impervie vie del monte Esvora,
residui della città di Ràtoli. Essi raccontano di movimenti
tra le montagne, forse di creature dell’ipogeo che abitano la stessa città
sepolta e sostengono che l’oceano sembra inquieto e che i cieli dell’est sono
sorvolati non più da bianchi gabbiani ma da neri corvi. Volutamente
evitai le terre dell’ovest per il mio ritorno, conscio dei pericoli che già
vi avevo scorto, e per tornare sull’isola avevo deciso di attraversare le
montagne attraverso i cunicoli di Ràtoli, raggiungendo le porte sul
monte Esvora, benché sapessi che le gallerie erano insidiose, le credevo
comunque più sicure della valle di Kmo Krom, con le sue ingannevoli
paludi e le offuscate nebbie abitate dai famigerati spiriti azzurri, ma al
solo pronunciare la parola Ràtoli gli stiggs sembrarono atterrirsi
e mi misero in guardia sulla precarietà delle sue rovine, che da troppi
secoli sembrano dimora di oscure figure dell’ipogeo, sconsigliandomi vivamente
di affrontare le sue gallerie e forse devo ringraziare la loro perspicacia
nel trattenermi dal proseguire, poiché, malgrado strane ombre ed enigmatici
sospiri mi accompagnassero tra le terre di Kmo Krom, nessun pericolo mi ha
insidiato in quella che sembra essere l’unica regione priva di tormenti esteriori.
Ed eccomi infine qui, a raccontare di oscuri presagi e ambasciatore di ostili
futuri. Mi dispiace giovane principe” disse, poi osservò la bella Soga-vet
“e bella Soga, di essere foriero di ardui tempi per la terra di Itcart. Di
molti migliori auspici vorrei esservi stato servitore, ma temo che i tempi
siamo compiuti per nuove guerre funeste, poiché dall’oscurità
degli abissi, temo si stiano risvegliando nuovi nemici” le parole di Ledmy-hu
si sciolsero in uno sgomento silenzioso, finché il vecchio Elga-ram,
voltandosi, osservò i giovani egeli che avevano confermato con le loro
percezioni, i timori gia proposti dello straniero viaggiatore “l’odore che
hai percepito nell’aria Soga, è l’effluvio di tempi arcaici, così
remoti da essere oscuri alla memoria di qualsiasi vivente, ma ancora intuibili
dalle reminiscenze dei nostri avi presenti in noi, è un profumo di
antico che solo la tradizione ereditata di lontanissimi ricordi ci permette
di percepire, e il tremore che hai sentito tu, Vozo-fei, è una ferita
di Titiam, il grido di dolore che ci chiama al suo cospetto” riferì
il saggio.
Vozo-fei ebbe un attimo di smarrimento “ma Titiam può sconfiggere il
male che lo minaccia” disse attingendo a insegnamenti religiosi percepiti
in tempi non lontani. Elga-ram lo fissò con sguardo severo “si” ammise
“ma Titiam chiede il nostro intervento per la sua salvezza, perché
se il pensiero stesso di Titiam fosse minacciato, esso sarebbe così
prorompente e distruttivo che ogni creatura vivente sarebbe spazzata via dal
suo suolo. Titiam diverrebbe uno scoglio nell’universo che continuerebbe a
esistere senza il beneficio di abitatori, i laghi sarebbero travolti da fuochi
di lava, i mari inceneriti da piogge di carboni e gli oceani prosciugati dai
forti venti che spazzerebbero via le acque del globo, il cielo diverrebbe
cupo e solo il ghiaccio regnerebbe successivamente, ma ciò che è
peggio, è che sicuramente il male avrebbe vinto questa battaglia, poiché
l’intervento del pensiero di Titiam significherebbe che i popoli pensanti
non hanno raggiunto un accordo, perdendo quell’unità che da sempre
era la loro grande forza. Temo che questa sia una prova alla quale Titiam
ci sta sottoponendo, il suo pensiero è il riflesso di ciò che
la grande anima ci ha lasciato ed ora Titiam è stanco di tutte le nostre
controversie, è giunto il momento che antichi valori si risveglino
e sono gli egeli ad essere chiamati a radunare tali virtù” osservò
il giovane principe e svelò “Titiam ti ha parlato principe, e questo
ha designato la scelta, ora, è alla saggezza del re che ci dobbiamo
affidare”.
Era trascorso un altro anno nella regione di Rumdok tra gli eventi di It Kesd
e la percezione del principe egelico.
A Esdre Gilo, ignaro di quanto si discuteva oltre il continente nella fiabesca
isola Vann in quegli stessi momenti, nel raggiungimento del suo venticinquesimo
anno d’età, si sentiva stranamente inquieto. Non di quell’inquietudine
tipica dell’età critica dei versanv, ma piuttosto di un’agitazione
sensoriale che lo metteva in una strana situazione di calma riguardo a eventi
vicini e comuni ai versanv. Turbato tuttavia, rispetto a circostanze lontane
di cui la sua mente non aveva nemmeno percezione, ma che lo infastidivano
come se in realtà un richiamo proprio di avvenimenti astratti alla
sua comprensione lo chiamassero. Da qualche tempo gli sembrava che il mare
fosse taciturno, in altre parole, non percepiva più la sensazione che
le onde stessero cercando di comunicargli qualcosa. In realtà, la situazione
non lo avrebbe poi turbato più di tanto, poiché lui sapeva bene
di non possedere facoltà extrasensoriali, non fosse stato che, alla
voce del mare rimasta silenziosa, si era sostituito uno strano richiamo dell’aria,
con sapori e profumi dall’ambito curioso. Ricordava che molti anni prima,
il nonno Delo diceva di percepire un odore di antico nell’aria e lui, che
non aveva cognizione di tale sapore, non poteva sostenere se fosse lo stesso.
Di certo, sapeva solo che da qualche tempo i gabbiani erano diminuiti nel
cielo e che dal profondo sud, ogni tanto, scorgeva nubi velate che sembravano
scure ombre lontane ai suoi occhi dalle facoltà limitate. Il pensiero
che qualcosa di malefico stesse per avverarsi però, non lo sfiorava
minimamente e con la propria quieta fantasia, attendeva il passare del periodo
agitato della sua esistenza, vivendolo in maniera atipica rispetto ai suoi
coetanei.
La primavera cominciava a spazzare l’isola di Vann quando Gilo s’inquietava
sulle rive del mare Brump. Nella piccola contea di Esdre nulla sembrava fazioso
e la vita scorreva come tutti i giorni di ogni singolo anno, tra giovani ansiosi
di crescere, adulti affaccendati in lavori operosi e anziani desiderosi di
dare insegnamenti. Nella terra dei mille laghi, dove sgorgava l’imponente
Oqua (che si diceva generato dal centro stesso di Titiam), tra i canneti delle
rive acquose, sotto il caldo che presagiva l’estate di Sirs, pescava solitaria
la giovane bella ma inquieta Flida. Ella, al contrario di Gilo, la percepiva
tutta l’inquietudine tipica della sua età, e per questo preferiva esiliarsi
spesso in solitudini individuali, dove dava sfogo ai propri pensieri opprimenti.
Tra le canne di bambù dove si nascondevano i furbeschi pesci di cui
i versanv erano ghiotti, l’acqua luccicava limpida attorno ai piedi affusolati
della giovane che, immersa fino alle ginocchia tentava di distrarsi con la
pesca. Un pesce le guizzò furtivo tra i piedi, ma l’abilità
della giovane era superiore all’avventatezza dell’animale acquatico. Il movimento
delle mani fu così fulmineo che la povera preda non ebbe nemmeno il
tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo. Nell’arco di pochi secondi
l’azione lo aveva intrappolato tra le malleabili dita di Flida che adempiuta,
fissava con orgoglio la sua preda. Era una triste giornata per il povero pesce,
mentre per Flida si presagiva prolifica. Quel giorno si sentiva particolarmente
portata per la pesca, e quella era solo la prima vittima. Osservò l’inutile
dibattersi del pesce tra le sue mani, ignaro che la trappola delle dita di
una femmina versanv era per lui una mortale gabbia. La giovane sollevò
la bisaccia che teneva a tracolla con la mano libera aprendone l’estremità.
Stava infilandovi dentro il pesce quando qualcosa la distrasse. Furtivamente
si guardò attorno con sospetto, ma non scorse nulla, allora tornò
ad occuparsi della sua preda. Però, proprio nel momento in cui s’apprestava
ad infilarla nella bisaccia, una voce non lontana da lei sussurrò “Ehi”
sentì sibilare. La sorpresa fu improvvisa e la paura la fece sussultare
allentando la presa sul pesce. Questi fu lesto ad approfittare dell’indecisione,
e con un colpo violento della coda si liberò dalla presa, tuffandosi
tra le luminose acque. Sembrava sorridere mentre fuggiva al crudele destino,
lontano dalle insidie delle rive, verso il largo. Flida dimenticò all’istante
il sussurro percepito e subito, nella sua inquietudine, imprecò contro
la distrazione inopportuna. Tutto sembrò svanire come se nulla fosse
accaduto, e poco dopo la giovane era gia alla ricerca di altre prede. Tuttavia
qualcosa ormai la turbava, era certa di aver percepito quel sussurro e la
concentrazione stava svanendo. Un altro pesce, infatti, le guizzò tra
i piedi confusi dalle canne, ma ella non riuscì ad afferrarlo racchiudendo
tra le sue abili dita solo acqua che si dissolveva nel sollevarla.
“Forse non è una buona giornata per pescare” sentì allora sibilare
dalla stessa voce percepita poco prima. Stavolta la certezza d’essere spiata
fu inconfutabile e subito la giovane si girò a fissare nel vuoto. Alle
sue spalle non vi era nessuno. Guardò nervosa la zona circostante,
ma non vide alcun che, e una certa preoccupazione s’impadronì di lei.
Aveva sentito dire che negli ultimi tempi vi erano state strane sparizioni
tra le contee vicine ai monti. Sembrava che i temibili matrim avessero ricominciato
a scorazzare per le pianure. Di certo sapeva che i matrim non sussurravano
parole comprensibili, ma intendeva anche che le sparizioni non erano del tutto
attribuibili ad essi, allora cercò qualcosa con cui potersi difendere
e strappò una canna di bambù dal suolo sottostante.
“Fatti vedere codardo” minacciò ben consapevole di non avere molte
possibilità se fosse stata aggredita, sperando piuttosto nello scherzo
idiota di qualche suo coetaneo. Attese in silenzio, ma nulla sembrava muoversi,
poi la voce si fece risentire, più timida di prima “non mi sembri molto
amichevole e non so se sia una buona idea presentarmi” disse. La giovane continuava
a scrutare nel vuoto, e nulla di quanto il suo udito percepiva appariva minaccioso.
La stretta sulla canna però si fece più sicura “non hai certo
di che temere se hai pacifiche intenzioni” avvertì.
“Oh, le mie intenzioni sono più che pacifiche” rispose la voce “ma
i tuoi occhi sembrano minacciosi”.
“Tutto ciò che è ignoto m’inquieta” disse allora con saggezza
la giovane “forse se ti rivelassi potrei comprendere se veramente sei innocuo”.
“Parole sagge esprimi giovane creatura, ma poco attenti sono i tuoi occhi.
Se avessi cattive intenzioni ti avrei già attaccata poiché ti
basta abbassare lo sguardo per vedermi”.
Flida osservò immediatamente verso il basso. Poco lontano dai suoi
piedi vide una tartaruga di medie dimensioni, sembrava avere un volto sorridente
e non riuscì a credere alle sue orecchie quando la sentì parlare.
“Sono sempre stata qui, è da molto tempo che ti osservo” rivelò.
Il bastone rimase immobile, sollevato nell’aria ancora per qualche minuto.
“Io mi sono rivelata” espose la tartaruga “ma ancora ti vedo minacciosa, forse
non sei convinta che sia innocua?” domandò con preoccupazione. Allora
il bastone cadde nell’acqua con un tonfo che si trasformò in spruzzi
generanti anelli ondulati. Gli occhi della giovane si riempirono di stupore.
Si abbassò e raccolse la tartaruga ammirandola con meraviglia, poi
perfidamente la intimorì sentendola in suo dominio.
“Non ho mai assaggiato la carne di una tartaruga, non se ne vedono da queste
parti” disse. Gli occhi della povera bestiola si fecero ambigui e colmi di
panico.
“Non dirai sul serio, io mi sono fidata di te, e poi noi tartarughe non siamo
commestibili, viviamo molti anni e abbiamo una carne insipida” si affrettò
ad illustrare.
“Può darsi, ma mi hai fatto perdere una bella preda e in qualche modo
credo di dover essere ripagata”.
“Non è colpa mia se non sai mantenere la concentrazione, in un certo
senso dovresti ringraziarmi” sì difesa la tartaruga.
“Ringraziarti?”
“Certo, dovresti accogliere questa come una lezione e non come una perdita,
in futuro potresti essermene grata”. Flida sembrò riflettere “e sia,
voglio concederti una giustificazione” poi si rese conto che stava parlando
con una tartaruga. Ciò, improvvisamente le rammentò che non
era possibile, e di nuovo fu colta dal panico, sicché le mani le si
aprirono e il povero animaletto precipitò nell’acqua senz’alcun preavviso.
Fu un tuffo inaspettato e la bestiola non ebbe il tempo di rendersene conto.
Sprofondando nell’acqua inghiottì sorsate che quasi la fecero annegare.
Subito riemerse tossendo fuori sputi d’acqua, incupendo indignata lo sguardo
“ma che diamine ti salta in mente?” imprecò contro la ragazza che nel
precipitoso indietreggiare era inciampata e caduta a sua volta nell’acqua
.
“Tu… tu, come puoi parlare, sei forse uno spirito maligno?” balbettò
impaurita. Solo allora la tartaruga si rese conto di quanto era accaduto e
divertita dallo spavento della giovane, cominciò a ridere. “Finisce
così dunque tutto il tuo coraggio?” ironizzò, ma la giovane
non sembrò divertirsi e strisciando sulle natiche nell’acqua indietreggiò.
“Non temere” la rassicurò allora la bestiola “sono una tartaruga dei
mari del sud” la informò, come se questo dovesse rivelare qualcosa.
Flida però ignorava che le tartarughe del sud potessero parlare. Ad
essere sincera, le sembrava che da qualunque luogo provenisse nessuna tartaruga
avrebbe dovuto parlare. “Non mi risulta che le tartarughe del sud possano
parlare” disse continuando ad indietreggiare. L’animale parve spiazzato, in
effetti, non sapeva come giustificare quella sua caratteristica e sembrò
riflettere su quanto avrebbe dovuto dire. “E’ vero, in effetti, ma succede
che a volte qualche animale sia scelto per trasformarsi in messaggero, gli
anziani del tuo paese non vi parlano della mitologia?” domandò come
se non ci fosse nulla di straordinario. In realtà, la tartaruga sapeva
benissimo che non vi era traccia di tali eccezioni nella mitologia, ma sperava
di poter convincere la giovane versanv.
“Conosco la mitologia ma nessuno mi ha mai raccontato nulla di simile” rispose
Flida.
“Bene, allora te lo racconto io” ribatté risentita la bestia corazzata.
Flida si alzò in piedi e osservò l’animale, poco convinta “non
ti credo” disse, e cercò di allontanarsi come in un atto di fuga.
“Aspetta” le gridò allora l’altra “porto messaggi dall’isola di It
Kesd, è importante che io trovi una persona e forse tu mi puoi aiutare”
gridò. Flida si fermò e da lontano la osservò “non ti
credo, ed è meglio se te ne vai prima che faccia venire qualcuno grande
e grosso a scacciarti via” la minacciò, poi si voltò e tentò
di scappare ancora.
“Va bene” gridò la tartaruga “ma se non vuoi aiutarmi, allora mi arrabbierò
e ti trasformerò in una rana di palude” urlò, sfruttando la
paura che la giovane manifestava per i sortilegi. Subito Flida si fermò
e la tartaruga cominciò ad avvicinarsi. Quando le fu vicina osservò
i suoi occhi impauriti “non devi temere, non possiedo nessun potere per fare
ciò che ho detto, ma ho bisogno di aiuto, mi basta che tu mi accompagni
da una persona se la conosci, arrivo da It Kesd e sono veramente un messaggero”
disse cercando di tranquillizzarla. Flida cercò di rilassarsi “chi
stai cercando?” le domandò.
“Un giovane versanv che si chiama Gilo, lo conosci?”
Gli occhi di Flida s’illuminarono “Gilo?” pronunciò, poi sembrò
delusa “ma è uno scialbo” disse.
La tartaruga parve indignarsi “lo conosci o no?” incalzò con disprezzo.
“Sì che lo conosco, ma non puoi avere un messaggio importante per lui,
è un villico” protestò.
“Hai il giudizio facile vero?” reagì la tartaruga.
Flida ebbe un attimo di smarrimento “insomma” cercò di spiegare “Gilo
è un bambinone, se ne sta sempre per conto suo, non protesta contro
l’arroganza degli adulti che ancora ci considerano ragazzini, non si ribella,
è pacifico, non azzarda mai nulla, non corre rischi, è… un banale
e noioso versanv. Tu non puoi consegnare un importante messaggio a lui” replicò
dimentica già che pochi secondi prima dubitava perfino che la tartaruga
fosse un messaggero.
“Mi hai già fatto perdere fin troppo tempo ragazzina” si spazientì
l’animaletto “ vuoi condurmi da lui o no?”
Flida figurò riflettere, ma poiché la tartaruga pareva irremovibile
e lei era cocciuta, propose un accordo “ti accompagnerò da lui, ma
voglio sentire anch’io il messaggio”.
“Non se ne parla nemmeno” rispose la tartaruga.
“Allora arrangiati” ribadì Flida voltando le spalle.
“Aspetta” s’appellò immediatamente l’animaletto. “Piccola vipera” disse
poi sottovoce.
“Guarda che ti sento molto bene” l’avvertì la giovane indignata.
“Sono certo che quelle orecchie pendenti ci sentano bene” rivelò la
tartaruga “altrimenti non l’avrei detto”.
“Allora riferirai anche a me ciò che devi dire a Gilo?”
“Dipende da come ti comporterai”.
“Io non accetto compromessi”.
“Dovrai accontentarti invece e se riterrò che puoi ascoltare allora
lo farai” disse la tartaruga.
Flida pensò per qualche secondo, poi le sembrò che tale proposta
fosse meglio di niente. Raccolse l’animaletto e lo infilò nella bisaccia,
quindi si avviò verso il paese cercando di apparire disinvolta. Una
certa ansietà però tradiva la sua finta calma. Fortunatamente
gli abitanti di Esdre sapevano che Flida si trovava nell’età dell’inquietudine,
e non prestarono troppa attenzione alla sua aria sospetta. Così la
giovane percorse la strada che attraversava il centro del piccolo paese, oltrepassò
le ultime abitazioni e si avviò verso la radura che dava sul mare.
Sapeva che lì Gilo amava trascorrere le giornate. Trovò il giovane
a riposare su uno scoglio e questi si meravigliò nel veder giungere
una visita. Egli, sapeva di non essere troppo popolare tra i giovani versanv
che lo consideravano un po’ strano, e non riuscì proprio a nascondere
il suo stupore. Flida era una ragazza molto contesa nel villaggio. Era sicuramente
una delle più belle femmine di Esdre e tra gli adolescenti, quasi certamente
la più apprezzata. Gilo stesso non poteva nascondersi di esserne affascinato,
ma lui che vedeva oltre le apparenze, non riusciva a comprendere perché
mai una ragazza così carina si lasciasse condizionare dalle tradizionali
banalità che ne oscuravano l’amabilità di un carattere che,
ne era certo, sarebbe stato ben diverso se anche lei non fosse stata travolta
dall’esigenza di dimostrare la sua autorità. Gilo pensava, che se Flida
fosse riuscita a liberarsi da tali pretese, egli avrebbe potuto anche innamorarsene.
Ma allo stato attuale delle cose, sapeva che a nulla sarebbe servito cercare
di discuterne con lei, solo il tempo poteva cambiare la situazione. Tuttavia
il giovane accorto, dubitava che anche il tempo avrebbe migliorato la condizione.
I versanv erano destinati a restare segnati per sempre da quel periodo d’inquietudine,
e il loro futuro sarebbe stato poi distinto dal bisogno di continuare a dimostrare
quell’indipendenza che avrebbe finito per oscurare il loro mite e altruista
carattere. I versanv erano esseri pacifici e buontemponi, ma cocciuti e ostinati,
e lui era certo che proprio il periodo adolescenziale fosse una delle cause
scatenanti della loro ottusità, per questo non si stupì quando
Flida nell’affrontarlo sembrò subito voler evidenziare la sua situazione
di superiorità.
“Non farti strane idee Gilo” esordì ancora lontana. Lui la osservò
divertito mentre vedeva le sue vesti inzuppate d’acqua e fango.
“Quale fatto insolito ti conduce a cercare la mia compagnia Flida?” domandò
quando la giovane le fu vicina, rivelando con il suo tono gentile come sapesse
delle malignità che i coetanei raccontavano su di lui e di come il
suo essere non fosse ben visto dagli stessi. Flida apparve spiazzata dalla
rivelazione intuita, e per pochi istanti un senso di ritegno la invase, poi
però il suo stato arrogante ebbe il sopravvento “solo la richiesta
che qualcuno ha fatto di condurti da te” rispose indignata.
Gilo osservò i dintorni ma non scorse nessuno.
“Forse ti stai prendendo gioco di me, o qualcuno giù al villaggio ha
ideato uno scherzo per lo stupido e tu ne sei la fautrice?” protestò
risentito a sua volta, ma cercando di contenere il proprio disprezzo. Flida
si sentiva sempre più a disagio nel percepire quante cose Gilo aveva
compreso sul come si discutesse in maniera poco positiva di lui.
“Non sono fautrice di nessuno scherzo” si ribellò come se non accettasse
di essere paragonata a tutti gli altri “qualcuno vuole parlarti, e io l’ho
semplicemente accompagnato”.
“Tu insisti, ma io non vedo nessuno nei paraggi” le fece notare Gilo. Solo
in quel momento allora Flida sembrò ricordarsi che la tartaruga era
nascosta nella sua bisaccia. Furtivamente frugò all’interno dell’involucro
e avvolgendo la corazza dell’animaletto con le affusolate dita la tirò
fuori e la pose davanti al viso di Gilo. Dalle braccia protese della giovane
la tartaruga osservò con espressione simile a quella di Gilo, la faccia
perplessa dello stesso senza osare dir nulla. Per qualche minuto entrambi
sembrarono cercare di capire cosa stesse succedendo mentre l’imbarazzo di
Flida aumentava. Gilo allora alzò lo sguardo verso Flida e i suoi occhi
si fecero severi “dicevi di non volerti prendere gioco di me, ma questo mi
pare proprio uno scherzo ottuso, che cosa credete di rappresentare con questa
stupidaggine? E’ un modo poco onorevole di farmi capire quale sia la vostra
considerazione, ma trovo ancora più stupido usare un animaletto indifeso
per farvi beffe di me, non avete il coraggio di dichiarare apertamente ciò
che pensate dunque? Vi spavento così tanto? Credete forse sia contagioso?”
la redarguì, mantenendo comunque un tono pacato, come se la perfidia
dei coetanei non lo toccasse più di tanto. Flida si sentì avvampare
di rabbia e vergogna. La tartaruga intanto non osava dire nulla, ammirata
dalla preoccupazione che il giovane dimostrava nei suoi confronti, evidenziando
d’avere rispetto più per lei che per se stesso. Ciò faceva sicuramente
onore a Gilo, ma la tartaruga fu preoccupata nel percepire la poca considerazione
che il ragazzo aveva per se stesso. Flida intanto si sentiva umiliata, ma
non sapeva come rispondere. Ella non aveva avuto alcuna intenzione ostile,
eppure non riusciva a dimostrare la sua innocenza e si sentiva impotente di
fronte all’incapacità di manifestarne il contrario.
“Ti sbagli, stai lanciando accuse ingiuste, almeno nei miei confronti, questo
animaletto deve veramente parlarti”.
Alzò la tartaruga e la fissò negli occhi “avanti, dì
quello che hai detto a me” la esortò. Solo allora vide l’espressione
perfidamente divertita della tartaruga e allora capì l’inganno teso.
“Razza di manigoldo, vuoi farmi apparire peggio di ciò che potrei essere
vero? Ma non te la farò passare liscia, se non ti metti subito a parlare
giuro che questa sera arrostirai sulle braci” gridò. La tartaruga però
non emetteva suoni, mentre Gilo osservava stupito quella che sembrava follia
negli occhi di Flida. Le mani della giovane cominciarono a scuotere la tartaruga
che si sentì percuotere fin nelle viscere, come si trovasse in una
tempesta marina.
“Parla brutta bestiaccia” gridò arrabbiata Flida. Allora Gilo fu colto
dal timore per il brutto destino che sembrava ormai inevitabile all’animaletto,
vittima della follia di una giovane che troppo stress, forse, le aveva causato
l’attesa della fine di un’adolescenza inquietante.
“Ferma” gridò, e alzatosi di scatto strappò la povera tartaruga
dalle grinfie della pazza “che male ti ha fatto mai questa povera bestiola”
disse con disprezzo. Solo allora la tartaruga riprese a parlare “come potrò
mai ringraziarti giovane amico?” disse, e subito la sorpresa non impedì
a Gilo di comportarsi come poco prima aveva fatto Flida, lasciando cadere
la tartaruga dalle sue mani e balzando all’indietro. L’animaletto cadde di
nuovo al suolo. Questa volta però era stato pronto, e rifugiandosi
nella corazza non subì danni, mentre Flida esultava allegramente.
“Hai visto che non scherzavo?” gridava saltellando festosamente, felice di
poter dimostrare la sua rettitudine. Gilo nel frattempo restava sbalordito
e impaurito ad osservare la tartaruga che timidamente tirava fuori la testa
dal guscio.
“Quale diavoleria è mai questa?” balbettò il giovane versanv.
La tartaruga lo osservò con indulgenza “non è una diavoleria
e se mi lasci parlare ti spiegherò tutto”.
“Non temere, è un messaggero” intervenne Flida “capisci? È uno
di quelli della mitologia” disse cercando di sembrare più colta di
Gilo, facendo sfoggio di quanto la tartaruga le aveva rivelato poco prima.
Gilo fissò la ragazza. “Non vi sono racconti di tartarughe parlanti
nella mitologia” la informò.
“Invece si” protestò Flida “sei tu che probabilmente non la conosci
bene”.
Gilo dubitò, ma nonostante tutto non gli sembrava che la tartaruga
fosse pericolosa e forse, come diceva Flida, ignorava qualcosa che non conosceva.
Si avvicinò “è vero ciò che dice lei?” domandò.
La tartaruga sembrò sorvolare “sei tu Gilo di Esdre della terra di
Rumdok? Figlio di Sira discendente della famiglia Pohà? Colui che parla
alle onde?” proferì.
Gilo restò inebetito mentre Flida ormai sembrava non stupirsi più
di nulla “ehi, che vuol dire colui che parla alle onde?”
“Si sono io” rispose con timidezza Gilo “sono Gilo di Esdre della terra di
Rumdok, Sira è mia madre, ma non so nulla di questa famiglia Pohà,
inoltre non ho mai parlato con le onde” spiegò deluso, poi meravigliato
chiese “ma tu chi sei?”
“Io sono Fadenf, la tartaruga del sud, e porto un importante messaggio dall’isola
di It Kesd, ho ordine di consegnarlo a Gilo, figlio di Sira, discendente di
Pohà”.
Gilo si fece pensieroso. “Ti ripeto che non so nulla di questo Pohà,
e non ho mai parlato con le onde, forse tu mi confondi con qualcun altro,
io non sono nessuno, e non puoi avere importanti messaggi da consegnare a
me” disse sconsolato. Dalla sua posizione di apparente inutilità Flida
ascoltava le parole di Gilo con perplessità, animata da pensieri che
non le sembrava di poter fare. Provava tristezza nel constatare la solitudine
del ragazzo e si sentiva stupida, come sentisse di esserne in parte responsabile.
Fadenf intanto sembrava dubbioso “ci sono altri Gilo a Esdre?” domandò,
ma davanti al silenzio del giovane, fu Flida ad intervenire. nel tentativo
forse di rimediare alla colpevolezza che sentiva crescere dentro di se, pensando
che se fosse riuscita a fare sentire Gilo un po’ importante, forse, non avrebbe
più provato quel senso di colpa “No, non esistono altri Gilo a Esdre,
quindi deve essere per forza lui quello che cerchi” affermò.
La tartaruga la fissò, poi tornò a guardare verso Gilo “si,
sono certo che sei tu colui che cerco, i tuoi occhi sono sinceri e se non
conosci la tua discendenza sicuramente ci sarà una ragione, per quanto
riguarda le onde, non me ne preoccuperei, tu non le senti, ma esse sanno che
più volte hai rivolto loro la parola” disse. Gilo sospirò “sì,
lo ammetto, ma non pensavo che…”
“Non preoccuparti” lo interruppe Fadenf “piuttosto dimmi, chi è la
tua guida istruttiva?”
Gilo sembrava ancora dubbioso, ma non riusciva a mentire e rivelò “mio
nonno Delo”.
“Ah, bene, bene” borbottò Fadenf “sono certo che tuo nonno sia un versanv
molto saggio, e se ti ha nascosto qualcosa sicuramente avrà le sue
buone ragioni, e forse è proprio di un tipo di elevata saggezza che
abbiamo bisogno” fissò Gilo “dovresti accompagnarmi da lui” disse.
Molte spiegazioni aveva cercato di farsi dare Gilo, ma poche cose aveva appreso
dalla tartaruga e nemmeno si era accorto che Flida continuava a seguirli mentre
percorrendo la strada periferica, conduceva l’animaletto alla dimora dell’anziano
nonno.
Il giovane versanv rimase allibito dinanzi alla tranquillità con la
quale il nonno affrontò la tartaruga parlante. Si era aspettato spavento
o perlomeno stupore, ma il vecchio Delo non aveva dimostrato né l’uno
né l’altro nel momento in cui aveva sentito le prime parole di Fadenf,
anzi, una specie di rassegnazione si era manifestata in lui, come se già
da molto tempo avesse saputo che prima o poi l’avrebbe incontrata. La piccola
casa di Delo era illuminata da una finestra posta ad est, nella quale i luminosi
raggi di Sirs penetravano da levante. Delo camminò sino ad essa e ne
richiuse le persiane, lasciando penetrare quel poco che bastava a produrre
nella stanza una lieve penombra, giusto per vedere dove si camminava. Sembrava
quasi voler celare un segreto e tener nascosto al mondo intero ciò
che succedeva in casa sua, ma era un atteggiamento strano che Gilo non comprendeva.
Il vecchio si sedette con fatica e per la prima volta, parve veramente vecchio.
Nonostante l’età, Delo era un omino ben attivo e mai aveva manifestato
gli pesassero i suoi duecentoun anni. Quella, era la prima volta a memoria
di Gilo. Fissò con sguardo impotente la tartaruga che ora se ne stava
zitta, ma che non mancò di notare la scaltrezza del vecchio che già
aveva contato i nove quadri che ne caratterizzavano la corazza. Nella stanza
si levò un’irreale atmosfera, ma l’animaletto sapeva d’essere davanti
ad un versanv speciale, le cui doti forse, egli stesso non riusciva a comprendere,
o peggio, ad accettare. Anche Flida, che sembrava un’intrusa in tutta quella
storia, non aveva nulla da dire. “Molti anni fa” esordì Delo con fatica
“sulle rive del mare Brump percepii un odore insolito, un sapore d’antico,
qualcosa che presagiva tempi oscuri” si fermò e pensò. “Erano
i nostri antenati che convocavano” disse guardando Gilo. Il giovane restò
meravigliato. “I nostri antenati?” domandò evidenziando la propria
ignoranza riguardo l’argomento.
Delo osservò Fadenf, senza ancora sapere bene qual’era il suo ruolo.
Per il momento intendeva solo che non poteva più tenere nascosta la
verità al nipote. “Io non so quale destino gravi sulle nostre eredità”
cominciò allora a spiegare “ma sta scritto nelle tradizioni della nostra
discendenza, che un giorno saremmo stati chiamati ad onorare tale origine.
Molti anni però, anzi, secoli sono passati da tali tradizioni, ed io
speravo che ormai, ciò che sembrava più una fantasia da tradizionalisti
fosse divenuta un’invenzione senza senso, un modo per accrescere l’onore della
nostra famiglia, ma sbagliavo. Lo capii quel giorno, e mai avrei potuto immaginare
che proprio tu nipote mio, fossi il predestinato a cogliere tale fardello”.
Guardò Fadenf “per questo tenni occultato il racconto della discendenza,
speravo che se il tramandare delle origini si fosse smarrito, nessuno avrebbe
più saputo dove cercarci”.
In piedi davanti a lui, Gilo continuava a non comprendere tutti quei discorsi
su tradizioni e discendenze. Appariva turbato e irritato. “Che cosa mi hai
tenuto nascosto Nonno? E perché”. Era evidente che il fastidio maggiore
fosse proprio il motivo a lui ancora oscuro. Fadenf non parlava e Delo sapeva
che era compito suo spiegare. Allora alzò lo sguardo e fissò
la giovane Flida nascosta in un angolo. Ella, in silenzio sperava che nessuno
si accorgesse di lei. Sussultò per il timore d’essere mandata via.
“Io non dirò nulla” balbettò spaventata dal pensiero di conoscere,
ma incapace di resistere alla curiosità. Delo fissò la tartaruga
e questa volta pareva pretendere un giudizio. Fadenf non esitò “tu
sai bene Delo, nella tua saggezza, che nulla avviene per caso, se lei è
qui, forse anche lei ha un ruolo in tutto ciò” disse con leggera enigmaticità.
Delo esitò solo qualche istante. Fece poi un cenno alla giovane. “Sedetevi”
ordinò ai due ragazzi. Flida fu veloce ad obbedire, un po’ meno Gilo,
egli aveva paura di sapere, ma allo stesso tempo, proprio come Flida, non
poteva impedirsi di ascoltare.
“Gli antenati lasciano in noi residui di responsabilità, chi più
pesanti chi meno, ma è indubbio che dalle azioni dei nostri avi noi
subiremo, inevitabile, qualche condizionamento”. Attese di sentire se vi fosse
qualche commento, ma Gilo sapeva che non doveva interrompere e aspettò.
“E’ tradizione, che ogni versanv conosca la storia della propria famiglia.
Noi usiamo un solo nome per distinguerci, ma abbiamo origine da un progenitore,
il quale da alla sua stirpe la distinzione per discendenza. Noi, nipote mio,
discendiamo da un antenato che si chiamava Pohà, quindi il tuo nome
è Gilo Pohà” rivelò. Attese di nuovo e dal silenzio comprese
che il giovane intuiva celarsi nella sua discendenza un segreto oscuro. Qualcosa
che doveva essergli svelato per diritto, altrimenti egli non avrebbe potuto
avere un nome. Comprese anche, però, che al nonno ciò pareva
terribile, e da tale segreto era spaventato.
Il silenzio venne interrotto dopo un po’ dalla voce del nonno, sempre più
faticosamente.
“Da questo tuo avo ha avuto origine la stirpe degli stiggs” rivelò.
A quel punto lo stupore fu incontenibile, tanto in Gilo quanto in Flida. Un
corale e stupito “oh” si levò nella penombra, prima che Gilo non riuscisse
a trattenere le sue parole. “Ma la mitologia…narra che gli stiggs discendono
degli egeli” disse, come se da questo fosse naturale che essi avessero avuto
origine.
“Discendenti, ragazzo mio, ma non anteriori. Gli stiggs sono ciò che
resta dei fuggiaschi, essi hanno raccolto alcune qualità degli egeli
e altre dai versanv. Si può dire che siano l’ombra degli egeli, una
razza che nascosta tra le montagne ha sviluppato caratteristiche diverse,
ma in realtà in origine noi versanv eravamo il popolo dell’est. A quei
tempi, quando le creature di Ircart vivevano d’inconsapevole tranquillità
e i grandi popoli ancora non avevano avuto origine, Itcart era solo una regione
dell’unico continente, una regione che la mitologia descrive simile ad un
paradiso. Allora gli dèi ancora dovevano fare la loro comparsa, ma
il male, ovvero Murtvan, già strisciava nelle viscere della terra.
Allora avevamo caratteristiche diverse, eravamo noi il popolo dell’est ed
eravamo più simile agli egeli che a ciò che siamo oggi. Quando
le terre di Itcart furono invase dalle forze demoniache, i popoli che fuggirono
trovarono riparo tra le foreste, tra i monti e le paludi. In tutti questi
luoghi sono ivi presenti residui d’ogni epoca, come nature incorporee o spiriti.
I fuggiaschi lottarono per la sopravvivenza fino all’arrivo degli Equari,
come narrano le leggende mitologiche. Una di queste leggende racconta che
un raggruppamento di fuggiaschi, mentre scappava verso le montagne, fu aggredito
dai demoni. Tra loro vi era un esule di nome Pohà, egli aveva una moglie
che aspettava di partorire il loro primogenito. Pohà, consapevole dell’atrocità
che sarebbero spettate al figlio nascituro se fosse caduto nelle mani dei
demoni, organizzò una resistenza. Con pochi coraggiosi volontari, attirò
lontano dal gruppo i demoni, dando così la possibilità agli
altri di fuggire. Pohà, fu l’unico sopravissuto del gruppo di coraggiosi.
Venne fatto prigioniero e non rivide più la moglie, ma seppe dopo molti
anni, che suo figlio era nato. Ciò che non seppe mai in vita, ma che
gli sarebbe stato rivelato nell’aldilà, fu che quello stesso figlio
si chiamava Ydasc-rov ed era divenuto il primo re degli egeli, ossia quel
popolo che le forze divine avevano trasformato definitivamente in quello che
oggi la mitologia descrive come il popolo eleto”. Meraviglia e stupore si
addensarono sul viso di Gilo nel comprendere la storia. Lui, insignificante
versanv, era un discendente del popolo più forte di Titiam, ma qualcosa
sembrava turbare l’animo del nonno e Gilo non ne comprendeva bene il motivo.
Delo alzò il viso e fissò lo sconcertato nipote. “Io non so
quale tributo reclami la nostra discendenza, ma la storia dei popoli maggiori
è pervasa da guerre e l’aria dei nostri tempi è viziata da oscuri
presagi. Lontano da avventate avventure vorrei tenerti nipote mio, ma io sono
solo un vecchio la cui mansione è tramandare alle nuove generazioni
la storia e la mitologia di Titiam. Ora più che mai però, mi
accorgo che tale compito non è per nulla gratificante perché
adesso comprendo il valore di questa tradizione. Tutto è stato tramandato
al solo fine di preservare il momento in cui una nuova oscura minaccia si
propaghi tra i cieli di Titiam, con l’unico scopo di ricordare a tutti noi
che siamo schiavi di una libertà che mai possederemo, se non con il
sacrificio e la sofferenza”. Guardò il piccolo Gilo. I suoi occhi erano
tristi. “Una mesta eredità ti attende, ed è giusto che tu sappia
che tutto ciò che fino ad oggi hai appreso, sebbene mascherato da favole
o leggende, corrisponde null’altro che alla verità. Molte tuttavia,
sono le cose di cui io stesso sono all’oscuro e forse, il nostro piccolo amico
può illuminarci” fissò Fadenf e tacque.
Ancora il silenzio fu dominatore per pochi minuti, poi Fadenf rivelò
“sono solo un messaggero, non ho nulla da rivelare se non che oltre l’oceano
Obed qualcosa di maligno si sta avviando verso le terre di Itcart, questo
è tutto ciò che mi è stato detto di trasmettere”. Fadenf
osservò con attenzione i suoi ascoltatori. “Raggiungi la terra di Rumdok
e nel piccolo paese di Esdre cerca Gilo, figlio di Sira della famiglia Pohà,
egli deve onorare un debito di discendenza e in questi tempi di minacciosa
oscurità ogni essere vivente di Titiam è chiamato a compiere
il suo dovere. Tu sei stata testimone della caduta di Iniptu e della presa
dell’isola di It kesd, mi venne detto. Tale disgrazia deve essere annunciata
al popolo che vive nel nord, sull’isola di Vann. Solo ad un messaggero fidato
può essere assegnato tale annuncio, ma tu sei troppo esposta ai pericoli.
L’oceano Rish miv è abitato da infauste creature, servitrici del tenebroso
signore degli inferi e non può essere attraversato. Dovrai recarti
laggiù attraverso la terra, ma troppo lento è il tuo cammino
e il tempo è poco. Trova il discendente di Pohà e da lui fatti
accompagnare, poiché nessuno può essere più affidabile
del discendente della stirpe degli stiggs, dai quali discendono a loro volta
gli egeli. Ecco, questo è tutto ciò che so” rivelò Fadenf.
Delo fissò la tartaruga con perplessità. Non credeva che la
piccola bestiola gli avesse rivelato tutta la verità, ma sapeva che
non era il caso di chiedere ulteriori esplicazioni, gia quanto aveva sentito
gli bastava per avere terrore di quanto attendeva Titiam e il suo ignaro nipote.
Il nonno sembrò sprofondare nella sedia su cui stava seduto, come se
il suo corpo si sgonfiasse e nessun giaciglio fosse sufficiente a contenerne
l’angoscia.
“It Kesd è capitolata e il monastero Iniptu caduto, quale sciagurata
sventura quindi si sta abbattendo su di noi?” sospirò, poi osservò
Gilo “e quale perfido destino che io non posso evitare grava sulle tue spalle?”
Osservò la tartaruga “darei la mia vita per impedire che ciò
accada, ma mi è impossibile evitarlo vero?”
Fadenf abbassò lo sguardo sconsolato. “Le parole dell’emissario sono
state perentorie. Ogni essere è chiamato a compiere il suo dovere,
quantunque anche uno solo dovesse esentarsi da ciò, o fallire, il destino
di Titiam sarebbe segnato e nessuno vivrebbe più né in pace,
ne libero, tuttavia, la missione che ci attende sembra ben poca cosa confronto
quanto attende i destinatari del messaggio”.
Delo sospirò di nuovo mentre i due giovani ancora non sembravano rendersi
conto di quanto accadeva.
“Ma noi siamo piccoli esseri, null’altro che lavoratori della terra e pescatori.
Mai abbiamo osato uscire dai confini dei nostri paesi. Conosciamo la terra
di Rumdok attraverso i racconti di viaggiatori stranieri, uomini, come potremmo
mai attraversare il continente per raggiungere la leggendaria Vann?”
“Una guida ci serve” disse Fadenf “e se ho ben capito, un compito simile può
essere svolto solo che dagli uomini. Sembra siano i più attivi viaggiatori
di questo mondo”.
Gilo sussultò conoscendo le storie che si raccontavano sul carattere
degli uomini. Erano inaffidabili, rozzi e spesso violenti, crudeli ed egoisti.
Un'altra cosa però lo preoccupava mentre né Delo né Fadenf
sembravano rammentarsene: lui non era ancora in grado di prendere decisioni.
Non aveva ancora raggiunto la maggiore età, e i suoi genitori non avrebbero
mai acconsentito a fargli intraprendere un simile viaggio.
“Gli uomini sono irresponsabili, indegni di fiducia, sono sleali e corrotti,
non potremmo mai fare affidamento su tali individui” continuò Delo
come se tutto fosse gia stato deciso.
“Il tuo giudizio è avventato vecchio” lo redarguì Fadenf. “Su
vecchi propositi ti stai basando, ma da molti secoli gli uomini non hanno
più contatto con gli altri popoli, ciò che si racconta su di
loro non è tutto esatto, creature del cielo e dell’acqua mi hanno raccontato
cose più gentili delle tue su loro”.
“Forse hai ragione, io non conosco il mondo esterno, ma degli uomini sappiamo
la storia. Vivono in contrasto tra loro stessi, hanno provocato un infinità
di conflitti e non accettano le divinità del nostro mondo. Io non credo
di potermi fidare di loro”.
“Eppure sono la nostra unica alternativa, a meno che tu non conosca qualcun
altro”.
Delo scosse il capo sconsolato.
“Ho sentito dire” riprese allora Fadenf “che gli abitanti della penisola Alistac
sono tipi socievoli, cordiali e altruisti, potremmo rivolgerci a loro” propose.
A quel punto Gilo si fece coraggio ed intervenne “aspettate un secondo” disse
attirando l’attenzione. “State parlando come se tutto fosse già deciso,
ma nessuno vuole sapere la mia opinione?”
Fadenf lo guardò con perplessità. “Se ti rifiuterai di accettare
il tuo compito un destino tremendo si abbatterà su tutto il nostro
mondo” gli ricordò, temendo che il giovane non volesse assolvere il
suo dovere.
Gilo sembrò rendersi conto solo in quel momento del pericolo che incombeva
e il suo sguardo parve terrorizzato. “Vorrei tanto poterlo fare” spiegò
“non so ancora di che cosa si tratta ma sento che è solo il pericolo
ad attendermi. Tuttavia se Titiam mi chiama non mi sottrarrò al mio
dovere, ma io sono solo un versanv minorenne, sul mio mento ancora non è
cresciuto nessun pelo, e i miei genitori non mi lasceranno mai partire, nemmeno
se la grande anima in persona lo chiedesse”. Esagerò per esporre il
problema che pareva irrisolvibile, ma con suo stupore la cosa non parve preoccupare
per nulla Delo.
“Esiste una soluzione a questo” dichiarò, e Gilo restò sorpreso
dalla facilità con la quale il nonno sembrava rivelarglielo “i versanv
sono sempre stati un popolo legato a tradizioni e rituali, ma la mescolanza
nei secoli passati accanto agli uomini ha fatto sì che il nostro popolo
raccogliesse molti concetti degli umani e mischiando i loro culti, norme e
riti, gran parte delle nostre tradizioni si sono smarrite. Un tempo però
i versanv praticavano una religione propria, incontaminata da insegnamenti
estranei, e vi erano dei sacerdoti, i quali, per intraprendere la via del
sacerdozio, trascorrevano un periodo in solitudine per stare in contatto con
la natura e ascoltare il pensiero di Titiam. Tale esilio ovviamente non ha
mai condotto nessun versanv oltre i confini delle grandi montagne, gli iniziati
si sono sempre limitati a raggiungere le pendici dei monti e trascorre lì
il tempo meditabondo. Essi partivano con una guida spirituale, un sacerdote
già esperto che aveva il compito di insegnare l’arte eremitica. Ovviamente,
con il perdersi delle tradizioni anche la memoria dei versanv è cambiata
e tra i giovani non sussiste più tale interesse verso le usanze ritualistiche,
ma, nonostante tutto, nessuna legge impedisce un riavvicinamento ai vecchi
costumi. Se tu, nipote mio, dovessi decidere di voler intraprendere la via
del sacerdozio, nessuno oserebbe opporsi, anzi, ciò sarebbe motivo
di sicuro orgoglio, non solo per i tuoi genitori, ma per tutto il popolo dei
versanv. Non sarà necessario poi rivelare che il tuo esilio non si
limiterà ai confini di Rumdok” illustrò.
Gilo osservò meravigliato il nonno che sembrava non aver dubbi sulla
sua delibera, ma evidentemente il nonno non valutava le sue stesse parole
“tu parli di vecchie tradizioni nonno, ma sembra che tu stesso ignori perfino
il senso delle tue parole. Da secoli nei villaggi versanv non vi sono più
sacerdoti della vecchia religione, e tu stesso hai parlato della necessità
di una guida spirituale, anche se io esponessi la mia intenzione a riesumare
le antichi tradizioni dovrei comunque trovare una guida, da solo non avrò
mai il benestare di nessuno”.
Delo sorrise amaramente poiché, se ogni obiezione del nipote aveva
una logica e una solida motivazione per far sì che l’impresa non potesse
aver luogo, le circostanze che si erano create nel tempo sembravano aver agito
in modo tale da poter trovare una soluzione ad ogni intoppo, e Delo si vide
costretto a pensare che qualcosa di molto più grande del suo intelletto
aveva operato al posto suo affinché egli non potesse sottrarsi al compito
che un girono il destino gli avrebbe chiesto “tu dimentichi che io vivo da
due secoli ormai, e ciò significa che ho il favore degli dèi
dalla mia parte. Questo designa che potrei essere una perfetta guida” rivelò
ancora.
Fadenf sembrò sollevato. “Eseguirai il tuo compito allora?” domandò
a Gilo.
Il giovane si mostrò confuso e incerto, stava accadendo tutto troppo
in fretta. “Vorrei potermi sottrarre” sussurrò, ma più che il
silenzio della tartaruga era quello del nonno Delo a preoccuparlo. Sicuramente,
se non poteva interamente fidarsi di Fadenf, poteva farlo di lui e se Delo
non si opponeva alle richieste della tartaruga, allora significava che tutto
corrispondeva a verità. “Come faremo a mantenere nascosta la nostra
missione, i miei genitori vorranno essere informati sul cammino”.
“Questo potrebbe rappresentare un problema più serio” sospirò
Delo. Fu allora che Flida s’intromise “potremmo usare mio nonno” disse con
entusiasmo. Allora tutti la osservarono come se la vedessero per la prima
volta. “Lui è saggio, proprio come lei signor Delo” proseguì
“e non si rifiuterà di aiutarci. Potrebbe venire con noi fino ad Alistac
e restare lì per mandare notizie a casa, così tutto resterebbe
nella tranquillità”. Solo qualche istante di perplessità si
diramò nel gruppo.
“Potrebbe essere” sussurrò infine Delo, ma già temeva che quella
collaborazione avrebbe aggravato la situazione. Delo si rendeva conto che
quella storia doveva restare segreta, ma già troppi intrusi ne facevano
parte, e la prima complicazione avvenne proprio in quella stanza.
“Naturalmente ciò significa che io dovrò venire con voi” disse
Flida.
“Non se ne parla nemmeno” obiettò con irruenza il vecchio.
“Ma mio nonno non può seguirvi se non ci sarò anch’io, la cosa
diverrebbe troppo sospetta” disse Flida dimostrando una capacità di
ragionamento invidiabile.
“E’ vero” l’assecondò Fadenf.
“Si, ma sono io che devo prendermi cura dei ragazzi e non ho più l’età
per star dietro a certi temperamenti. Gilo non mi preoccupa, è responsabile
e devoto, ma Flida è irrequieta e ribelle”. Il vecchio Delo guardò
tutti con severità. “Verrai con noi, ma ti fermerai ad Alistac e lì
aspetterai con tuo nonno” dichiarò.
“Non ci penso nemmeno, se ho ben capito sono io che posso risolvere il vostro
problema e voglio qualcosa in cambio” protestò la ribelle.
Delo sembrò infuriarsi “piccola vipera” gridò “non sai dunque
immaginare in quale sventurata tragedia ci stiamo per arrischiare? Tu non
puoi nemmeno immaginare quali pericoli ci attendono la fuori, se è
una ricompensa che vuoi allora accetta di restarne fuori e prega che tutto
si risolvi per il meglio”. L’Intemperanza della giovane però era elevata
e nella sua dignitosa superbia, sentendosi umiliata non volle cedere. “Io
voglio seguire Gilo, e se non mi sarà permesso allora non vi aiuterò”
disse. Gilo sembrò improvvisamente animato da un senso d’importanza.
Flida non aveva detto che voleva seguire la compagnia o compiere quel viaggio
eroico, ma che voleva seguire lui, e sebbene l’impeto della giovane avesse
potuto far pensare ad una frase involontaria, la sensazione che Gilo aveva
avuto era proprio che in tale inconsapevolezza ella avesse espresso una sorta
di emozione che inconsciamente celava a se stessa. Fadenf osservò l’ostilità
tra i due contendenti, ma la sua scaltrezza aveva intuito i pensieri di Gilo
e non esitò a servirsene “smettetela di discutere, mentre qui si litiga
il tempo scorre ed è una cosa che non ci possiamo permettere. Forse
ci dimentichiamo che la responsabilità di tutto pesa sulle spalle di
Gilo, ed è lui che deve decidere, perciò, poiché chiunque
si trovi in questa stanza è oramai coinvolto, ciò che Gilo deciderà
sarà un ordine. D’accordo?” s’impose. Delo sbuffò, ma confidava
nella ragionevolezza del nipote e acconsentì “per me va bene” disse.
Flida sussultò rammentando come il giovane versanv l’aveva ripresa
sulla scogliera, e dubitava che le avrebbe concesso una grazia, temeva di
più una vendetta. Tuttavia non poteva far altro che sperare. Sospirò
ed annuì. Tutti allora si voltarono verso Gilo, il quale comprese subito
quale gravoso impegno si prospettava per lui in tutta la storia. Non voleva
essere capo di nulla e già si trovava a prender decisioni. Sapeva che
il nonno faceva affidamento su di lui e se avesse deciso diversamente da come
si aspettava lo avrebbe deluso, ma adesso contava anche di avere un minimo
d’importanza tra le considerazioni di Flida. Se avesse sprecato quell’unica
occasione sicuramente, non ne avrebbe avute altre. Era inutile cercare di
nascondere a se stesso come la giovane versanv le piaceva e sapeva che, forse,
lontana dalle insidie irrequiete di Esdre, avrebbe potuto addolcire il suo
carattere. Era un’occasione troppo allettante e unica, quindi sospirò
e decise “verrai con noi” sussurrò. Sul viso di Delo apparve stupore
e delusione mentre Flida rianimata, già stava per esultare. Subito
però Gilo bloccò il suo entusiasmo “ma dovrai essere obbediente
e fare tutto ciò che ti sarà detto di fare, non dovrai causare
problemi e rispettare mio nonno” l’ammonì.
“Sarò rispettosa e umile” esultò la giovane congiungendo le
mani.
“Inoltre, poiché io non possiedo alcuna saggezza, voglio che sia Delo
a comandare la compagnia” disse, già sapendo che sebbene la decisione
fosse stata accolta da tutti i membri, su di lui infine sarebbero pesate le
responsabilità. Delo lo guardò con disapprovazione “non so cosa
ti sia preso ragazzo mio, temo che la tua prima decisione sia stata del tutto
errata, ma sei tu il destinato e se così hai stabilito, allora anche
questo avrà un suo senso” e senz’altro commentare accettò il
verdetto del nipote.
Il nonno di Flida si chiamava Oglo. La giovane versanv aveva dovuto raccontare
più del necessario per convincerlo ad aggregarsi alla compagnia. Il
vecchio conosceva molto bene Delo, e come tutti gli abitanti del villaggio
ne aveva rispetto. Oglo non era vecchio come Delo, ma aveva già passato
i centocinquanta anni e pur avendo un gran rispetto per il saggio aveva voluto
vedere la tartaruga parlante, e costatare di persona la veridicità
dalla vicenda. Un grande stupore lo aveva invaso nel sentire la voce della
tartaruga. Fadenf aveva poi dovuto rivelare ancor più di quanto già
avesse riferito Flida. Oglo aveva intuito che la situazione era grave e rischiosa,
ma comprendeva che accadeva qualcosa di terribile, e nella sua saggezza annoverava
che non poteva negare il proprio aiuto. Aveva però espresso perplessità
riguardo al ruolo della nipote, opponendosi alla sua partecipazione al viaggio.
Secondo lui la giovane sarebbe dovuta restarne fuori e non seguirli fin oltre
la penisola Alistac. Subito il vecchio Oglo aveva avuto l’appoggio di Delo
che ancora sperava di poter evitare il peso della sua presenza, ma Flida era
stata irremovibile e di nuovo aveva minacciato di non collaborare, se non
avessero acconsentito a rispettare i patti già stabiliti. Ciò
avrebbe compromesso l’intera missione perché oramai ognuno di loro
aveva un ruolo ben preciso, e nessuno poteva più mancare. Alla fine,
grazie anche alle pressioni di Fadenf, si stabilì che ogni cosa andava
eseguita nel modo deciso. La compagnia sarebbe partita per Alistac prima possibile.
Tuttavia le difficoltà non erano ancora finite. Si era deciso di arrivare
ad Alistac via mare, sulla piccola barca a remi di Delo. Brump, aveva assicurato
Fadenf, era ancora un mare tranquillo. Le creature degli abissi che infestavano
l’oceano pelagico non erano ancora giunte fin lì, ma la situazione
precaria non concedeva loro molto tempo, tuttavia, perché la situazione
non destasse preoccupazioni e incertezze, era necessario procedere con cautela.
I genitori di Gilo e Flida, avevano accolto con entusiasmo la notizia che
i figlioli volevano esplorare i luoghi mitologici di Itcart per approfondire
la loro cultura, la presenza di Flida era stata giustificata dicendo che anche
lei aveva subito il fascino della mitologia e le attrazioni degli antichi
culti sacerdotali delle tradizioni. All’oscuro di ogni altro evento, i genitori
dei giovani non avevano posto altre condizioni se non quella di essere accompagnati
dagli anziani saggi, senza immaginare che proprio loro li avevano ingannati.
Non era stato difficile convincerli, ma volevano conoscere l’itinerario che
avrebbero seguito e accertarsi che tutto fosse regolare, perciò volevano
partecipare ai preparativi per essere sicuri che i due giovani fossero provvisti
d’ogni cosa. Tali preparativi avrebbero rimandato la partenza che Fadenf avrebbe
voluto effettuare il giorno seguente, di circa una settimana.
Delo si preoccupò di programmare un tragitto apparentemente poco rischioso,
ma che prevedeva un lungo periodo. Assicurò che ad Alistac, un suo
vecchio amico conosceva degli uomini molto socievoli che sarebbero stati contenti
di accompagnarli nel loro cammino; la cosa, se da un lato non era soddisfacente
per la considerazione che i versanv avevano per gli uomini, dall’altro garantiva
una maggiore sicurezza e i quattro genitori non si opposero. Erano contenti
che i figli potessero fare quell’esperienza, e il viaggio non appariva troppo
impegnativo, secondo Delo avrebbero visitato Alistac, si sarebbero diretti
poi a nord tra le pianure di Himor dove si trovavano degli importanti siti
ricchi di mitologia fino alle sponde del Timtaghef, attraversato il grande
fiume raggiungendo il ponte ai confini con le terre degli uomini del nord
e raggiunto i confini di Rug-hae dove si iniziavano a scorgere le dune del
Beltfraio, il grande deserto che ospitava la mitica città di Gripta.
Le leggende sostenevano che in quella città si acquisiva la saggezza
eccelsa, ma che in tale luogo si restava prigionieri della propria estasi,
e nessuno tornava più indietro. Avrebbero poi raggiunto le pendici
dell’Ugmu-an, la grande catena montuosa che separava le terre dell’ovest da
quelle dell’est, da qui infine avrebbero ripreso la via del ritorno verso
il grande Oqua. Il tempo previsto per il viaggio era di circa un anno.
Fadenf sapeva che gli eventi avrebbero rivelato molto prima di un anno ciò
che stava veramente accadendo su Titiam, ma per il momento quel che gli importava
era di avviarsi e non si oppose oltre. Così, la compagnia partì
nella primavera dell’anno 1863 nel ventunesimo giorno del mese Ipraù,
nel giorno dell’equinozio, e la prospettiva di un arduo viaggio pieno d’incognite.
Oglo, che grazie alla sua passione possedeva molti uccelli messaggeri, portò
con se un piccolo falco il quale avrebbe avuto il compito di portare ai genitori
dei due giovani le notizie riguardanti il loro viaggio. Un compito difficile
attendeva il povero Oglo che avrebbe dovuto mettere a dura prova la propria
fantasia per inventare praticamente tutta la storia di quel viaggio immaginario,
mentre i suoi compagni si sarebbero trovati altrove in chissà quali
assurde avventure nel viaggio reale. Un secondo falco, più grande questo,
avrebbe accompagnato i viaggiatori. Oglo voleva ricevere informazione sull’andamento
della vicenda. Fadenf si era opposto avvertendo che sarebbe stato un rischio
far scorazzare un uccello per il continente portante messaggi di un viaggio
che ben presto sarebbe stato troppo controllato da chiunque avesse interessi,
benigni o maligni, nella vicenda. Alla fine si giunse al compromesso che Adurb,
il falco, avrebbe volato solo in caso di necessità, il che significava
la condizione del rischio di fallimento.
Infine, la piccola imbarcazione era partita da Esdre. In molti si erano radunati
al porto per salutare l’inizio del viaggio. L’evento era di particolare importanza
perché da molto tempo nessun giovane partiva più alla ricerca
delle proprie origini e la cosa era di buon auspicio; i paesani di Esdre erano
convinti che quest’evento stesse per dare il via ad un nuovo ciclo dove i
giovani avrebbero cominciato a ritrovare il vecchio interesse che era sempre
stata una qualità dei versanv per le antiche discendenze.
Sirs splendeva alto nel cielo ancora azzurro di Rumdok e sull’acqua calma
di Brump i suoi riflessi sembravano lucciole del giorno, tranquille e pacifiche,
senza timori e preoccupazioni. Fadenf però, percepiva il silenzio del
mare che sembrava non aver più voce e come lui sembrava poterlo percepire
anche Gilo, anche se si guardava bene dal fare una simile affermazione. Ciò
non gli impediva lo stesso però, di percepire una ragionevole irrequietezza
nel proprio animo. Alistac distava circa due settimane di navigazione per
la lenta barchetta del vecchio Delo, carica di bagagli e provviste. La prima
sosta, verso sera, fu nel villaggio di Dek, protetti dalle isole Nusim e Fifint
dove la notizia del loro arrivo li aveva preceduti. Furono accolti come eroi
e li sostarono per la notte. Proseguirono poi sbarcando nei giorni successivi,
rispettivamente, nei villaggi di Irmunt, Yofk, Batif e Ofumun, fino a giungere
nell’insenatura di Rimiz, una piccola contea nell’ovest di Rumdok sulle coste
di Brump. Lì, erano attesi da un amico di Delo, raggiunto da un messaggio
di Fidcà, il primo rapace messaggero della compagnia. La comitiva fu
accolta con tutti gli onori che spettavano a dei così temerari viaggiatori,
era il ventisettesimo giorno di Ipraù. Naturalmente l’amico di Delo
non sapeva nulla della missione e per lui si trattava solo di un viaggio di
esplorazione. Elogiò con eccitazione i due giovani che cercavano di
mostrarsi entusiasti e cordiali, ma in realtà Gilo era turbato e Flida
infastidita. Li ristorò con tutto e più di quanto poteva offrire,
e quasi non li lasciò partire la mattina seguente a furia di continui
elogi e raccomandazioni. Proseguirono così fino ai confini di Rumdok
e si fermarono nella cittadina che si trovava proprio sul confine tra le due
terre, dove i versanv di Rumdok avevano spesso contatti con gli uomini di
Himor. Lì speravano di poter incontrare qualche umano che li potesse
informare sul come muoversi ad Alistac. Così, ancora una volta preceduti
da Fidcà, arrivarono a Motippà, sul confine delle terre del
sud. I gestori di una locanda li stavano attendendo e anche lì l’accoglienza
fu particolarmente calorosa. Si ristorarono e furono assaliti da domande come
se la loro fosse un’impresa storica. Alla fine, un vecchio versanv che aveva
buoni rapporti con gli uomini, li condusse ad incontrare un amico della razza
umana, un pescatore che conosceva molto bene la penisola di Alistac. Il pescatore
si chiamava Santiago e fu molto cordiale. Si offrì di accompagnarli
fino ad Alistac dove li avrebbe condotti da degli amici fidati disposti sicuramente
ad aiutarli. Per il gruppo però adesso cominciava una problematica
molto seria, sapevano infatti che per ricevere l’aiuto di cui avevano bisogno,
avrebbero dovuto rivelare ben più di quanto potevano, e la fiducia
diveniva veramente una cosa essenziale.
Lasciarono Motippà praticamente all’alba, così furtivamente
che solo Santiago si accorse della loro partenza. Era il nono giorno di viaggio
e Brump, conosciuto col nome di mare calmo dagli uomini, era tranquillo come
sempre. Non vi erano state difficoltà in quei giorni, ma la compagnia
sapeva che la vera avventura doveva ancora incominciare. Santiago da buon
uomo di mare li aveva esortati ad attraversare il golfo di Isef senza costeggiarlo
per giungere direttamente ad Alistac, ciò avrebbe fatto loro risparmiare
almeno tre giorni di viaggio. Oglo e Delo erano reticenti, essi non volevano
abbandonare la sicurezza delle coste, ma questa volta Fadenf riuscì
ad avere la meglio e a convincerli a lasciarsi guidare dall’umano. Giunsero
così nel porto di Gubvin nel primo pomeriggio, con sei giorni di anticipo
del previsto.
Gubvin era un villaggio di pescatori ed il suo porto era poco più di
un pontile dove attraccavano le piccole imbarcazioni dei pescatori artisti;
sì, perché anche i pescatori ad Alistac si dedicavano, nel tempo
libero, all’arte. Subito l’atmosfera si presentò piuttosto allegra.
Per le strade sterrate di Gubvin si aggirava una festosa aria dove si percepivano
suoni di chitarre, violini e clarinetti. Sparsi qua e la pittori dipingevano
tele ispirandosi alla natura circostante e giocolieri facevano roteare con
destrezza ed allegria birilli e clave. Gubvin sembrava un piccolo circo all’aperto,
dove regnava vitalità e spensieratezza al punto che quasi nessuno notò
lo sbarco dei quattro individui tanto diversi dagli uomini.
I versanv si guardarono intorno stupefatti più che mai. Nessuno di
loro si era aspettato una simile situazione. Gilo in particolare osservava
stupito l’allegria che lo circondava quasi senza riuscire a comprenderla.
Tutti i racconti che gli erano stati fatti sugli uomini li descrivevano come
un popolo scorbutico, esseri scontrosi, irascibili, astiosi e collerici, solitari,
poco inclini alla cordialità, intolleranti e ostili, inoltre la loro
religione prescriveva una forma di moralità che lì non sembrava
sussistere. Per le strade di Gubvin si denotava una certa tendenza libertina,
era vero che il clima di Alistac era caldo e confortevole ma certi abbigliamenti
al giovane Gilo sembravano esageratamente dissoluti. I versanv, che avevano
assimilato gran parte della religione umana, avevano fatto di quella particolare
moralità una peculiare caratteristica, tanto da far sì che gli
atteggiamenti di quegli umani provocassero in lui il pensiero che nella penisola
sussistesse un atteggiamento di profonda miscredenza, ed Alistac gli appariva
come qualcosa che gli umani delle origini avrebbero definito “una regione
blasfema ed eretica”. Nel vedere tutto quel caotico movimento di persone che
non apparivano per nulla come le aveva immaginate, provò una tumultuosa
confusione. Una serie di dubbi cominciò ad insidiarlo al pensiero che
se già altre volte gli erano stati raccontati fatti non inerenti alla
realtà, chissà su quante altre cose avrebbe avuto modo di dubitare
in futuro. Ciò che più lo preoccupava però, era il l’ipotesi
di credere che tali racconti gli fossero stati fatti solamente per far sì
che tra le razze di diverse etnie, persistesse un’intolleranza tale da far
sì, che tra i differenti popoli non vi fossero rapporti sociali. Questo,
lo turbava ancor più dei dubbi che poteva avere sul futuro.
Flida invece non approfondiva tanto i suoi dubbi. Seppur anche lei avesse
sentito raccontare cose diverse sugli uomini, più che altro, mentre
seguiva i suoi compagni che a loro volta seguivano Santiago, si stava lasciando
contagiare dall’euforia circostante. A stento ella resisteva all’impulso di
gettarsi tra la mischia e cominciare a danzare al ritmo dei tamburi che rullavano
e i violini che vibravano per le strade, per lei tutte quelle restrizioni
imposte dalla morale religiosa o dall’etica sociale non avevano molto senso,
lei pensava che la vita doveva essere sfruttata adeguatamente e non lasciare
che concetti imposti da chi credeva di conoscere i misteri universali costringessero
persone o versanv a degenerare in una deplorevole restrizione, per tanto acconsentiva
quell’atteggiamento allegorico cui assisteva. I due più anziani invece,
apparivano semplicemente annoiati dall’indecente spettacolo circostante. Per
loro gli umani rappresentavano un esempio da non seguire e li consideravano
indegni perfino di essere valutati, non erano contenti di starsene lì
tra quella folla irrispettosa d’ogni cosa, per loro gli umani erano la rappresentazione
di tutto ciò che non era virtù, sebbene la loro religione avesse
condotto buoni concetti, la pratica li accusava di inosservanza e disprezzo
di tutto e per questo le uniche cose per cui avevano interessi erano i divertimenti
indecorosi e il desiderio di potere che li conduceva alla disonestà.
In qualsiasi modo gli uomini erano inaffidabili, tuttavia, in quella circostanza
pareva non vi fosse altra alternativa che confidare in loro, e seppur con
difficoltà non avevano altra possibilità che rassegnarsi, cosi
camminavano lenti dietro Santiago, finché l’amico pescatore non giunse
davanti all’entrata di una taverna. Gilo alzò gli occhi e lesse l’insegna:
“L’allegro Arlecchino”. Gilo ignorava che cosa fosse un arlecchino, ma non
si poneva tanto pensiero giacché la storia degli uomini, al di là
di quella che riguardava quanto avevano fatto su Titiam dopo il loro arrivo,
non gli era mai interessata un gran che. Entrarono nella taverna che essendo
un locale serale ospitava pochi clienti a quell’ora pomeridiana. Osservarono
il salone in leggera penombra, costruito in legno e dipinto di scuro dove
panche lunghe stavano ai bordi di tavoli altrettanto lunghi. Tutto sembrò
particolarmente strano ai loro occhi. Capivano perfettamente che tali panche
costringevano a riunire attorno ad un tavolo un numero elevato di persone.
Queste, di conseguenza, si ritrovavano a formare una compagnia, ma non comprendevano
perché mai esseri dalle caratteristiche introverse dovessero costruire
simili cose. A loro sembrava molto più concernente, ad esseri simili,
angoli solitari e silenziosi e tutto sembrava particolarmente informe. Santiago
li fece accomodare ad uno dei tavoli in un angolino isolato che si presentò
particolarmente scomodo ai quattro versanv, giacché essi erano di statura
inferiore alla media degli uomini. Li pregò di attendere mentre lui
si recava in un'altra sala dove, disse, avrebbe incontrato degli amici. Nel
frattempo una giovane e graziosa cameriera, mandata dal pescatore, servì
loro vino, acqua e birra. I versanv conoscevano il vino ma non sapevano che
cos’era la birra, così, mentre Gilo accettava solo acqua ed i due anziani
si dissetavano con un buon bicchiere di vino, Flida, avida di provare cose
nuove si dedicò alla birra. Dopo un po’ quando il pescatore ritornò
accompagnato da una graziosa donna, osservò l’espressione della giovane
versanv, poi guardò i due più anziani.
“Quante birre le avete lasciato bere?” domandò con severità.
Delo e Oglo si guardarono tra loro.
“Solo tre, perché?” rispose Oglo con superficialità, presumendo
che la birra dovesse essere una semplice bibita dissetante. Il pescatore e
la donna si osservarono tra loro, prima perplessi poi divertiti, infine scoppiarono
a ridere “niente” rispose ridendo Santiago “solo non lasciatene bere altre”
li avvertì mentre la giovane Flida già stava per farne giungere
un'altra. Solo allora il nonno si preoccupò di annusare la bevanda,
rendendosi conto che non era una semplice bibita. Con sguardo severo tolse
la bevanda dalle mani della giovane che protestò piuttosto scompostamente.
Oglo borbottò qualcosa nell’antico dialetto versanv e subito i due
umani intuirono che doveva aver imprecato. Non se ne preoccuparono molto.
“Questa è Verona, una mia amica, lei si occuperà di voi da adesso
poiché io devo tornare al mio lavoro, è stato un piacere conoscervi
amici ma adesso devo andare, allora buona fortuna” li salutò il pescatore.
Verona era una bella donna, l’aria sana di Titiam rendeva lento il processo
d’invecchiamento e il suo aspetto sembrava quello di una diciottenne, in realtà
ella aveva quasi trent’anni, sebbene per i versanv tale età sarebbe
stata giudicata appena sufficiente a sentirsi maggiorenni. Aveva lunghi capelli
biondi, occhi azzurro intenso, un viso simmetrico e affascinante. Sorrideva
in modo compiacente e la sua spontaneità la rendeva particolarmente
simpatica. Indossava un corpetto di pelle, stretto da piccoli lacci di cuoio
che sembravano troppo corti per permettere all’indumento di richiudersi perfettamente.
Tuttavia la gonna lunga ed un leggero scialle sulle spalle rendeva il suo
abbigliamento sobrio e Gilo provò subito simpatia per la ragazza che,
se non fosse stata umana, avrebbe potuto anche giudicare bella.
Verona si presentò e chiacchierò a lungo con loro. Raccontò
che quelli che loro consideravano nomi strani erano la rappresentazione della
nostalgia umana. Spiegò che quando la razza umana intraprese il lungo
viaggio attraverso le stelle per giungere ad un nuovo mondo si addormentò
per un lungo periodo, ma ciò non avvenne subito e col passare degli
anni, sulle città volanti, come erano state battezzate le astronavi
al loro arrivo, le genti cominciarono a perdere la fiducia nel giungere un
giorno su una nuova terra. Cominciarono così a rimpiangere le città
abbandonate e con una struggente malinconia cominciarono a battezzare i propri
figli col nome delle città e dei paesi da cui provenivano. I nomi comuni
andarono smarriti e adesso tutti gli umani portavano nomi di luoghi antichi,
vivi nella memoria dei superstiti solo grazie a libri che avevano portato
via dal pianeta d’appartenenza. Durante la conversazione i versanv appresero
molte cose che ignoravano degli uomini. Ascoltarono con tristezza, ma anche
con repulsione la storia narrata da Verona, che per loro era solo una leggenda
degli uomini, di come la razza umana, in possesso di un pianeta bello tanto
quanto Titiam, si era lasciata corrompere dai bisogni e dall’avidità
di potere e ricchezza. Raccontò delle grandi guerre e di come gli uomini
avessero finito per dare più importanza ai conflitti di qualunque altra
cosa. Finendo per distruggere il bel pianeta. Naturalmente Verona sapeva che
i suoi ospiti ritenevano i suoi racconti solo leggenda, ma per lei quelle
vicende antiche scritte milioni di anni prima, corrispondevano ad una realtà
quasi dogmatica. Tuttavia, da tali racconti, i versanv riuscirono ad interpretare
meglio l’origine dei fiabeschi marchingegni meccanici e delle mitologiche
armi di cui raccontava la storia. Capirono quale immenso conflitto psicologico
aveva spinto gli uomini a causare altri conflitti su Titiam, spinti da un
istinto represso da milioni d’anni, che non avevano saputo reprimere davanti
a nuove e stimolanti possibilità. Avevano infine ammirato ed apprezzato
il modo in cui Verona ringraziava Titiam per non possedere ricchezze come
il petrolio, il liquido secondo la quale, nel mondo da cui diceva provenisse
la razza umana si generava l’energia così preziosa da divenire la principale
causa dei conflitti. L’impressione che la giovane donna aveva lasciato ai
versanv era stata buona e, assorti nell’ascolto dei racconti, non si erano
accorti che la sera era scesa sul villaggio e che nella taverna cominciavano
a giungere diversi clienti. Solo allora Verona cominciò ad interessarsi
alla vicenda dei turisti, questi non raccontarono molto, si limitarono a spiegare
che dovevano intraprendere un lungo viaggio di studio e che la loro meta era
il grande nord, dove i giovani studenti volevano apprendere il più
possibile sul mito degli egeli. Verona mancò di esprimere i propri
dubbi su quanto le raccontavano, sebbene intuisse che ciò non era la
verità. Solo alla fine rivelò una parte del suo carattere che
i versanv ancora non avevano intuito.
“Non so che cosa vi spinga veramente verso nord, ma certo è che nessuno
affronta terre così impervie solamente per degli studi. Da parte mia
farò quanto più mi è possibile per aiutarvi, voi mi siete
simpatici, ma dovrete raccontare delle storie più convincenti se vorrete
trovare qualcuno disposto ad assistervi veramente. Nessuno si avventura in
certi luoghi solo per curiosità, nemmeno se ben pagato. Chiunque possa
trovare dell’interesse ad accompagnarvi, esigerà motivazioni più
concrete. Personalmente non m’interessa sapere la vostra storia, inventatene
pure un'altra se vi fa piacere, ma dovrà essere più convincente
di questa” li avvertì. Lasciò poi che i quattro ospiti si consultassero
silenziosamente a suon di sguardi tra loro. Poi si alzò “è il
mio turno adesso” disse ritrovando quella dolcezza che tanto aveva compiaciuto
gli ospiti “ma voi non andate via, godetevi lo spettacolo e poi vi presenterò
ad un amico” disse, e rapidamente si allontanò.
I versanv, ad eccezione di Flida che sonnecchiava ancora in preda ai postumi
della birra, si guardarono tra loro incerti e sospettosi. Si rendevano conto
che gli umani avevano molti aspetti e non sapevano quale fosse quello giusto.
Erano enigmatici, incomprensibili in un certo modo e ciò rendeva difficile
fidarsi di loro.
“Non so che dire” avviò il discorso Delo. “La donna sembra affidabile,
ma qualcosa mi turba” ammise.
“Almeno sembrava affidabile fino a pochi minuti fa” rispose Oglo “ma quelle
sue ultime parole mi hanno inquietato. Soprattutto per il modo in cui le ha
pronunciate, sembravano quasi minacciose” disse.
“E’ evidente” proseguì Delo “che ci ha svelato un lato impervio del
carattere umano. Di sicuro ognuno di questi uomini aspira a delle ricompense,
sono creature che non fanno nulla per nulla e ciò li rende inaffidabili”.
Allora Gilo cominciò a comprendere l’origine dei dubbi sugli uomini
scoprendone la doppia personalità. “Se non ci possiamo fidare di lei,
allora di chi possiamo fidarci?” domandò con timore.
“La ragazza è affidabile” s’intromise allora Fadenf tirando fuori la
testa dalla bisaccia di Gilo. Subito Delo sussultò preoccupato. “Stai
nascosto tu” trattenne il suo grido strozzando la voce in un sussurro minaccioso.
“Non sai che cosa potrebbe succederci se gli umani vedessero un simile fenomeno”
ammonì. Fadenf però non sembrava esserne preoccupato, anzi appariva
addirittura divertito. “Gli ospiti di questo locale non potrebbero accorgersi
di me nemmeno se mi lanciassi sul palco, non in questo momento almeno” rassicurò.
Fece poi un cenno col capo ed indirizzò lo sguardo degli amici verso
lo spettacolo che si stava svolgendo. Sul palco, accompagnata da una festosa
musica di chitarre tamburi e violini, Verona si stava esibendo in una danza
sfrenata e acrobatica. I suoi lunghi capelli svolazzavano nell’aria come la
sabbia intrappolata in un vortice di vento, lo scialle protettivo era volato
via già da un pezzo dalle sue spalle. Le sue gambe si alzavano in salti
acrobatici che davano alla gonna un movimento di bandiera che tendeva più
a scoprire che velare, e la frenesia della ragazza era tale da far sì
che i lacci del corpetto, uno dopo l’altro si allentassero, così che,
l’unico indumento sopra della vita, senz’altro sostegno, cade a terra con
irruenza, lasciando la giovane donna a ballare in una completa libertà
acclamata ed esaltata dalle grida soddisfatte degli ospiti della taverna.
I tre versanv, Flida ormai dormiva della grossa, rimasero semplicemente sbalorditi
e in un unico istante tutta l’ammirazione che Gilo aveva provato per quella
ragazza era svanita. Solo dopo la fine dello spettacolo, rintanatisi in un
luogo dove ormai gli uomini più li notavano, domandarono a Fadenf come
poteva considerarla affidabile. “E’ di nobili pensieri e soprattutto è
uno spirito libero, credo che questo sia stato evidente” disse.
“Fin troppo” sbuffò Oglo.
Fadenf sorrise. “La sua voce è sincera e onesta, e i pensieri non sono
corrotti dall’avidità, ella non ha voluto conoscere la nostra storia,
questo dovrebbe essere sufficiente, non vi pare?”
“Forse, ma sembra più una degenerata che una per bene” dubitò
ancora Oglo per niente soddisfatto dello spettacolo che la ragazza aveva dato.
“Sono atteggiamenti da mentalità antica” osservò irritato Fadenf.
I tre versanv osservarono la tartaruga indignati e sorpresi. “E che cosa può
saperne una tartaruga di queste cose? Ad ogni modo non abbiamo molte alternative”
sospirò Delo.
“Io non mi fido” contestò ancora Oglo.
“Ma se Fadenf la ritiene affidabile può essere che lo sia” azzardò
Gilo, contrastato tra la simpatia e la moralità della giovane.
Oglo sembrò irritato dal suo intervento. “Perché mai una stupida
tartaruga dovrebbe saperne più di noi sugli umani?” protestò.
Gilo si ritirò intimorito, ma poi, come spinto da una forza che non
pensava d’avere si sentì in dovere di difendere quella che lui considerava
una fragile creatura. “Non credo affatto che Fadenf sia stupido, e comunque
la sua è un opinione alternativa, lui di certo non giudica dalle sembianze”
protestò. Fadenf si sentì orgoglioso del giovane versanv. Non
ritenne tuttavia di dovergli svelare che in realtà non era poi così
indifeso. Limitò l’ammirazione per l’erede dei grandi re e proferì:
“Sei tu Gilo che deve decidere in questa missione, perciò se ritieni
che ci si possa fidare di lei, allora manterremo il suo contatto, altrimenti
cercheremo altre vie”.
Gilo osservò il nonno. Questi si limitò a sospirare “temo” disse
stancamente “che la piccola tartaruga abbia ragione, per quanto tu voglia
fare affidamento sulla mia esperienza, sei tu a dover scegliere”.
“Ma tu che faresti?” cercò aiuto.
Delo scosse il capo sconfitto “non posso dirlo, ti condizionerei, ma ammetto
che sarei molto incerto”.
Gilo si sentì come in trappola. Meditò nel buio dell’angolo
in cui si trovava, incapace di decidere e nel silenzio lasciò che il
tempo scorresse, finché Verona, rinfrescata e abbigliata con un vestito
che la ricopriva molto più che prima, si presentò loro. Subito
notò la perplessità sui volti degli ospiti e non ebbe difficoltà
a comprenderne il motivo. Conosceva il loro attaccamento moralistico, ma non
ritenne di dover dare spiegazioni. “Allora?” domandò sorvolando. Gilo
guardò prima Delo, poi Oglo. Si distrasse quindi ad osservare l’uomo
che si esibiva sul palco suonando una chitarra. Alternava a musiche dall’armonia
classica brani dall’aspetto più selvaggio che però si armonizzavano
tra loro, come fossero un unico brano dal suono misterioso e seducente. Il
chitarrista indossava un gilet di cuoio e pantaloni stretti e strappati in
più punti. Sul capo aveva una bandana scura e lunghi capelli castani
scendevano dietro le sue spalle. Una barba incolta sfumava il mento dai lineamenti
forti ma non pronunciati e nascosta dalla lieve barba, una cicatrice segnava
il lato destro della mascella. Aveva occhi profondi e scuri, e la chitarra
che suonava, dalla cassa armonica dipinta, sembrava quasi aver vita tra le
sue mani, come fosse una creatura che lui amava, al punto che in alcuni tratti
melodici sembrava respirare. Gilo fu richiamato all’attenzione dal tossire
di Oglo e, dopo quel breve attimo di distrazione in cui i suoi pensieri parvero
vagare lontani dalla realtà, ricordò il tragico enigma al quale
era chiamato a rispondere. Non poteva sperare di trovare aiuti negli occhi
di Flida, quindi fissò entrambi i due anziani, pensò ancora
un secondo. “Seguiamola” disse infine.
Nessuno alzò obiezioni, come rassegnati ormai a credere che Gilo fosse
guidato da un istinto a loro sconosciuto che li costringeva a fidarsi delle
sue scelte. Verona non aspettò, e subito si avviò mentre i versanv
sembravano ancora indecisi. Fu Delo il primo ad alzarsi. Immediatamente dopo
gli altri lo imitarono.
Verona aveva attraversato il salone raggiunse una porta sul retro. Attese
i suoi ospiti, quindi aprì e li fece entrare in quella che sembrava
una cantina o, sospettosamente, una stanza segreta. Era buio lì dentro
e l’aria sapeva di vino. Verona accese una candela e subito i quattro notarono
perplessi le grandi botti dove erano stagionati vino e whisky. Al centro della
cantina vi era un grosso tavolo in noce e sedie impagliate. Verona li invitò
ad accomodarsi, ma com’era stato per le panche, anche le sedie risultavano
scomode agli ospiti di mezza statura. La donna versò del vino a Delo,
Oglo e Gilo. Offrì invece solo dell’acqua alla già ebbra Flida,
sorridendogli con approvazione. Osservò poi lo sguardo incerto di Gilo
che la fissava con occhi dubbiosi. Sorvolò su quelli che potevano essere
i loro pensieri e avvertì che avrebbero dovuto aspettare un po’ prima
di poter parlare con l’uomo che poteva aiutarli. Così, seppure con
poco entusiasmo ripresero a chiacchierare.
Passò circa un’ora, nella quale i due anziani accettarono senza obiezioni
altri gotti del buon vino degli uomini, prima che la porta dalla quale erano
entrati si aprisse e il misterioso uomo facesse il suo ingresso. Trascorse
un attimo di silenzio, nel quale l’uomo studiò gli ospiti e viceversa.
Gilo si accorse subito che l’individuo non era poi così misterioso,
si trattava, infatti, dell’uomo dalla chitarra che respira, e una sorta d’inspiegabile
tranquillità lo colse. Finora non aveva avuto che dubbi, ma improvvisamente
nella sua mente un pensiero positivo si fece largo. Il giovane versanv pensava,
infatti, che una persona in grado di dar vita ad una chitarra come aveva fatto
lui, non poteva essere che affidabile.
“Salve” pronunciò con voce profonda come i suoi occhi l’uomo. Si stava
asciugando il sudore della fronte con un asciugamano.
“Io sono Salonicco” si presentò e per primo strinse la mano ad Oglo
che sembrava il più perplesso dei quattro. Passò poi a Delo
in segno di rispetto all’anzianità. Lanciò quindi un sorriso
a Gilo e Flida, quindi sedette.
“Vedo che Verona ha già provveduto, ma se volete dell’altro vino non
dovete che dirlo” disse educatamente. Subito dopo passò ai fatti. “Allora,
mi si dice che vi serve una guida per raggiungere le terre del nord. Del grande
nord” precisò. Gli abitanti di Alistac consideravano tutto ciò
che si avviava di là della loro penisola il nord, e distinguevano i
territori, a secondo della distanza, in basso, medio e alto, o grande. Osservò
i suoi ospiti che sembravano non riuscire a capire come iniziare a spiegare.
“Posso sapere perché dei timidi e riservati versanv dovrebbero affrontare
una simile avventura?” domandò allora.
Di nuovo i quattro compagni si guardarono tra loro come a cercare di capire
quale fosse la cosa più giusta da fare, quindi, con imbarazzo, Delo
cominciò a raccontare la storia del viaggio di studio. Gilo osservò
l’espressione contrariata di Verona mentre ascoltava senza interrompere la
trama inventata dal nonno. Rimase sorpreso però, più che altro,
dall’interesse che vedeva in Salonicco, essendo certo che il chitarrista non
credeva ad una sola parola. Tuttavia il vecchio Delo continuò con la
sua bugia. Attese poi, quasi certo d’essere riuscito a convincere l’uomo.
Salonicco aspettò qualche secondo, fissando il vecchietto prima con
ammirazione, poi con disgusto.
“Bene” disse sporgendosi in avanti, avvicinandosi al tavolo con le mani chiuse
una dentro l’altra. “Una bella iniziativa” elogiò “ma ora vi pregherei
di dirmi la verità”.
Inevitabile fu l’attimo di smarrimento in cui i versanv, ad eccezione di Gilo,
si ritrovarono. Oglo allora provò a protestare. “Questa è la
verità” disse cercando di apparire offeso dall’insinuazione dell’uomo.
Salonicco sembrò rilassarsi e si poggiò contro lo schienale
della sedia.
“Va bene amici, come volete, ma io non affronto il nord per una simile banalità”.
Tornò quindi a pronunciarsi in avanti e il suo viso si fece cupo. “Voglio
dirvi alcune cose riguardo al nord, perché qui ad Alistac noi siamo
cordiali e amichevoli, ma gli uomini hanno diversi aspetti. Noi della penisola
viviamo di agricoltura e pesca, di musica e danza, ma su al nord, gli uomini
di Himor campano di commercio. Loro usano placche metalliche che chiamano
moneta per mercanteggiare, un sistema stupido ma efficace, soprattutto a creare
disordine, corruzione, falsità e disonestà. Lassù si
trovano orde di truffatori, banditi e malfattori di ogni genere, contrabbandieri
e mercenari. E’ il luogo giusto se vi serve trovare una guida, ed io di viaggiatori
esperti ne conosco qualcuno. Non m’inoltrerò però in un territorio
tanto ostile, giacché le genti del nord non ci vedono di buon occhio
a noi stravaganti del sud. Lassù bisogna avere mille occhi, essere
pronti a tutto e sapersi difendere. Ora, se volete, io vi posso accompagnare,
mi siete simpatici e presumo avrete le vostre ragioni per rischiare a tal
modo, ma per farlo, ho bisogno di una motivazione ben più convincente,
perciò, se volete, sono ancora disposto ad ascoltarvi, altrimenti vi
avviso che ho gia perso fin troppo tempo” disse seccato. Attese quindi che
i versanv si consultassero a suon di sguardi tra loro. Infine Gilo prese una
decisione “Credo che abbia ragione” sussurrò. Delo alzò gli
occhi sorpreso mentre Oglo cercava di opporsi “non fare stupidaggini ragazzo,
la fiducia va conquistata e noi non conosciamo questa gente” lo avvisò.
“Si è vero” rispose Gilo “la fiducia va conquistata, ma anche loro
dovranno pur avere fiducia in noi, e poi, se continueremo a dubitare su ogni
situazione, non porteremo mai a termine la nostra missione” disse. Diresse
poi lo sguardo verso Salonicco. Il giovane Gilo aveva il sospetto che il chitarrista
non potesse sapere che cosa nascondevano, ma intuiva che aveva delle sensazioni
e in cuor suo sapeva che qualcosa di oscuro stava minacciando anche la sua
terra. “Ora vi mostrerò qualcosa che vi lascerà piuttosto sorpresi.
Questa sarà la prova della fiducia che noi riponiamo in voi, ma vi
avverto che quanto sentirete in questa stanza dovrà restare segreto,
almeno finché qualcosa, o qualcuno non ci farà capire che è
giunto il momento di rivelarlo al mondo intero”.
Verona si avvicinò e fissò la serietà di Salonicco. Il
piccolo Gilo sembrava un bambino ed era difficile riuscire a prenderlo sul
serio. Qualcosa nei suoi occhi, tuttavia, manifestava timore e l’espressione
apprensiva lasciava intendere quanta responsabilità e convinzione vi
fosse in lui. Nella penombra della candela, sollevò la bisaccia che
teneva a tracolla. Slacciò lentamente le stringhe e sollevò
la falda che la richiudeva. Infilò le sue mani all’interno e in quel
momento Verona si sentì cogliere dall’apprensione. Nulla invece traspariva
sul volto di Salonicco che restava imperterrito, calmo e tranquillo ad aspettare.
Gilo sfilò lentamente le mani dalla bisaccia e con cura depose Fadenf
sulla grande tavola. La tartaruga tirò fuori la testa, osservò
i due uomini che avevano l’espressione di chi si sentiva preso in giro, quindi
strizzò l’occhio e salutò “salve amici, come va?”
Dopo lo stupore iniziale, evidenziato soprattutto da Verona che non era riuscita
a trattenere la propria sorpresa nell’udire la voce della tartaruga, Fadenf
raccontò loro quanto stava accadendo. Non disse nulla di più
di quanto aveva riferito ai versanv, ma il racconto si prolungò poiché
la caduta d’Iniptu e il suo passaggio da It Kesd fu dettagliato e particolareggiato.
Non fu un caso questo dilungarsi, nel farlo, infatti, Fadenf voleva evitare
che i nuovi amici s’interessassero troppo alle altre motivazioni del viaggio.
A loro doveva bastare, com’era bastato ai versanv, sapere che era necessario
giungere in fretta Vann dove gli egeli erano all’oscuro di tutto. Salonicco
ascoltò con attenzione la tartaruga ma sospettava che il dilungarsi
nei particolari della sua attraversata dell’Obed fosse stata fatta di proposito,
sentiva che l’animaletto non raccontava tutto e un periodo di silenzio si
diffuse nella stanza. Salonicco si rilassò sulla sedia e guardò
attentamente gli ospiti. Fissò la tartaruga che se non fosse per quel
particolare sonoro sarebbe parso soltanto un animaletto molto simpatico e
meditò. “E’ una storia piuttosto incredibile, ma questo mondo mi ha
ormai abituato a non stupirmi più per nulla, nemmeno di tartarughe
parlanti” disse infine. I versanv osservarono incerti l’uomo che non rivelava
le sue intenzioni “ci aiuterai?” si preoccupò allora Gilo.
Salonicco tornò ad osservare Fadenf “non credo che il vostro piccolo
amico racconti per intero la verità” disse. Allora una sorta di sconforto
sembrò abbattersi sui quattro versanv che, seppure non ancora completamente
convinti da quegli uomini, non avrebbero saputo a chi altri rivolgersi. “Ma
quanto mi è stato illustrato può bastare per adesso, certamente
questa è una motivazione più convincente”. Si alzò velocemente
spostando all’indietro con un rumore stridulo la sedia “adesso però
ho bisogno di un bagno rinfrescante, voi tenetevi pronti, domattina si partirà
presto, il viaggio è lungo e il tempo a quanto pare poco”. Si congedò
dal gruppo senza salutare e senza aspettare oltre, ma un minimo di conforto
sembrò rianimare i versanv.
La notte era scesa da un po’ quando Salonicco era uscito dalla cantina. I
quattro versanv furono accompagnati da Verona alle loro camere, disse loro
di non preoccuparsi per i preparativi e di pensare solo alle cose che ritenevano
potessero servire, al resto avrebbe pensato Salonicco, e Gilo, cominciò
ad immaginare che l’uomo in questione fosse qualcosa di più di un semplice
chitarrista.
La notte per le strade di Gubvin era piuttosto confusa e caotica. Gli abitanti
del paese erano rumorosi e sembravano festeggiare senza motivo. Soltanto verso
mattina i rumori cominciarono a scemare e Delo riuscì a riposare un
po’ prima del sorgere di Sirs. Gilo invece, tormentato dall’eccitazione per
il viaggio incombente, non aveva dormito quasi per niente ed era stato a lungo
ad osservare le persone che ballavano e brindavano ad ogni cosa per le strade
del villaggio. Invidiò per un certo senso quella frenetica spensieratezza.
Aveva visto anche Salonicco rinfrescarsi nelle acque del mare di Brump e poi
unirsi ai festosi compaesani come se nulla di quanto aveva scoperto poco prima
lo preoccupasse. Pensò che gli uomini erano veramente strani, come
lo stesso Salonicco gli aveva detto, nascosti da mille volti diversi. Forse
era questo che gli anziani intendevano nel ritenerli inaffidabili.
Verona li svegliò all’alba, facendoli scendere nella taverna dove offrì
loro del caffè forte. I versanv non erano abituati alla bevanda, e
il primo sorso bevuto da Oglo si risolse in uno spregevole sputo.
“Che diavoleria è mai questa? Ci vuoi forse avvelenare donna lunga?”
i versanv definivano gli umani “i lunghi”, e Oglo si accorse un attimo troppo
tardi di aver chiamato la donna in quel modo. La sua espressione mutò
in uno sguardo preoccupato giacché riteneva che tale epiteto costituisse
un offesa per gli uomini. Verona però scoppiò a ridere, sia
per ciò che aveva sentito sia per l’espressione ridicola che il vecchio
aveva in viso. “Forse se ci aggiungi un po’ di questo andrà meglio”
lo avvertì porgendogli dello zucchero. Neppure di questo i versanv
sapevano nulla e il vecchio osservò con sospetto la grigia costituzione
dello zucchero grezzo. Verona allora versò del caffè per se
e aggiunse lo zucchero. Mescolò la bevanda ed infine la bevve ancora
fumante. A quel punto Oglo osò rischiare, forse con la speranza di
farsi scusare l’interperanza precedente. Aggiunse una punta di zucchero, ma
subito Verona lo avvertì che non bastava. Allora il vecchio n’aggiunse
un cucchiaio intero e Verona rise di nuovo. Lasciò però che
il vecchio mescolasse il tutto e bevesse. Un sorriso compiaciuto si dipinse
sul suo viso mentre assaporava l’addolcimento della bevanda. L’espressione
che Verona gli vide apparire sul viso le fece capire che si era conquistata
la sua fiducia, e adesso aveva un nuovo amico.
“Non ho chiuso occhio tutta notte” brontolò Delo giunto nella sala
con gli occhi assonnati.
“Tieni, prendi questo” lo incalzò Oglo porgendogli una tazza di caffè
ben zuccherato “è un portento, dopo ti sembrerà di aver dormito
fin troppo”. Delo guardò perplesso il suo entusiasmo, quindi osservò
Verona che sorridendo acconsentiva col capo. Si fidò e bevve con calma.
Il caffè era forte ed i suoi effetti eccitanti non tardarono a risvegliare
la mente di Delo “è proprio un elisir” elogiò “ma dov’è
Salonicco?” chiese.
Verona li indirizzò verso le stalle mentre lei sistemava la stanza.
I quattro versanv si avviarono e ivi incontrarono il chitarrista. Una sorpresa
però li attendeva. Salonicco, vicino ai cinque cavalli rossi dall’aspetto
fiero e imponente, stringeva al suo corpo non una chitarra ma una lunga ed
affilata spada. Gilo osservò perplesso l’arma bianca stretta in cintura
e non ebbe bisogno di chiedere per avere delle spiegazioni.
“Vi sorprende amici?” disse Salonicco “beh, non dovrebbe. Vi ho già
detto che gli uomini sono imprevedibili no? Noi quaggiù preferiamo
vivere in pace, ma sono molte le insidie che provengono da fuori. Un uomo
deve imparare a difendersi. La chitarra non è un gran che come arma
di difesa, ma questa…” sfilò la spada con rapidità. I quattro
versanv osservarono la lucentezza della lama affilata e la leggerezza con
cui Salonicco la usava. L’uomo fendeva l’aria con figure degne di un perfetto
spadaccino. “E’ veramente micidiale” disse con orgoglio, mentre Verona faceva
il suo ingresso nella stalla. Lo stupore fu ancora maggiore per i versanv
quando videro la donna cingere anche lei in vita una spada, più leggera
di quella di Salonicco, ma dalla lama altrettanto letale. Inoltre la donna
portava sulle spalle un arco e una faretra contenete frecce, lo stupore fu
tale da lasciarli senza parole.
“Qui tutti sanno combattere” li informò allora Salonicco “e vi dirò
che lo sanno fare anche molto bene”. Fissò la donna vestita con la
solita disinvoltura, ma con un mantello protettivo come bagaglio e alti stivali
ai piedi, e sorrise. “Gli uomini del nord sanno bene che devono pensarci più
volte prima di attaccare uno di noi” disse con orgoglio.
I versanv però non pensavano che Verona li avrebbe accompagnati e rimasero
perplessi.
“Non affrontiamo mai un viaggio in completa solitudine noi del sud” disse
Salonicco. Poi caricarono i bagagli su uno dei cavalli. Salonicco fece quindi
salire Gilo con se, mentre Flida si accomodò con Verona. I due anziani
presero posto sul più piccole dei cinque cavalli mentre Adurb, il falco
messaggero, sorvolava come un guardiano sopra di loro.
La meta non era ancora il nord, ma la costa occidentale di Alistac dove Oglo
sarebbe stato ospitato in un accogliente abitazione da amici di Salonicco.
Alistac era una penisola affascinante e Gilo osservava con ammirazione le
valli circostanti. L’attraversata della lingua di terra, che sulle cartine
geografiche sembrava un’irrisoria fetta di superficie durò tutta la
giornata. Gilo comprese che il viaggio sarebbe stato più lungo del
previsto. Ben presto la costa ed il mare di Brump scomparve alla vista. La
compagnia si era inoltrata nell’entroterra, inerpicandosi su per altopiani
che pur avendo l’aspetto di montagne erano considerare solo colline dagli
uomini. Le montagne di Titiam erano, infatti, molto alte e i leggeri dislivelli
che raggiungevano al massimo i mille metri nella penisola d’Alistac non erano
ritenuti monti da loro. Dalla vetta più alta raggiunta però,
Gilo ammirò i paesaggi circostanti e la sua vista rimase affascinata
delle meraviglie che il mondo celava, a lui del tutto sconosciute. Eppure,
non erano poi così lontani da Esdre. Pensò che se il viaggio
appena cominciato gli aveva già riservato tante fantasticherie, chissà
quante altre meraviglie avrebbe ammirato prima di raggiungere la lontana Vann.
Tale pensiero lo confortò, come una gratifica in cambio dei pericoli
cui stava affrontando. Percorsero le impervie stradine montuose. Più
spesso si trovarono ad affrontare delle scarpate dove il passaggio era così
stretto, che potevano permettersi di transitare solo una alla volta. Anche
quei precipizi che tanto spaventavano il nonno erano invece per Gilo occasione
di fascino e meraviglia. Si rinfrescarono sotto la fredda acqua delle cascate
Labat che precipitavano da un altezza di venti metri e scorrevano via nel
ruscello Uelim. Lì si ristorarono con le vivande portate via da Gubvin,
quindi proseguirono fino a giungere a Sipte, una cittadina portuale affacciata
sul golfo di Neibi direttamente sull’oceano pelagico. Salonicco alzò
gli occhi al cielo e osservò Sirs, che stava per cominciare la sua
discesa dietro l’orizzonte ad occidente. Strizzò gli occhi perché
confusa contro una nuvola gli sembrò di scorgere un’ombra dalle sagome
di un grosso uccello. Non gli sembrò tanto preoccupante. “Siamo arrivati
prima del previsto” ammise. “Presto però Sirs comincerà a tramontare,
ci fermeremo qui stanotte” avvisò. Avvertì poi che si sarebbe
assentato per un po’ perché doveva incontrarsi con qualcuno.
L’aria di mistero dell’uomo mise in apprensione i due anziani che, al contrario
dei giovani versanv sospettavano ancora d’ogni cosa. Salonicco si allontanò
e Verona accompagnò gli amici per le vie di Stipte. Li guidò
al porto dove fece loro ammirare la flotta navale di Stipte, orgoglio del
popolo navigatore d’Alistac. C’erano grandi vascelli dalle gigantesche vele,
golette con le più piccole vele trapezoidali, brigantini, galeoni armati
di catapulte, galee a remi e perfino veloci incrociatori dotati di postazioni
per la carica d’arcieri e balestrieri. La donna raccontò loro la storia
della flotta guerrigliera, costruita dagli antichi abitanti d’Alistac per
difendersi contro un preventivo attacco degli uomini fuggiti ad occidente
attraverso l’oceano o per intraprendere loro stessi un lungo viaggio qualora
i popoli di Itcart li avessero aggrediti e costretti a fuggire. La gigantesca
flotta però non era mai stata utilizzata per questioni belliche e da
sempre aveva navigato solo per esplorazioni costiere e oceaniche. Da tempo
però riposava nel porto, più come un monumento nazionale che
altro. Gilo Delo e Flida osservarono ammirati l’imponenza delle navi e la
grande abilità degli uomini nel costruirle, comprendendo come questi
fossero divenuti i più grandi e anche gli unici esploratori dei mari
e degli oceani. Nessun popolo, infatti, sapeva navigare come gli uomini, gli
unici che avevano il coraggio di affrontare le impervie acque degli oceani,
perfino del terribile ventoso.
Al calare della sera Verona e i tre versanv tornarono verso la locanda dove
avevano preso alloggio e camminando lungo le vie intravidero Salonicco che
discuteva al centro di un gruppo di uomini. Dall’abbigliamento sembravano
marinai (pescatori per i versanv). Tra loro vi era un uomo diverso da Salonicco
e Verona. Era alto e la sua pelle appariva nera come il carbone. Aveva forti
braccia e la testa pelata. Due enormi anelli d’orati pendevano dai lobi delle
orecchie e ogni suo dito era ornato da grandi anelli. Ogni tanto batteva una
mano con energia sulle spalle di Salonicco che rideva allegramente. L’uomo
nero si chiamava Madagascar e Salonicco lo aveva descritto come un vecchio
amico che non vedeva da tempo e che aveva voluto salutare. Ancora una volta
Delo, ma soprattutto Oglo, erano rimasti sospettosi, allora Salonicco rivelò
che Madagascar era un grande marinaio e aveva voluto sapere da lui se accadevano
strane cose tra le acque dell’oceano. L’uomo nero, aveva raccontato a Salonicco
che già da qualche tempo i grandi pescherecci non si spingevano troppo
al largo. Sembrava che il pelagico fosse divenuto un po’ ostile. Secondo lui
però si trattava semplicemente di qualche perturbazione che agitava
le acque. Tuttavia la via del mare era sconsigliata in quel periodo, il cambio
della stagione provocava forti correnti che rendeva l’attraversata oceanica
piuttosto pericolosa; anche se lui si era detto disposto a navigare in ogni
mare o oceano e in qualunque condizione. Salonicco lo aveva ringraziato e
salutato avvertendolo che i suoi ospiti non gradivano troppo le vie marinare,
ma aveva apprezzato la proposta d’aiuto. Salonicco aveva poi consultato il
gruppo, dicendo che c’era lo stesso la possibilità di accettare ancora
l’offerta di Madagascar. Era stato Fadenf però a rifiutarla, come se
temesse l’acqua, il che era strano per una tartaruga e questa volta non fu
solo Delo ad insospettirsi.
Passarono la notte a Stipte che non era molto diversa da Gubvin e anche lì
per i versanv fu difficile dormire a causa dei rumorosi festeggiamenti dei
paesani ai quali Verona e Salonicco si erano uniti con entusiasmo. L’uomo
aveva magistralmente suonato una chitarra prestatagli da uno dei tanti artisti
di Alistac e Verona si era esibita in uno dei suoi agitati e sconvolgenti
balletti. I versanv si erano intrattenuti nella locanda dove ristoravano,
il tempo necessario per assistere anche ad una spettacolare esibizione dell’uomo
nero, che aveva fatto piazzare Verona contro una pedana di legno. La donna
era stata immobilizzata con dei lacci di cuoio che le stringevano i polsi
e le caviglie come se stesse su una croce, poi, l’uomo nero aveva cominciato
a lanciare affilatissimi coltelli contro di lei. Le lame si conficcavano con
violenza contro il legno con una precisione impressionante sfioravando la
pelle della donna e mettendo a rischio la sua vita ad ogni lancio. I tre versanv,
ed in particolare Gilo che nonostante tutto non riusciva a svincolarsi da
quel un personale sentimento per l’affascinante donna, sussultavano ad ogni
lancio, spaventandosi al pensiero dell’efferatezza cui era sottoposta. Alla
fine Verona si era ritrovata circondata da coltelli, ma la parte più
impressionante dell’esibizione non era ancora giunta. Quando ormai non sembrava
più esserci posto per altri coltelli, infatti, Madagascar si preparava
a lanciare ancora. Gilo osservò. Impaurito dall’azione dell’uomo nero
e chiedendosi quali intenzioni potesse mai avere, guardò Verona e per
la prima volta dall’inizio dell’esibizione notò un certo timore nei
suoi occhi. Un malessere che contribuì ad aumentare l’incertezza verso
gli uomini, lo portò a domandarsi perché mai si sottoponessero
a simili prove e il suo sguardo fu così intenso che per un istante
ebbe la sensazione di riuscire a trasmettere le sue emozioni alla donna. Il
nero spostò il braccio indietro tenendo tra il pollice e l’indice la
punta della lama, poi spostò velocemente il braccio in avanti e il
coltello sibilò nell’aria. L’azione fu talmente veloce che quasi Gilo
non ebbe la capacità di seguire la traiettoria del coltello, sentì
solo il tonfo contro le assi e quando si voltò verso Verona vide il
laccio di cuoi che legava il polso destro era tranciato. Il resto dell’azione
fu talmente veloce che il piccolo versanv non ebbe il tempo di seguirla, i
suoi occhi videro solo giungere uno dopo l’altro altri due coltelli in rapida
successione, uno tagliò il laccio sinistro, l’altro quello che legava
i piedi e Verona si ritrovò libera ed indenne. Gilo non sapeva se sentirsi
sollevato per lo scampato pericolo, meravigliato per l’abilità del
marinaio o arrabbiato per l’imprudenza che gli uomini manifestavano con le
loro stupide usanze. Alla fine la mescolanza di tutte quelle emozioni rivelava
sul suo viso solo un sentimento di disapprovazione, e qualcosa sembrò
tormentare le certezze di Verona, come se il rimprovero di quello sguardo
innocente le evidenziasse per la prima volta l’inutilità di tutta quell’esibizione.
Ad ogni modo i versanv rinunciarono al proseguimento della serata e si ritirarono.
Il mattino seguente un'altra forte tazza di caffè ridestò Oglo
e Delo, ormai ammiratori della benefica bevanda.
Il viaggio era ripreso all’alba. Madagascar si era fatto trovare alla partenza
per salutare gli amici uomini, ma non aveva risparmiato neanche i piccoli
versanv. Era parso un uomo cordiale e amichevole, a dispetto dell’aspetto
che lo faceva apparire più un orso che un uomo. Madagascar aveva dato
una stretta di mano tanto forte a Delo che il vecchio portò il dolore
per qualche ora. Si era invece divertito con Gilo e Flida scrollandoli un
po’ e facendoli roteare, alzandoli con le sue potenti braccia come fosse una
giostra. Si era scusato vedendone poi il loro disapprovo, sapendo quanto i
versanv erano suscettibili. Aveva detto poi loro che sarebbero sempre stati
i benvenuti a Stipte, e che se mai qualcuno li avesse infastiditi ci avrebbe
pensato lui. Prendendo poi il vecchio Oglo con un amichevole abbraccio intorno
alle spalle, garantì ai viaggiatori che il simpatico vecchietto era
in buone mani e che lui personalmente lo avrebbe accudito. Oglo brontolò
indispettito, quindi si raccomandò con Flida. La pregò di stare
attenta e di evitare d’essere impulsiva ed istintiva. Le raccomandò
di non essere affrettata e irresponsabile dicendole di fidarsi del vecchio
Delo e di ascoltare i suoi consigli, di non contrariarlo ed essere permalosa.
Le ricordò che il viaggio che stavano per apprestarsi a fare non era
un gioco e che erano molti i pericoli incombenti. Le disse di restare vicina
ai due uomini poiché, nonostante non volesse ammetterlo, li riteneva
piuttosto protettivi e fidati. Il gruppo s’intrattenne ancora per qualche
minuto per dare il tempo a tutti i versanv di salutare il vecchio Oglo al
quale restava da svolgere un compito che si sarebbe rivelato per nulla semplice
come sembrava. Infine la compagnia prese il cammino. I cavalli cominciarono
a trottare in direzione nord ovest. Oglo rimase a fissarli finché non
raggiunsero i confini di Stipte e divenendo sempre più piccoli scomparvero
all’orizzonte. Sulla sua spalla Fidcà rimase come unico compagno del
viaggio a guardare con apparente disinvoltura il cammino della compagnia.
Lui ancora li vedeva quando Oglo già non li distingueva più,
ma un'altra presenza aveva attirato l’attenzione del falco messaggero che
alzando lo sguardo verso l’alto richiamò l’interesse del vecchio. L’ombra
di un gigantesco airone si stagliava contro la luce di Sirs. Volava seguendo
il tragitto dei cinque compagni.
Gilo, che aveva imparato ad osservare attentamente ogni particolare, mentre
si allontanava dedusse che Madagascar doveva essere una persona importante
a Stipte. Sebbene gli abitanti di Alistac non avessero l’usanza di eleggere
re o comandanti, l’uomo nero dava l’impressione di essere un capo nel tranquillo
villaggio.
La rotta del nuovo viaggio puntava verso il grande fiume Timraghef, che Salonicco
prevedeva di raggiungere entro due giorni. Avvertì che sarebbero state
giornate tranquille. Tra i confini di Alistac ed il grande fiume, infatti,
si stendeva l’immensa valle pianeggiante del Serizal dove gli abitanti, sebbene
non fossero tanto ospitali quanto i festosi di Alistac, non erano ostili.
Avvertì anche che però, successivamente, attraversato il Timraghef
le cose sarebbero cambiate. Sembrava quasi che il fiume segnasse tra gli uomini
un confine sociale e morale. Più ci si spingeva verso nord, spiegava
Salonicco, più gli uomini divenivano diffidenti e duri. Secondo lui
era il sistema commerciale, quello imposto a tutto il continente durante il
dominio umano, a rendere i loro animi impervi. Inoltre le genti del nord avevano
risentito molto dell’astio che i popoli di Itcart ancora provavano contro
di essi, e di conseguenza reagivano con l’indifferente odio che li rendeva,
in un certo modo, intolleranti. Salonicco spiegò che nelle cittadine
nordiche si eleggevano re e magistrati che regolavano le leggi e imponevano
i tributi ai sudditi. Ciò rendeva la vita degli uomini rigorosa e restrittiva
e questo faceva sì che tra loro, si animassero disagi e controversie
che li rendeva ostili e pericolosi. I ricchi avevano il potere di modellare
le leggi a loro favore e ciò causava dissapori e discordie poiché
i meno agiati erano quelli su cui gravava la maggioranza delle fatiche e delle
responsabilità. Ma il chitarrista spadaccino aveva anche avuto parole
d’elogio per gli uomini del nord. Li aveva descritti come dei coraggiosi e
forti combattenti, ottimi viaggiatori, nobili, seppur a loro modo, e non aveva
dimenticato di rendere loro onore come eccellenti costruttori. Aveva avvertito
i versanv che sarebbero rimasti incantati dalla meraviglia che le città
nordiche presentavano. Disse che le case erano fatte di solidi mattoni e adornate
da pregevoli capitelli e colonnati, che avrebbero visto portici maestosi,
chiese e cattedrali e monumenti a non finire, il tutto circondato da gigantesche,
forti ed invalicabili mura saggiamente controllate dalle vedette poste sulle
maestose torri. Il tutto era definito castello e la meraviglia che lui stava
cercando di descrivere, disse ai versanv, non sarebbe stata paragonabile a
nulla costruito da un qualunque essere vivente che loro avessero mai visto.
Delo sfidò l’uomo allora chiedendogli se credeva che gli uomini del
nord fossero più bravi persino dei mitici egeli che avevano costruito
la città di Ràtoli. Salonicco rispose che lui non aveva mai
visto la città sepolta e che non poteva fare un confronto. Rassicurò
però il vecchio che sulle costruzioni degli uomini non aveva esagerato.
Gilo ascoltava con interesse le parole dell’uomo, tuttavia ogni tanto non
mancava di lanciare uno sguardo a Verona. La donna a sua volta raccontava
a Flida altre storie sugli uomini del nord. La donna fingeva di non vedere
i suoi occhi accusatori che non nascondevano una singolare forma di delusione.
Al calar del giorno, dopo aver percorso tutta la costa del golfo di Neibi
per addentrarsi poi nell’insidioso entroterra avevano percorso più
di metà della strada che li divideva dal grande fiume. Salonicco ne
fu rallegrato perché così la mattina seguente avrebbero potuto
ritardare la partenza. Non intendeva valicare il fiume di sera e perciò
una volta raggiuntolo avrebbero atteso un'altra notte prima di proseguire.
Si fermarono in una fattoria isolata nella valle, dove dietro il pagamento
di vitto e alloggio, trovarono ospitalità. I fattori non si mostrarono
accoglienti più del dovuto ma nemmeno furono scortesi, inoltre il loro
riserbo evitò il disturbo di spiegazioni alle quali i contadini non
sembravano interessati. Nonostante tutto ripresero il cammino più presto
del dovuto, in quanto la ristretta cordialità degli ospitanti non era
molto gradita. Cavalcarono con tranquillità senza trovare difficoltà
alcuna, al punto che il cammino divenne piuttosto noioso nelle vicinanze del
fiume. Salonicco sentì sbuffare il giovane versanv che cavalcava seduto
davanti a lui sul fiero destriero, evidentemente annoiato dal paesaggio troppo
costante. Allora lo avvertì che le cose stavano per cambiare. “Voi
versanv siete abituati ai laghi, ma immagino non abbiate mai ammirato la potenza
di un fiume come il Timraghef” disse. Gilo fu destato con sorpresa dalle parole
dell’uomo ed esitò nella risposta. Credeva che stesse sottovalutando
il suo popolo e la sua terra, sebbene Rumdok fosse conosciuta come la valle
dei laghi, vi erano anche molti fiumi. “Oserei dire che non conosci bene la
geografia, o che sottovaluti la nostra terra. Rumdok è ricca di laghi
è vero, ma vi sono anche molti fiumi. Di certo la visione di un fiume
non sarà una novità per nessuno di noi”. Rispose evidenziando
una certa contrarietà. Salonicco intercettò l’espressione offesa
del giovane e non osò ribattere. Sebbene conoscesse molto bene la terra
di Rumdok, e concepisse che i fiumi della fertile terra nemmeno uniti tutti
assieme sarebbero riusciti a pareggiare la maestosità del Timraghef,
preferì lasciare che fosse la realtà a far comprendere a Gilo
ciò che intendeva. Il fragore delle acque cominciò ad essere
udibile ad una distanza per cui le sue rive ancora non erano visibili. Quel
rumore, iniziato come un ronzio che aumentava a mano a mano ci si avvicinava,
cominciava a preoccupare gli ignari versanv.
“Che cos’è questo strano brusio che si percepisce da un po’?” domandò
ad un certo punto Gilo.
“E’ la voce del fiume” rispose con calma Salonicco.
Gilo parve oltraggiato, credeva che l’uomo lo stesse prendendo in giro. “Vi
state facendo burla di me signore” contestò aspramente.
“Assolutamente no” rispose con finto stupore Salonicco.
“Questa non può essere la voce del fiume, le sue rive non sono ancora
visibili, anzi parrebbe essere ancora lontano”.
“Lo è ragazzo mio” disse Salonicco “ma sembra che voi versanv non vogliate
ascoltare nessuno. Ti dissi che il fiume vi avrebbe sbalordito, ma non mi
credesti. Ora ti faccio presente che è soltanto il suo suono a sconcertarti.
Quel che senti è la voce di Timraghef, ed egli è pure ancora
lontano, sentirai il suo suono farsi sempre più forte e sarà
assordante ancor prima che tu possa scorgerlo. Egli è imponente e può
essere distruttivo quando è irritato. Il Timraghef ruba le acque allo
Iukvet che nasce dal grande massiccio Rinory e questi si trasforma in poco
più d’un ruscello dopo aver ceduto la sua massa al grande fiume. Il
Timraghef è come un serpente assetato di oceano. Attraversa tutta la
pianura Serizal e si getta con impeto nel pelagico attraverso le imponenti
foci. Al di là del grande fiume poi, s’innalza l’altopiano del Sicbab,
che conduce verso le pendici dei monti ai confini con il territorio di Tho
Twuan dove sorgono le grandi città nordiche degli uomini. Esso però
non ti sarà visibile da questa riva, tanto è l’immensità
del fiume. Non dubitare più ragazzo mio quando ti avviso che stai per
ammirare qualcosa che non esiste nella tua terra, e non pensare mai più
che io non rispetti né la terra né il popolo dei versanv” concluse
mostrando ora la sua severità.
Gilo parve mortificato. Sembrava non essere in grado di rispondere. Salonicco
lasciò che il suo avvilimento lo tormentasse per un po’, come una punizione,
prima di animarlo, quando ormai il suono del Timraghef si era fatto insidioso
al punto da sembrare un tuono infinito, avvisandolo che erano in prossimità
delle rive. Avanzarono ancora per qualche centinaio di metri, quando ad un
tratto, tra la pianura, cominciò ad intravedersi un dislivello e in
lontananza, si scorgevano appena delle colline che sembravano distare diverse
ore di cammino. Salonicco aveva detto che ai piedi della costa nord, cominciava
ad innalzarsi l’altopiano che conduceva alle pendici dei monti. A Gilo tuttavia
non sembrava possibile che il fiume potesse ricoprire una distanza così
vasta e i suoi occhi non riuscivano ad esprimere la meraviglia che ciò
gli faceva provare, eppure le acque del fiume non erano ancora visibili. Quando
ciò fu possibile, ai versanv sembrò di trovarsi di fronte il
mare. Era però un mare burrascoso e spaventoso. Il rombo delle acque
non sembrava sufficiente a descrivere la terribile forza che le correnti manifestavano.
L’acqua correva con un impeto tale che a Gilo sembrava impossibile poter vederne
tanta in un così breve tempo. Si domandava quale maestosa fonte ne
potesse produrre sì tanta. La riva sembrava non riuscir contenere tutta
quella forza e cominciò a temere che il grande fiume potesse uscire
dagli argini e travolgerli in un istante. Se così fosse stato, nessuna
nave, credeva, avrebbe potuto soccorrerli. La potenza del fiume era tanta,
che Gilo riteneva impossibile che una nave stessa potesse navigarlo. Su questo
avrebbe dovuto ricredersi, mentre si sforzava di intravedere la riva opposta.
“Non
forzarti troppo” lo avvisò Salonicco “ti ci vorrebbe la vista di un
egeli per riuscire a scorgerla”
“Per mille laghi” esclamò Delo incantato dalla magnificenza del fiume
“come faremo mai ad attraversare una simile grandezza?” Si preoccupò.
Gilo alzò lo sguardo verso Salonicco e attese una risposta che sembrava
non venire. “Suppongo che vi sia un sistema signore” gli si rivolse con evidente
soggezione, facendo ben attenzione a non offenderlo “e seppure io non riesca
a credere ai miei occhi e a pensare che non sia possibile affrontare una tale
forza, non metterò mai più in dubbio le vostre parole, ma ditemi,
come può essere attraversata tale entità?”
Salonicco sorrise quasi divertito. “Non temere d’offendermi, non ti rimprovero
nulla e mai oserei pretendere di non udirti dubitare più. Io conoscevo
il fiume, tu no, ma molte volte ho sbagliato e mai vorrei essere considerato
infallibile. Ti prego dunque di porre ogni dubbio ti salti alla mente, ad
ogni modo, il fiume si restringe parecchio prima di giungere alle foci e li
esiste un ponte costruito dagli uomini, ma optare per questa soluzione significherebbe
allungare di almeno due giorni il nostro viaggio. Risalendo la corrente verso
est invece giungeremo, tra non più di due ore ad un villaggio dove
un traghetto ci farà attraversare il fiume senza pericoli”.
“Senza pericoli?” esclamò impaurito Delo “per tutte le balene di Obed,
attraversare questa calamità lo consideri senza pericoli?” evidenziò
i suoi timori.
Salonicco sorrise. “Capisco la vostra riluttanza, ma posso garantirvi che
quel traghetto attraversa il fiume da più di cinquant’anni senza mai
incontrare difficoltà. Gli uomini del villaggio ne fanno la loro fonte
di guadagno e io stesso ne ho approfittato più volte. Il traghetto
è sicuro, ma siete voi i commissionari del viaggio, perciò scegliete
quel che preferite”. Così dicendo scese da cavallo e si avvicinò
a piedi alle rive del fiume.
Verona osservò Flida che non era ancora riuscita a dire una sola parola
davanti al fiume “ti spaventa?” le domandò.
“Mi affascina” rispose incantata la giovane. “Non credevo proprio che nel
mondo potessero esistere cose cosi imponenti” ammise.
“Eppure questo fiume è ancora poca cosa rispetto alle meraviglie di
Titiam, i suoi abitanti dovrebbero considerarlo questo” rspose malinconicamente
Verona.
Gilo ascoltò quelle parole e una sorta d’inquietudine lo avvolse. Non
era ancora riuscito a comprendere bene la donna. Ella denotava una sensibilità
che non si addiceva al comportamento a volte immorale. Eppure furono proprio
queste parole a destarlo. Aveva deciso di chiedere consiglio a Fadenf sul
da farsi, ma poiché oramai era chiaro che lui e nessun altro aveva
l’ignobile compito di prendere le decisioni, si avvicinò a Salonicco,
quel tanto che bastava per non rischiare di cadere nelle acque del Timraghef
ed espose la sua decisione. “Il tempo stringe, meno ne perdiamo e meglio è,
usiamo il traghetto”. Salonicco constatò la sua paura, ma lo ammirò
e posandogli una mano sulla spalla si congratulò con lui.
“E’ ciò che avrei scelto anch’io, ma io ho gia fatto quest’esperienza
e non la temo, questo ti fa onore, sei molto coraggioso. Dovrai però
raccoglierne ancora molto altro di coraggio. Il Timraghef non è un
insidia così grande in queste valli, credimi” lo avvertì.
Si avviarono verso est e dopo nemmeno due ore, come aveva detto Salonicco
giunsero nei pressi di un villaggio che sorgeva ai margini di un piccolo bosco.
Il Timraghef non aveva smesso d’impressionare i piccoli versanv che mai, per
tutto il tragitto, erano riusciti ad intravedere la riva opposta. Il piccolo
villaggio si chiamava Sito, battezzato così più dai viandanti
che dagli abitanti stessi che proprio non consideravano le poche abitazioni
un villaggio. Delo fu curioso di vedere il battello che lo avrebbe portato
sull’altra sponda e ne subì subito un trauma nel vedersi presentare
un’enorme chiatta che aveva come protezioni delle staccionate simili a quelle
usate per recintare il bestiame. In effetti, spiegò Salonicco, il traghetto
era spesso usato dai commercianti per trasportare bestiame da una riva all’altra.
Per i passeggeri vi era una piccola cabina. Sembrava una capanna dove chi
non amava sentirsi circondato dall’acqua poteva sedersi e attendere la fine
del tragitto. Salonicco rassicurò il vecchio ancora una volta che nonostante
le apparenze, la chiatta era sicura e il fiume non così terribile come
sembrava. Delo tentò di convincersi, ma quella notte non furono i rumori
dei festeggiamenti a tenerlo sveglio, giacché nei villaggi al di fuori
di Alistac nessuno sembrava aver voglia di festeggiare, ma piuttosto il pensiero
del fiume da affrontare con sì poche garanzie. Salonicco, provvisto
di denari, aveva acquistato il passaggio per se e per gli amici versanv. Per
i tre aveva preteso un posto sicuro all’interno della capanna, il che gli
era costato il supplemento privilegio, di normale amministrazione, ed un ulteriore
supplemento poiché i passeggeri non erano uomini. Salonicco sapeva
che si trattava di una truffa, ma non voleva avere grane ancor prima di giungere
al nord e non contestò. Durante tutta l’attraversata che come da previsione
sarebbe durata più di due ore, Delo era rimasto aggrappato ad un corrimano
posto vicino alle panche della cabina chiusa.
Gilo e Flida invece avevano arditamente osato osservare il tragitto davanti
alla finestra aperta sulla parete, sfidando la paura che ancora metteva addosso
loro il grande fiume. Flida però, aveva deciso di non volersi perdere
nulla di quel viaggio, mentre Gilo, seppur affascinato dalle meraviglie che
la natura mostrava, era più attirato dall’atteggiamento dei due uomini.
Vedeva che quando avevano l’occasione di starsene da soli, discutevano in
maniera piuttosto sospetta. Sembravano complottare, e Gilo era tentato di
uscire di soppiatto per sentire quello che si dicevano. Era stato tentato
perfino di mandare Fadenf a spiarli, ma gia Salonicco, prima d’imbarcarsi
aveva dovuto pagare un altro supplemento allo spregevole gestore del traghetto
quando questi aveva visto Adurb, il falco messaggero sul braccio di Delo.
Il vecchio non si era fidato a lasciarlo volare via senza una destinazione.
Nemmeno Salonicco aveva voluto rischiare che il falco non fosse poi in grado
di tornare dal padrone, come se facesse un particolare affidamento sul volatile,
e aveva pagato senza obiettare. Se il gestore avesse scoperto che i piccoli
stranieri portavano un altro ospite si sarebbe sicuramente arrabbiato e a
Gilo, sembrava che l’uomo dall’alito maleodorante ed il ventre grasso e gonfio
da sembrare dover scoppiare da un momento all’altro, non aspettasse che un
pretesto per gettarli fuori bordo. Così si limitò ad osservare
l’atteggiamento circospetto dei due accompagnatori, che per tutto il tragitto
non avevano prestato attenzione alcuna al fiume. Inutile era stato il suo
tentativo di isolare i rumori per evidenziare le loro voci. Il forte rombo
delle acque gli impediva perfino di sentire la voce di Flida se questa non
urlava, e i due uomini erano troppo lontani perché le loro parole potessero
giungere alle sue orecchie. Gli sembrava quasi che Salonicco, avesse usato
il pretesto del fiume per discutere con Verona di qualcosa che non voleva
far sentire anche a loro, e ciò lo turbò.
Finalmente la chiatta giunse in prossimità alla riva nordica e subito
un nuovo paesaggio si presentò ai loro occhi. Delo scappò giù
dal traghetto non appena questi approdò alla banchina che azzardatamene
gli uomini definivano molo, e fissò con meraviglia le colline verdi
alzarsi davanti i suoi occhi. All’orizzonte non vi era più una pianura
liscia e piatta, ma coloriti rilievi dove greggi di pecore e mandrie di vacche
pascolavano pacificamente. Di là di quelle che parevano colline infinite,
si scorgevano le bianche cime dei monti che formavano la gigantesca catena
montuosa sud dell’Ugmu-an. I versanv rimasero sbalorditi dal mutamento del
paesaggio. Ancora non erano abituati alle varianti della natura che loro conoscevano
solo nel modo in cui si presentava nel ristretto circondario di Esdre e la
meraviglia già fece scordare l’impervio tragitto sulle acque del fiume.
Erano partiti di buon’ora e avevano ancora molto tempo a disposizione prima
del calare di Sirs, ma durante il tragitto Salonicco avvisò che ora
i pericoli e le incognite sarebbero stati maggiori. Presto avrebbero oltrepassato
le tranquille valli che fiancheggiavano il Timraghef e al di là delle
prime pianure potevano considerarsi nei territori del nord, dove l’ospitalità
non sarebbe stata uguale a quella di Alistac. Difficilmente qualcuno al di
fuori delle città avrebbe dato loro ristoro, e a queste frasi Delo
cominciò a pensare che mai avrebbe dovuto accettare quell’ingrato compito.
A lui attraversare il Timraghef era già parsa una più che ardua
prova, ma quell’uomo che a volte sembrava parlare con tono arrogante, insisteva
a dire che ora li attendevano pericoli ancora maggiori, e lui proprio non
riusciva ad immaginare che cosa potesse esserci di peggio.
Fu così che si avviarono verso Quintò, la più grande
delle città nordiche. Un feudo che contava più di tre milioni
di abitanti e Gilo, pur avendo promesso di non dubitare più delle informazioni
di Salonicco, riuscì con difficoltà ad immaginare una città
così immensa. Salonicco aveva spiegato che Quintò si trovava
alle pendici dei monti Traspa e Sak, i primi della grande catena. Loro però
non sarebbero andati diretti alla città, poiché per farlo avrebbero
dovuto attraversare la foresta di Querli, sulla quale voci incerte raccontavano
che ivi dimorassero i discendenti dei banditi di Teopapap, un leggendario
fuorilegge conosciuto anche come “il bandito gentiluomo”. Non vi erano conferme
sulla loro reale esistenza, ma l’uomo preferiva non verificare, quindi avrebbero
aggirato la foresta, anche se ciò significava dover accamparsi all’aperto
per una notte. Sarebbero arrivati alla città soltanto l’indomani e
nella piena luce del giorno. Tutte queste precauzioni cominciavano ad infastidire
Delo che iniziava a provare un certo fastidio nel sentirsi così insidiato,
rinunciando però a cercare di capire il tormentato mondo che stava
fuori di Esdre, si limitava a brontolare tra se.
Più avventata era stata invece Flida, che non capiva perché
mai dovevano allungare il cammino. Se il bandito di cui si parlava era un
gentiluomo, avrebbe sicuramente capito che loro non avevano nulla per cui
essere aggrediti e magari sarebbe stato anche disposto ad aiutarli. Allora
Verona le spiegò che il bandito Teopapap non avrebbe potuto aiutarli
perché se fosse stato ancora vivo, avrebbe avuto la venerabile età
di circa duecento anni, traguardo ragguardevole per un versanv, ma sicuramente
non raggiungibile da un uomo. Raccontò che molti anni prima il bandito
Teopapap era un nobile ricco che viveva nella città di Hidaf, una delle
quattro città insieme ad Ikniha e Fasulm a protezione dei confini di
Himor. In quei tempi di pace, egli era un appassionato viaggiatore, amava
esplorare le terre lontane e studiare la geologia di Itcart. Era quello che
gli uomini solevano chiamare un ricercatore, le disse che non si conosceva
molto della sua storia e che del suo misterioso mutamento in bandito non si
avevano altro che ipotetiche fantasie. Sembrava che del bandito si fosse volutamente
cercato di cancellare ogni traccia, ma i miti, come si sa, più venivano
occultati e più prendevano forza. Verona raccontò a Flida che
gli uomini del nord odiavano Teopapap perché egli derubava i più
ricchi rendendoli poveri e gettava tutte le ricchezze nel Timraghef poiché
egli riteneva la ricchezza la causa principale dell’intolleranza umana. Flida
allora domandò per quale motivo un nobile uomo si era trasformato in
un bandito e Verona rispose che le genti del nord narravano che egli era tornato
pazzo dopo un viaggio nelle terre di Mad-haug, essi ritenevano che il nobile
fosse giunto nelle paludi dello Yobab dalle quali, si raccontava, nessuno
usciva vivo. Secondo le genti del nord egli era riuscito ad uscirne ma la
conseguenza era stata quella di perdere la ragione. Ma altre storie narravano
che il nobile avesse incontrato nell’est dei popoli amichevoli e che grazie
ai suoi influssi diplomatici avesse cercato di convincere gli uomini che potevano
intrecciare con queste genti degli accordi commerciali e dar così esito
ad un rappacificamento tra gli uomini e le genti di Itcart. Secondo queste
storie gli uomini del nord acconsentirono ma quando il nobile condusse una
delegazioni di questi popoli nelle città degli uomini, questi li derisero
e li scacciarono con brutalità aggredendoli con rabbia, il nobile,
comprendendo che gli uomini lo avevano ingannato al solo scopo di poter avere
un’occasione di vendetta contro le creature di Itcart, s’indignò a
tal punto da divenire il bandito che poi le leggende avrebbero definito “il
gentiluomo”.
Flida pensò che Verona parlasse dei versanv riferendosi alle genti
dell’est e pose i suoi dubbi in quanto nei paesi di Himor non si conosceva
questa storia, allora Verona spiegò che questa alternativa era solo
una storia inventata dai più romantici cantastorie che vagavano per
le cittadine degli uomini, ma che non aveva nessun fondamento perché
le figure dell’est di cui essi raccontavano erano stiggs, ed era noto a tutti
che gli stiggs erano ormai un popolo estinto, per tanto l’ipotesi più
avvalorata restava quella della pazzia. A fare di lui un gentiluomo fu il
fatto che egli aggrediva solo persone benestanti e non faceva mai loro alcun
male, se non quello di ridurli alla povertà che, per un uomo, era peggio
che subire una tortura. Oggi però del bandito Teopapap restavano solo
i racconti delle sue gesta e una banda di selvaggi che su sua ispirazione
ne avevano cercato di imitare le gesta. Manigoldi che vivevano di razzie e
scorribande e di cui si diceva fossero crudeli e pericolosi. “Sembra abbiano
perso la nobiltà dei loro avi e che non indugino a tagliare gole o
infilzare viscere per pochi quattrini” spiegava adesso Verona a proposito
di ciò che sarebbe rimasto di tale discendenza, “ma noi non sappiamo
se veramente esista ancora questa discendenza, da molto tempo non si parla
più dei banditi di Teopapap, tuttavia preferiamo non verificare, perciò
aggireremo la foresta”.
Cavalcarono tutto il giorno, fermandosi un paio d’ore per mangiare le poche
provviste prese a Sito e riposare. Quindi ripresero il viaggio fino a giungere
in prossimità della foresta Querli. La potevano vedere stagliarsi all’orizzonte
con le possenti chiome dei caratteristici salici, che s’innalzavano maestosi
verso l’alto. Sapevano che a metà strada tra loro, si trovavano le
città di Quintò e Hidaf, ma Hidaf non richiedeva l’aggiramento
della foresta, poiché sorgeva più ad ovest e Delo alzò
l’obiezione che sarebbe stato più prudente dirigersi in tal direzione,
piuttosto che trascorrere la notte all’aperto per raggiungere con un tragitto
più lungo Quintò. Salonicco però spiegò che Hidaf
era una città malfamata, dove non governava un re, ma un parlamento
corrotto e infido. Per le sue strade, camminavano tipi ben più loschi
e pericolosi di quelli che potevano trovare tra le vaste colline del Sicbab.
Allora il vecchio non osò contestare oltre e nemmeno volle sapere il
parere del nipote, sperando a questo punto che non fosse sua intenzione recarsi
a Hidaf. Raggiunto quindi l’accordo, il gruppo si radunò attorno ad
un fuoco acceso con la legna raccolta da Salonicco. L’uomo si mortificò
per non aver portato con se la chitarra, ma sarebbe stato un fardello troppo
ingombrante per il viaggio, e in quel momento preferiva sentire la compagnia
della leggera spada. Tale diversivo però, appariva più come
il tentativo di sviare l’attenzione da qualcosa che lo preoccupava.Non aveva
detto nulla. Tuttavia gia da qualche tempo dopo l’attraversata del Timraghef,
gli era parso di sentirsi osservare da occhi invisibili. Eppure non aveva
scorto nulla e la collina che aveva scelto per accamparsi era così
spoglia da non permettere nascondiglio alcuno per chiunque. La serata procedette
comunque senza intoppi e la compagnia restò a chiacchierare a lungo
finché la notte non fu fonda e buia. Soltanto Gilo si era estraniato
dal gruppo, portandosi in disparte più lontano e rannicchiato con le
ginocchia strette attorno alle braccia. Sembrava meditare. Il vecchio Delo,
pensava che stesse cominciando a valutare i rischi dell’assurda avventura
in cui si erano cacciati, e ciò cominciava a spaventarlo. Verona invece,
aveva notato gli sguardi furtivi che di tanto in tanto lanciava nella loro
direzione, intuendo che a turbare l’animo del giovane era tutt’altro.
Lei e Salonicco si misero d’accordo sui turni di guardia che avrebbero assolto.
Non si fidavano di lasciare a Flida un turno di vedetta, ma Delo era affidabile,
Gilo invece sembrava stanco e per quella notte decisero che se li sarebbero
divisi in tre. Verona si prese il primo turno e lasciando gli altri al loro
riposo, si avvicinò a Gilo.
Attese qualche minuto osservando le stelle, nella speranza forse di scorgere
Aquima iop, ma quella non era una notte abbastanza limpida per la sacra stella.
Imedino si stava avvicinando e gia all’orizzonte si scorgevano le avvisaglie
delle grandi piogge.
“So che cosa ti turba Gilo” disse. Il piccolo versanv si voltò osservandola
quasi con disprezzo. Verona ammirò il suo sguardo severo, come se comprendesse
in lui un’ammissione d’amore per lei.
“Ti chiedi come posso essere gentile e immorale allo stesso tempo non è
vero?” disse, sapendo che il giovane versanv era rimasto sconvolto dallo spettacolo
dato a Gubvin. Gilo non rispose ma i suoi occhi asserivano. Verona sospirò.
“Essere morali non significa per forza dover essere soggiogati dall’eticità”
cercò allora di giustificarsi la donna.
“Ma voi uomini avete un atteggiamento così dispregiativo verso voi
stessi” contestò Gilo “sembra che non abbiate interesse alcuno per
la vita e la sprechiate in assurdi atteggiamenti, voi lo chiamate divertimento,
ma a me è sembrato proprio umiliante, eppure siete stai voi stessi
i primi a introdurre il concetto di moralità” ammise.
“Io invece la chiamo libertà”. Lo sorprese Verona.
“Libertà dici? Esibirsi a quel modo davanti ai propri simili si chiama
mancanza di pudore secondo me” contestò Gilo. Verona rise. “Si hai
ragione, ma il pudore si perde solo nella volgarità, la mia è
arte e nessuno degli ospiti del locale mi è sembrato volgare, solo
un po’ ammirato” rettificò.
Gilo sembrò arrabbiarsi “ogni corpo vivente è un tempio, così
c’insegnano, e non può essere profanato”
“Ogni corpo è un opera d’arte” redarguì Verona “e come ogni
opera d’arte deve essere ammirato. Solo l’ammirazione ed il rispetto lo rendono
un tempio. Si profana ogni qualvolta lo si disprezza, e ciò non è
avvenuto ad Alistac. Lo vedi Gilo, ogni cosa ha diversi punti di vista. Noi
ad Alistac conosciamo il rispetto e ciò ci rende liberi, nessuno laggiù
oserebbe approfittarsi di me, ma diversa è la situazione al nord, e
a quanto vedo, anche tra gli altri popoli”.
“Che vuoi dire?” Gilo sembrava essere rimasto colpito dalle parole della donna
e nella sua mente cominciarono a verificarsi dubbi sulla moralità imparata.
Verona sospirò di nuovo e alzò lo sguardo verso il cielo. “Vedi
Gilo, la mia gente esiste da molto prima di voi. Prima di Itcart e dello stesso
Titiam, forse, da quanto racconta la mitologia, perfino prima del vostro universo.
Tuttavia la nostra lunga storia non ci ha permesso di sviluppare abbastanza
saggezza. L’uomo è un animale dalla limitata longevità, non
è come voi versanv, così quando io sarò morta, tu sarai
ancora un ragazzo e avrai molto tempo da dedicare alla saggezza”. Gli occhi
di Verona sembrarono velarsi di rammarico. Le sue parole restarono sospese
nel vuoto per qualche secondo.
“Noi arriviamo da lontano, da così lontano che perfino il pensiero
ha bisogno di creare un’idea tanto lontana. Proveniamo dallo spazio al di
la delle stelle, in quel luogo che voi chiamate spazio riflesso, dove sorge
Aquima iop e lì adoravamo anche noi un Dio. Il più grande di
tutti. Quel Dio, che ha permesso a Virsinnia di originare il mondo e tutto
l’universo a voi visibile. Possedevamo un mondo meraviglioso, tanto quanto
Titiam. Cieli e oceani azzurri, verdi vallate e innevate montagne, tutto c’era
stato donato in pace. La storia dell’uomo però non conosce pace. È
una razza frivola, facilmente corruttibile da tutto ciò che rappresenta
ricchezza e potere e così, senza accorgersi dell’abbondanza che già
possedeva, poiché ricchezza e potere per l’uomo devono essere manifestati
in maniera materiale, il mondo fu suddiviso per nazioni, razze e religioni.
Sulla terra esistevano vari popoli, così come su Titiam, ed ognuno
praticava religioni diverse. Ciò fece sì che ogni popolo imponesse
leggi civili e morali differenti, ma tutte dedite a produrre restrizioni,
limiti e divieti. In poche parole l’uomo si ritrovò prigioniero della
propria libertà, un privilegio che lui stesso sembrava rifiutare. Inoltre
le diversità tra le varie moralità religiose e politiche, furono
spesso motivo di conflitti a causa dell’imposizione che ognuno voleva imprimere
agli altri. C’erano poi territori che disponevano di ricchezze indispensabili
al progresso, e i paesi che ne necessitavano cercavano d’impadronirsi di tali
ricchezze, ma poiché la diplomazia non risolveva nulla, si creavano
altri conflitti. La lunga storia dell’uomo è guarnita di guerre e scontri
d’ordine morale, sacro ed economico fin dal principio. L’uomo è sempre
stato in conflitto con se stesso semplicemente perché privo di saggezza,
e anche qui, dopo un viaggio infinito e tanta storia esemplare alle spalle,
non ha saputo trovarla. E’ vero, l’uomo non è affidabile, ma solo perché
non sa aprire gli occhi. Nutro poche speranze sulla possibilità che
un giorno potrà comprendere. L’uomo vive nella frenesia di un benessere
a portata di mano, ma che non riesce a vedere. Spinge il suo sguardo oltre
un orizzonte che sta lì davanti e rifiuta di vederlo, la sua mente
è atrofizzata da secoli d’inosservanze, e ancora crede che la forza
sia l’unica arma in grado di procurargli la gloria d’essere il dominatore,
il padrone assoluto, il supremo. Ma ciò non ha mai causato benessere
e tanto meno pace e libertà. Tu vedrai la vera faccia dell’uomo nelle
città del nord, mentre ad Alistac hai potuto ammirarne la falsità.
Eppure laggiù, nella nostra immoralità, nessuno aggrediva alcuno.
Nessuno disprezzava il suo vicino, né faceva distinzioni e combatteva.
Per le vie di Alistac non esiste immoralità perché esiste il
rispetto. Noi siamo liberi, abbiamo deciso di esserlo. Sciolti da ogni vincolo,
sia esso materiale o spirituale. Abbiamo scelto di apprezzare quel breve tempo
che c’è stato concesso, sperando di poter divenire saggi un giorno,
ma comunque grati di quest’esistenza. Felici di veder sorgere Sirs ogni giorno
e ammirare quanto di più bello Virsinnia ha voluto offrirci, e lotteremo
per questa libertà, per la terra che rispettiamo e amiamo, seppure
agli occhi degli altri appariamo immorali o banali, inutili e superficiali.
Noi siamo pronti a morire per la nostra libertà, ma mai ci opporremo
a quella altrui. Mai cercheremo di sopraffare alcunché non cerchi di
sopprimere noi stessi. Io non mi sento immorale poiché sono nata libera,
e nessuno ha il diritto d’imporre alcuna volontà su chi è sorto
sotto questa stella. Può essere anche che noi di Alistac ci sbagliamo,
ma siamo pronti a pagarne il prezzo se ci sarà una punizione da subire.
Di certo però, sarà solo nostra, e nessuno ne sarà coinvolto,
nemmeno tu piccolo Gilo. Tu che hai potuto osservare la falsità del
popolo di Alistac e potrai confrontarlo con l’integrità del popolo
di Quintò. Allora riuscirai a valutare e considerare chi sia il più
etico o scandaloso, ma prima d’allora, non dovresti azzardare giudizi, in
fondo, ad Alistac, nessuno ha fatto del male a qualcun altro di fronte alla
mia sfrontatezza. Perfino voi siete stati accettati come comuni amici, almeno
questo ce lo devi concedere”. Concluse con sguardo affranto e Gilo si sentì
sprofondare per la vergogna. Si vergognava d’essere stato tanto avventato
nel giudizio. Ad Alistac, come Verona le aveva fatto notare, regnava un’atmosfera
d’amicizia e lui nella sua diversità non era stato rifiutato ne giudicato.
Solo adesso comprendeva d’essere stato lui il primo a dare giudizi e ad aver
rifiutato l’eticità degli uomini di Alistac. Provava repulsione verso
se stesso per questo, e tutto ciò, se ne rendeva conto, nasceva dall’ammirazione
che aveva per la perfezione virtuosa espressa da Verona, e quella manifestata
dalla tolleranza del popolo di Alistac. Eppure, lo intuiva solo adesso, nessuno
lo aveva mai messo in guardia da Alistac, mentre in molti, se non tutti, lo
avevano esortato sul proseguire verso le città del nord dove, si diceva,
vigevano leggi civiche, morali, disciplina e decenza.
Gilo osservò con angoscia la dama vicino a se, cercando ma non trovando
il modo di scusarsi.
“Io non avevo mai valutato quest’aspetto” ammise “mi dispiace se ti ho offesa,
ma la tua esibizione è stata così traumatica, che non ho saputo
impedirmi di considerarla immorale” si giustificò.
“Non preoccuparti Gilo. Io non mi sono offesa, ma non potrei mai essere diversa
da ciò che sono, almeno, avendolo potuto comprendere subito, hai ora
motivo per fidarti di noi. Ciò che appare è quanto siamo: noi,
non mentiamo” disse la donna con orgoglio.
“Si, hai ragione” sorrise compiaciuto Gilo. La donna lo accarezzò e
il piccolo versanv sentì un brivido percorrerlo.
“Vai a riposare adesso, domani ci aspetta un giorno faticoso, la nostra avventura
ha inizio da qui” lo avvisò Verona.
Il piccolo Gilo si allontanò e sdraiandosi vicino al calore del fuoco
fece uscire Fadenf dalla bisaccia.
“Mi sento veramente un verme Fadenf” ammise al piccolo fidato amico. La tartaruga
lo guardò con disapprovazione. “Se cerchi di disprezzarti non dovresti
darti del verme. Seppure sembri una creatura viscida, anche il verme ha una
sua dignità e di sicuro non sì da del versanv per disprezzarsi”
lo apostrofò. Gilo restò sbalordito.
“Ho sbagliato di nuovo” disse. “Come può un compito tanto arduo essere
affidato ad un idiota come me?” si rammaricò. Allora vide il viso di
Fadenf farsi sereno ed amichevole. “Non essere crudele con te stesso, hai
solo imparato una lezione, anzi due, sappi che tutto e tutti hanno sempre
qualcosa da insegnare, perfino i vermi”.
Gilo sembrò riflettere “Verona dice di avere poco tempo per divenire
saggia, ma le sue parole questa notte sono state le più sensate che
io abbia mai sentito, eppure, mio nonno dice che gli uomini sono frivoli e
non fanno mai nulla per niente, allora, chi dei due devo ascoltare?”
Fadenf si concesse un attimo di riflessione, non tanto per decidere cosa rispondere,
ma più che altro per decidere se rispondere.
“Tuo nonno ha ragione, gli uomini sono creature che non fanno mai nulla senza
pretendere qualcosa in cambio. Tuttavia non sempre ciò che vogliono
è da attribuirsi a qualcosa di maligno. Ciò che cercano i nostri
accompagnatori lo devo ancora comprendere, ma di certo non è denaro.
Per qualunque ricompensa che arricchisce gli uomini vogliono garanzie prima
di procedere e costoro ancora non hanno chiesto nulla” notò la tartaruga.
Gilo corrugò la fronte “ma allora cosa possono volere?”
Fadenf scosse la testa “non lo so Gilo, non lo so”. Qualcos’altro però
gia lo preoccupava maggiormente, egli, infatti, sentiva su di se la presenza
di sguardi furtivi nascosti nelle tenebre, e sebbene non percepisse alcuna
malignità, preferì restare desto per tutta la notte.
Delo aveva fatto il secondo turno di guardia senza immaginare che Verona,
per metà del suo turno, e Salonicco per l’altra metà, avevano
vegliato con lui. Non poteva immaginare che ciò di cui i due umani
discutevano in disparte tra loro, mentre gli altri si preparavano a partire,
era la sensazione che anche lui aveva avuto, di sentirsi osservato da occhi
incogniti, dei quali percepiva la presenza senza scorgerne la consistenza,
al punto da credere che tutto ciò fosse solo un’illusione suggestiva.
Avevano ripreso il cammino senza fretta, ormai Quintò era vicina e
le vette delle montagne apparivano sempre più imponenti e immense,
sebbene il Traspa ed il Sak fossero tra i monti più piccoli della grande
catena Ugmu-an. Delo continuava ad osservare gli sguardi furtivi di Salonicco
e Verona intuendo che non erano tranquilli, il che lo fece sospettare che
stessero tentando di individuare qualche cosa nella radura. Le colline ove
si stavano inoltrando però erano piene di cespugli, alberi e sporgenze
rocciose. La foresta imperava minacciosa sempre al loro fianco. Il vecchio
pensava quindi, che se realmente vi fossero stati occhi a scrutarli durante
la notte, capaci di nascondersi nella desolata collina dove si erano accampati,
difficilmente sarebbero riusciti ad avvistarli lì tra tutti quei nascondigli.
Il nord verso il quale si stavano dirigendo non era l’estremo nord, eppure
Delo e gli altri versanv cominciavano a percepire un freddo insolito, come
se le terre che stavano raggiungendo non facessero parte del caldo sud da
dove provenivano. Salonicco spiegò loro che l’entroterra di Itcart
s’inerpicava verso altezze considerevoli a mano a mano che ci si avvicinava
alle grandi catene montuose dell’ugmu-an e che, da dopo aver attraversato
il Timraghef, la terra, sebbene non fosse sembrato possibile, aveva gia raggiunto
una quota superiore ai mille metri sul livello del mare. Si potevano considerare
gia in montagna, sebbene le alte cime facessero loro sembrare d’essere ancora
in collina. Solo in quel momento Delo si rese conto quanto fosse grande la
sua ignoranza sul mondo circostante. Comprese che la semplice saggezza messa
insieme nel limitato villaggio dov’era cresciuto, non era nulla a confronto
di coloro che avevano viaggiato e conosciuti in luoghi lontani e diversi.
Rimpianse di essere stato tanto pigro nella sua vita, sebbene nel villaggio,
come tutti i versanv, non avesse fatto altro che lavorare. In quel momento
si rese conto che i versanv, avevano a loro modo esiliato il mondo esterno,
convincendosi di non avere bisogno d’altro nella loro esistenza. Così
avevano perduto ciò che di più importante potevano apprendere:
la conoscenza. Delo, giurò a se stesso che se fosse tornato da quel
viaggio, avrebbe fatto il possibile per far sì che le nuove generazioni
avessero avuto più a cuore la passione per la scoperta. Avrebbe fatto
in modo d’accendere in loro la passione per i viaggi e la condivisione delle
culture. Avrebbe cercato di renderli socievoli con il resto del mondo.
Stava meditando su quel futuro e nello stesso tempo osservava gli uomini accompagnatori,
certo che se vi fosse stata qualche presenza nelle vicinanze loro, con l’esperienza
che si ritrovavano, sicuramente l’avrebbero scorta prima di lui. Attendeva
quindi di vedere una qualche reazione, ma fu Adurb sulla sua spalla invece
a notare un movimento furtivo. Non tra la vegetazione, più lontano,
alto nel cielo. Delo alzò lo sguardo attirato dal movimento del falco,
e osservò stagliarsi contro le nuvole bianche un’ombra alata. Non sembrava
maligna, ma non era la prima volta che la notava e quasi aveva la sensazione
che quell’airone grigio li stesse seguendo. La preoccupazione non fu molta,
e subito i suoi pensieri vennero distratti dall’esclamazione di stupore di
Gilo e Flida. Riportò in avanti lo sguardo e oltre la collina, vide
stagliarsi le mura di Quintò. La gran città, sorgeva su un’altura
dalla quale si poteva controllare tutta la valle circostante. Delo era certo
che le guardie poste sulle alte torri gia li avessero intercettati. Gigantesche
mura circondavano l’intero perimetro della città mentre torrioni di
difesa si ergevano a distanze regolari. Sulla sola facciata anteriore Delo
ne contò cinque. Tutto intorno si stagliavano merli e insenature con
fori per arcieri. L’insieme, era circondato da un grande fossato attraversabile
solo grazie a ponti, alcuni dei quali chiusi da possenti cancelli di ferro
sorvegliati da guardie armate. Altri spezzati da chiuse levatoie per lasciar
entrare solo chi volevano, e Delo non ebbe bisogno di chiedere a Salonicco,
per comprendere che in caso di guerra, i ponti tradizionali sarebbero stati
abbattuti lasciando solo i levatoi a disposizione dei cittadini.
Avanzarono costantemente sotto lo sguardo delle guardie. Salonicco, sapeva
che il re della città gia era informato del loro arrivo, e non sarebbe
passato molto tempo perché li chiamasse al suo cospetto.
Si avvicinarono alle mura e Gilo rimase senza parole nell’osservare l’imponente
costruzione. Le mura di cinta erano alte circa venti metri e le torri ancor
più. Il fossato aveva un ampiezza di una trentina di metri ed i ponti
apparivano solidi ed imponenti. I grandi volti d’entrata erano chiusi da cancelli
di ferro le cui sbarre risultavano così spesse che una mano d’uomo
non sarebbe riuscita a stringerle. Tutto sembrava essere più grande.
Perfino le persone chiuse nella loro divisa militare comparivano più
imponenti di Salonicco e Verona. Dinanzi a tale solennità Gilo, ebbe
soggezione. Solo lo sguardo dell’invalicabile potenza lo metteva a disagio
e nella sua completa ignoranza, non credeva che fosse possibile per qualunque
esercito invadere una simile protezione. Esitò e avrebbe rinunciato
a proseguire se il cavallo sul quale sedeva fosse stato al suo comando. Era
però Salonicco a tenere le redini, e non poté fare altro che
assecondare l’avanzata dell’uomo. Salonicco percepì la tensione del
giovane.
“Non temere, l’uomo costruisce simili fortezze solo perché conosce
la propria debolezza” cercò di tranquillizzarlo.
“Non avevo mai visto nulla di simile e non credevo che qualcuno potesse compiere
opere tali. Quale forza può mai temere un essere in grado di fare costruzioni
simili?”
Salonicco sorrise ma Gilo, affascinato dalla struttura verso la quale si stava
dirigendo attraversando il ponte, non lo notò.
“L’uomo ha fin troppi limiti. Per questo si barrica in simili prodigi. Tu
la vedi molto bella, ma se ci pensi, non è altro che una prigione,
e noi siamo fortunati a non doverne restare dentro” disse, ma Gilo non riuscì
a comprendere.
Dietro di loro, seduta davanti a Verona anche Flida ammirava sconvolta il
castello. Ella però, diversamente da Gilo, si chiedeva cosa mai potesse
spaventare qualcuno al punto da costruire una simile fortezza.
“L’incertezza” le rispose Verona “la paura, il sospetto, il timore di essere
aggrediti da chiunque voglia cercare d’impossessarsi dei beni altrui o imporre
la propria autorità. Da sempre gli uomini vivono con questi timori
e da soli costruiscono le proprie prigioni” disse, ma anche Flida, come Gilo,
non parve comprendere.
Le guardie davanti ai cancelli, puntarono le lance e i visitatori si fermarono.
“Chi siete” domandò con severità la guardia più vicina.
“Viandanti provenienti dal sud in cerca di ristoro” rispose con semplicità
Salonicco, e gia da quel primo scambio i tre versanv poterono percepire la
tensione che vigilava attorno alle mura.
“Che cosa vi spinge tanto fuori dei vostri territori?” volle sapere la guardia.
“Questi avventori”. Indicò i versanv con superficialità.
“Avventori?” ripeté la guardia.
“Si, sono in viaggio per approfondire la loro cultura mitologica e noi li
accompagniamo in cambio di un lauto compenso” espose Salonicco. Gilo comprese
subito che Salonicco stava contrattando come quegli uomini si aspettava che
facesse un altro uomo, in pratica Salonicco li stava esponendo come una merce,
quello che volevano gli uomini: qualcosa in cambio di qualcos’altro, presumibilmente,
denaro.
La guardia rise. “E quale lauto compenso non potrebbero mai proporre queste
mezze creature nullatenenti?” sospettò.
“Denaro” disse con calma Salonicco e subito Gilo pensò che avesse commesso
un imprudenza, era risaputo che i versanv non commerciavano in denaro.
“Mi prendi in giro?” obiettò infatti la guardia.
“Essi promettono pesce dai laghi di Rumdok , e noi sappiamo che sono abili
pescatori, il pesce di lago è molto pregiato e ad Alistac si venderà
bene, siamo certi che possano fare ciò che hanno promesso, e a noi
tanto basta”
“Si, ho sentito dire che il pesce di lago sia pregiato e sono certo anche
che vi siete assicurati che possano mantenere le promesse, ad ogni modo è
affare vostro ciò che fate con questi bastardi, ma se volete entrare
dovrete posare le vostre armi” avvertì.
Salonicco s’irrigidì “voi sapete che noi del sud non cerchiamo guai,
tuttavia credo che non sia altrettanto semplice per voi del nord starne alla
larga. Temo che troveremo qualche fastidio all’interno delle mura. Vogliamo
solo riposarci per la notte e partire al più presto, ma se ci privi
delle nostre difese pavento che potremmo anche non ripartire più domani”
disse con decisa severità.
Gilo sentì l’aria addensarsi, o forse era solo l’impressione che la
tensione si stesse facendo più acuta. Vide la guardia spazientirsi
e la sua espressione parve offesa.
“Sei qui come ospite e non dovresti certo azzardare simili insinuazioni” obiettò.
“Sono certo che la maggior parte degli abitanti di Quintò sia leale
e nobile come voi”. Adulò Salonicco “tuttavia confido che qualcuno
possa non avere sì nobili intenzioni con stranieri di razze diverse”
esplicò. La guardia però sembrò innervosirsi maggiormente
“non cercare astuzie con me villano, le vostre armi restano qui finché
il re non vi concederà di poterle tenere” spiegò severamente.
“Il re riceve tutti gli ospiti della città?” domandò allora
con diffidenza Salonicco.
“Solo quelli sospetti” rispose sghignazzando la guardia.
Furono scortati lungo le strade della caotica cittadina e subito Gilo poté
notare lo stato di degrado dell’ambiente. Le strade sterrate erano colme di
fango. Vi erano oggetti di vario genere gettati come rifiuti ai bordi e anche
al centro delle vie. Un odore ristagnante che sembrava antico di secoli dimorava
nell’aria come se le mura di cinta, oltre agli uomini, imprigionasse nella
città l’aria stessa. Uomini e donne camminavano frettolosamente per
le vie, presi da una frenesia che il giovane versanv non comprendeva ed i
loro sguardi erano corrucciati e annoiati. Nessuno alzava mai gli occhi per
salutare. Tutti sembravano indifferenti e badare solo a se stessi. C’erano
cavalieri e carrozze che procedevano lungo le carreggiate e nemmeno questi
sembravano preoccuparsi degli altri. Le persone a piedi dovevano preoccuparsi
di scansare i cavalli o le carrozze che proseguivano imperterrite per la loro
via. Osservò le case, anch’esse costruite in robusti mattoni. Nella
loro umiltà, parevano fortezze in miniatura. C’erano officine dove
i fabbri lavoravano il ferro battuto a mano. Vide falegnamerie, macellerie,
pelletterie, cantine e panetterie, e tutto si svolgeva in un’angosciante frenesia.
Il commercio sembrava l’occupazione principale per gli uomini, e dovunque
vi fosse da commerciare vi era qualcuno che contrattava. Osservò, passando,
una vetrina dov’erano esposti gioielli di bella fattura. Istintivamente comprese
che tali oggetti, erano ciò che gli uomini usavano come rappresentazione
di ricchezza. Ciò gli parve superfluo e banale. Una cosa che lo colpì
poi, furono le innumerevoli locande che sembravano sprecarsi per le vie della
città. Ve ne erano per ogni via, magari anche più di una dentro
ad un unico viale. Poi, imponente e ancor più fortificato, apparve
il palazzo reale. Un castello dentro il castello che sembrava ancor più
possente di tutte le mura fin’ora incontrate e Gilo, ripensando alle parole
di Salonicco, ponderò quale nemico mai potesse temere così tanto
il signore del castello.
L’interno del palazzo era ancora più sconvolgente. Arazzi di fattura
incredibile adornavano le alte pareti del maniero. Colonne immense che per
abbracciarle avrebbero richiesto le braccia di tre uomini sorreggevano soffitti
alti, enormi e ricchi di decorazioni che davano il senso dell’enorme sfarzo
che regnava in quell’unica costruzione. Il re li ricevette in una sala maestosa.
Altrettanto ricca d’addobbi, dove un trono dai contorni d’orati lo accoglieva
come un dio e mai la scorta li lasciò, anzi, altre guardie si unirono
a quelle che gia li avevano scortati fino al cospetto del re. Salonicco e
Verona s’inchinarono subito dinanzi al signore del castello genuflettendosi
e abbassando il capo. Rapidi furono i tre versanv a comprendere che anche
loro dovevano adottare tale sistema.
“Chi siete” tuonò la voce imperiosa del re, rimbombando minacciosa
tra le pareti del grottesco salone.
“Pellegrini venuti dal sud, vostra maestà” rispose Salonicco senza
alzare lo sguardo, mirando sempre il pavimento decorato con larghe fasce di
marmo.
“Alzate il viso” ordinò il re “affinché possa contemplare i
vostri occhi e capire se dite il vero”.
Salonicco non attese e subito alzò lo sguardo fiero sul sovrano. Così
fece anche Verona, i tre versanv invece, ancora confusi dalla strana situazione,
esitarono. Furono lenti ad alzare gli occhi, come se temessero di poter essere
fulminati se la loro visione non avesse compiaciuto il re.
“Qual è il vostro nome, e perché siete così lontani dalle
vostre terre?” domandò mantenendo tono severo il sovrano.
“Salonicco è il nome con cui la mia gente mi conosce, e costei al mio
fianco è Verona, mia compagna di viaggio. I tre versanv al seguito
provengono dalle terre di Rumdok. Delo, Gilo e Flida sono i loro nomi. Sono
studiosi della mitologia e della storia, desiderano pertanto conoscere i siti
più significativi della terra di Itcart. Noi li accompagniamo poiché
essi non hanno esperienza alcuna di viaggi. Tutto ciò che chiediamo
è una notte di ristoro e null’altro mio signore” rispose con sicurezza
Salonicco. Gilo invidiò quella sua capacità di rendere il tutto
estremamente semplice mentre lui temeva, se fosse stato interrogato, di non
poter rispondere con tanta persuasione. Il re sembrò meditare, quindi
si alzò in piedi e si avvicinò al gruppo. Gilo osservò
la sua figura possente e si rese conto che effettivamente non erano le armature
a far sembrare gli uomini del nord più grandi dei coetanei del sud.
Il re, come tutti gli uomini che aveva visto fino ad ora, portava una folta
barba che sembrava un segno di distinzione nordico. Aveva possenti braccia
e capelli lunghi.
“Si” sembrò meditare “ho sentito raccontare di quest’usanza dei popoli
minori, ma non mi era mai capitato d’imbattermi in uno dei loro pellegrinaggi”
borbottò pensieroso, quindi alzò rigidamente le spalle e parve
innalzarsi ancor di più sulla sua già possente mole. Gilo valutò
che doveva essere alto quasi due metri.
“Io sono Londra” si presentò “sovrano di Quintò e di tutte le
terre confinanti”.
Salonicco e Verona tornarono ad inchinarsi e così fecero i versanv.
Il re li osservò senza timore alcuno.
“Alzatevi, siete miei ospiti e non sembrate proprio delle spie venute dall’ovest,
anzi forse portate notizie da tali siti, se è così gradirei
sentirle”.
Salonicco si alzò e dovette levare la testa per fissare il re negli
occhi.
“Perdonate mio sire, ma Quintò è la prima città del nord
che visitiamo e la nostra via prevede di avviarci ad est. Nulla sappiamo di
quanto accade verso l’ovest” disse. Un ombra di sospetto allora balenò
nei suoi occhi, le parole del re sottintendevano la presenza di qualche minaccia
proveniente dalle regioni occidentali. Lui però non ne era al corrente.
Il re parve stanco.
“Peccato, peccato” sussurrò. Poi parlò come se loro non fossero
presenti, dando l’impressione di dialogare con se stesso.
“Periodi di tensioni sono questi, da qualche tempo le città dell’ovest
si sono fatte minacciose e la precaria pace che fin’ora vigeva sembra essere
a rischio. Strane cose succedono anche a nord. Di movimenti insoliti tra le
montagne mi si racconta dai miei inviati, ed ora visitatori dal sud. Strani,
strani movimenti avvengono in queste terre”. Gilo osservava il delirio del
re come se davanti a lui non vi fosse una figura regale, ma un pazzo schiacciato
da un peso troppo grande da sopportare.
“Hidaf e Iknia sono da qualche tempo in contrasto e Quintò pare in
balia delle loro scorrerie. Città troppo ricca è divenuta questa
mia, oggetto di troppe attenzioni” si concesse una pausa, poi i suoi occhi
si fecero perfidi ed infimi nella sottigliezza che lo sguardo diabolico manifestò
sul suo volto. Quindi sibilò come un serpente “desiderio di molti e
divenuta la sua ricchezza”. Infine il suo sguardo, perso nel vuoto, tornò
normale in quegli occhi che per un breve periodo erano parsi agli ospiti vuoti
e lontani, come se un'altra persona li avesse abitati al posto del re. Londra
fissò gli ospiti e più nulla sembrava esistere in lui del periodico
smarrimento.
“Molte insidie giungono soventi verso questi luoghi negli ultimi tempi, e
non ci si può fidare di nessuno, perciò spero mi perdonerete
se l’ospitalità della mia città non è accogliente, ma
io per primo devo chiedervi di non intrattenervi a lungo. Una notte è
tutto ciò che posso concedervi. Sono certo che le vostre siano buone
intenzioni, ma le precauzioni non sono mai troppe. Se voi foste delle spie
non avreste abbastanza tempo per prendere informazioni, tuttavia, se domani
a mezzogiorno sarete ancora in città, sarò costretto a rivedere
le mie scelte e magari a farvi conoscere le nostre prigioni”. Salonicco s’inchinò
di nuovo, ma il re non diede il tempo anche agli altri di usargli tale cortesia.
“Siano loro riconsegnate le armi. Non desidero si dica che stranieri venuti
in visita non abbiano avuto la possibilità di difendersi, poiché
io tendo ad essere ospitale, ma gran parte della mia gente non è altrettanto
tollerante”. Si girò un ultima volta prima di uscire “non posso garantire
che non troverete fastidi in città, e non posso occuparmi della vostra
incolumità, troppe preoccupazioni invadono la mia mente in questi giorni,
ma vi faccio i miei migliori auguri stranieri”. Osservò Salonicco “non
so se sia più coraggioso o più sciocco per voi del sud osare
visitare una delle nostre città, e portandosi dietro stranieri di un
popolo minore poi…” Sarcasmo parve manifestarsi sul suo viso e uno strano
effetto fece quell’uomo a Gilo, che non sapeva come definirlo: se severo e
giusto, o pazzo e squilibrato.
Furono scortati all’esterno dalle guardie. Qui Verona e Salonicco ripresero
le armi, mentre negli occhi appariva lo stesso tormento che assillava la mente
di Gilo. Il re di Quintò sembrava una persona ragionevole, ma abominevole
nello stesso tempo, come se in lui vi fossero state due personalità
diverse.
“Sta succedendo qualcosa di strano” disse Salonicco a bassa voce. Sembrava
volersi far sentire solo da Verona, ma Gilo ascoltava attentamente.
“Non sapevo nulla dei conflitti tra le città del nord”.
“Ma le città del nord non sono alleate tra loro?” s’intromise non volendo
più essere messo in disparte. Salonicco però gli rispose come
se non avesse affatto intenzione di estraniarlo.
“Le grandi città del nord sono nate come fortezze al fine di controllare
i confini delle terre assegnate agli uomini, ma mai sono state alleate, anzi,
essendo sempre stati irrisori i pericoli provenienti dalle altre terre si
sono ritrovate a causare più spesso conflitti tra loro. Soprattutto
Iknia e Hidaf hanno sempre causato gravi discordie. Quintò è
la preda più ambita, di poca considerazione invece gode Fasulm, anche
se non è indifferente ai conflitti del passato. I signori del nord,
mirano ad un dominio assoluto su tutto il territorio dalle sponde del Timraghef
ai confini di Himor. Ciò è stato causa di pesanti conflitti
in passato. C’è stato un tempo in cui Hidaf aveva preso possesso di
Iknia ed era divenuta una grande potenza, Quintò allora mosse le sue
truppe per liberare la città conquistata, impedendo che Hidaf divenisse
troppo forte. Anche Fasulm aveva contribuito alla liberazione d’Iknia e da
allora Hidaf è sempre stata intollerante verso le tre città.
Da tempo però non si verificavano più contrasti. E’ chiaro che
se Hidaf sta progettando qualcosa contro Quintò o le altre città,
deve avere qualche risorsa segreta. Ad ogni modo ciò non deve interessarci,
penso comunque che sia molto più sensato allontanarci da questi luoghi
al più presto e dirigerci verso est, anche se ciò significa
dover affrontare il nord est che noi sappiamo essere impervio”. Delo sospirò
rassegnato e Gilo tremò. Solo Flida non sembrava rendersi conto dei
pericoli e continuava a seguire fedelmente Verona. Camminarono per le vie
mentre la sera calava sotto gli sguardi sospettosi degli abitanti, poi ad
un certo punto Salonicco si fermò davanti ad una locanda.
“Entriamo qui” disse. Delo alzò lo sguardo e fissò l’insegna
di legno che citava “la taverna dei porci”. Il nome non gli destò alcuna
rassicurazione. Gia da fuori si udivano schiamazzi, urla e possenti eruttazioni
che sapevano di birra.
La compagnia entrò e subito fu invasa da una nebbia di fumo intossicante.
Gilo tossì e per benvenuto ricevette un tremendo rutto le cui esalazioni
di birra quasi lo inebriarono.
Subito nessuno sembrò fare caso a loro, i tre versanv invece lo fecero
al caos che regnava nel locale. Tra fumo e odore d’alcol, si potevano ammirare
donne grasse e tozze che esibivano seni nudi in un modo che nulla aveva di
pudico. Gilo comprese allora ciò che Verona aveva voluto dire per moralità:
quel che poteva notare lì dentro, al contrario delle feste d’Alistac,
era la volgarità, l’oscenità e l’indecenza. Il rispetto in quel
luogo non esisteva. Almeno non avvolto nella nuvola di fumo che ricopriva
la maggior parte del locale, e non capiva cosa Salonicco sperava di trovare
lì dentro.
Si accomodarono ad un tavolo lontano dalla folla e fecero arrivare birre e
acqua. Non ebbero però il tempo di gustare l’ordinazione perché
ciò che Salonicco temeva avvenne prima di quanto sperava. I tre versanv
erano stati notati ancor prima dei suoi lineamenti del sud, e qualcuno già
stava per avvicinarsi. Salonicco osservò l’energumeno intuendone subito
i tratti del piantagrane.
“Guarda, guarda” esclamò con sarcasmo. “Che razza di bella gente abbiamo
qui, degli stranieri di mala fattura”. Osservò i versanv che gia tremavano
di paura. Solo dopo l’energumeno si accorse che i compagni degli sgorbi erano
gente del sud.
“Ma quale abbondanza abbiamo questa notte” si rallegrò. “Addirittura
due allegri artisti del sud” ironizzò.
Salonicco restò calmo.
“Siamo solo di passaggio, domani toglieremo il disturbo e non vogliamo guai”
disse. Tentò poi di bere la sua birra. Sapeva che sarebbe stato inutile
e, infatti, il boccale gli fu fatto volare via dalle mani da un colpo ben
assestato dall’energumeno.
“Credi di poter venire nella nostra città, nel nostro locale, portando
pidocchi e parassiti e non trovare guai? Dovresti sapere che gia tu da solo
rappresenti un guaio qui”.
Salonicco fissò l’uomo e cercò ancora di calmare gli animi,
ma nel locale gia regnava quel silenzio sinonimo di lotta.
“Ti prego, siamo solo pellegrini di passaggio” disse con umiltà e Gilo
temette che Salonicco avesse paura dell’uomo molto più grosso di lui.
Pensò che si erano cacciati in un guaio troppo grande per poterne uscire
illesi.
“Sei solo un vile codardo, come chiunque arrivi dal sud del resto” provocò
il gorilla, poi però la sua espressione sembrò rabbonirsi “ma
vedo che hai portato qualcosa di piacevole. Esile e dalla pelle scura si,
ma comunque graziosa” disse rivolgendo lo sguardo verso Verona. Salonicco
intuì che non potevano più andare oltre. L’energumeno tentò
di avvicinarsi a lei. Allora Salonicco tentò un ultimo rappacificamento.
“Non abbiamo nulla con noi che possa interessarvi. Lasciateci riposare una
notte e poi non sentirete più parlare di noi”.
“Niente per niente amico” rispose il colosso “ma ti posso accordare il riposo
che cerchi assieme ai tuoi scoiattoli, e non è poco lasciare libere
certe schifezze, ma in cambio mi prenderò la tua donna”. Allungò
la mano dalle dita grandi e ruvide, ma la sua azione non ebbe termine. Veloce
fu il movimento di Salonicco, così lesto che nessuno ebbe l’impressione
di averne visto il principio. Almeno finché l’energumeno non gridò
di dolore e sulla mano una scia di sangue si riversasse dallo squarcio aperto
dalla lama.
“Ho chiesto la tua grazia cordialmente, ma sembra che in questa lurida città
non si conoscano le buone maniere. E’ allora la forza che devo usare per avere
un po’ di tranquillità? Queste persone sono mie amiche e lotterò
per assicurare loro il rispetto che meritano” disse conficcando la punta della
lama contro la gola dell’energumeno.
“Credi di poter uscire vivo da qui dopo quest’affronto?” minacciò l’uomo
sotto tiro.
“Certo che no, sono sicuro che gia venti pugnali aspettano di assalirmi. Comunque
sia, prima che uno solo di questi coltelli sia sfoderato tu non avresti il
tempo di sorridere per la mia caduta” avvertì.
“Facile è parlare quando si punta una spada come fai tu”.
“Sarebbe più difficile metterla via pure davanti ad una promessa di
tregua, ma se vuoi un combattimento leale, che non coinvolga nessun altro,
io sono pronto, dimmi il tuo nome, cosicché sia possibile stabilire
una posta in palio”.
“Il mio nome è Oslo e sono pronto a combattere, ma se vinco voglio
lei” ringhiò.
“E sia Oslo, io sono Salonicco di Gubvin, ma se la donna deve essere la posta
in palio, perché non combattere direttamente con lei?” Provocò
suscitando ilarità nell’avversario e preoccupazione nei tre versanv.
“Sei pazzo” rise Oslo.
“Oppure sei tu che temi lo scontro” lo incalzò però immediatamente
Salonicco.
“Io sono pronto a rischiare e a riporre la mia stessa vita nelle sue mani.
Se vince però ci lascerai in pace, anzi, veglierai sul nostro riposo.
Se perde, avrai lei e la nostra completa sottomissione. I tre versanv saranno
tuoi schiavi e in quanto a me, potrai anche uccidermi se ti va” alzò
la posta. Oslo si sentì offeso da tanta esuberanza e sicurezza.
“E sia sporco villano, ma ti garantisco che quando avrò finito non
avrò più voglia di giacere con lei. Sarò comunque molto
felice di incatenarvi al mio cancello. Che nessuno sfili il suo coltello”
urlò in fine. Salonicco levò lentamente la spada dal collo di
Oslo, questi si arrotolò le maniche e osservò con superficialità
Verona, che gia si era preparata. Gilo fissò con severa preoccupazione
Salonicco, che dal canto suo gli strizzò l’occhio a rassicurarlo.
Oslo sfilò la sua possente spada e si piazzò davanti alla donna.
Ella era la metà di tutto ciò che gli stava di fronte. Perfino
la sua arma sembrava uno stiletto a confronto della lama che mostrava Oslo.
L’uomo rimase fermo davanti alla donna con superflua sicurezza.
“Comincia pure donna” disse con alterigia. “Ti concedo la prima mossa” si
pavoneggiò. Verona non attese oltre e sferrò un colpo preciso
che recise la barba al gagliardo nordico sfregiandogli il mento. L’uomo indietreggiò
spaventato, e una forte ira gli annebbiò lo sguardo.
“E’ fatta” sussurrò tranquillamente Salonicco.
La lama di Oslo s’inerpicò verso l’alto e con potenza si scagliò
contro Verona. Gilo chiuse gli occhi, certo che non vi fosse scampo per la
donna, ma la ballerina era troppo agile per lasciarsi sorprendere dal colpo.
Schivò con semplicità il fendente che si abbatté contro
un tavolo squarciandolo e lasciando il bestione chino su se stesso. Allora
la donna lo raggirò e con un altro colpo ben assestato recise i pantaloni
dell’uomo ferendogli le natiche. Oslo urlò di dolore e con rabbia raccolse
una scheggia di legno del tavolo per scagliarla contro Verona. La donna schivò
l’oggetto volante, ma scivolò su del liquido e cadde a terra. La spada
gli sfuggì di mano e roteò lontano da lei. Uno dei clienti cercò
d’impossessarsi dell’arma per farla sparire, ma una mano più lesta
lo bloccò e un pugno di ferro lo stese, facendo sì che la spada
restasse al suo posto. Nel frattempo Oslo si era gettato su Verona e chinandosi
cercò di afferrarla per le caviglie. Di nuovo la donna fu più
lesta, e slanciando la gamba verso l’alto assestò un calcio in pieno
volto all’energumeno che barcollò all’indietro. Tanto bastò
alla donna per rialzarsi con un balzo. Compì poi una piroetta da ballerina
e raggiunse di slancio la spada con una velocità tale, che Oslo ancora
non aveva avuto il tempo di raccogliere la sua. Fu troppo lento e quando si
girò, nuovamente si trovò una lama puntata alla gola. Questa
volta però non era quella di Salonicco. Un rivolo di sangue rigò
il collo dell’uomo. Sentì la donna fare una pressione più esagerata
di quella provata prima e tremò.
“Tranquilla donna” sussurrò:
“Lascia la spada e dichiarati vinto e mi tranquillizzerò” disse Verona.
Oslo lasciò cadere la spada.
“Va bene”.
“Va bene cosa?” ringhiò Verona.
“Hai vinto” si affrettò allora a confermare l’uomo.
La spada di Verona si ritrasse e Gilo tirò un sospiro.
Nel locale un leggero brusio cominciava a ridestare l’ambiente mentre ghigni
maligni umiliavano lo sconfitto, che imbarazzato distoglieva lo sguardo dai
sorrisi sarcastici sentendosi osservato e oltraggiato per essersi fatto battere
da una donna. Intanto la compagnia si stava riunendo compiaciuta e nessuno
prestava attenzione ai tre versanv, ma molti si complimentavano con la donna
per il bel combattimento. Questo non faceva che indignare ancor di più
il vilipeso Oslo, e quando sentì consumarsi l’attenzione su di se,
pieno di rabbia e collera tentò di vendicarsi. Alzò la lama
della spada verso l’alto e puntò su Verona che gli voltava le spalle,
scagliandosi contro con un grido. I versanv spalancarono gli occhi terrorizzati
mentre l’azione di Salonicco per proteggere la vittima predestinata pareva
troppo lenta per aver buon esito. Verona vide la lama alta sulla sua testa,
e anche in lei la sorpresa parve essere eccessiva per riuscire a reagire in
tempo. Poi un sibilo tagliò l’aria e subito dopo un grido lancinante
sprigionò lo sfogo di un dolore improvviso, uscendo con atrocità
dalla gola di Oslo. La spada gli scivolò dalla mano mentre la lama
di un coltello affilato la trafiggeva. Una scia di sangue gli si riversò
sul braccio ancora alzato. La spada di Salonicco fu pronta a protendersi in
avanti. L’istinto però lo trattenne dall’infilzare l’energumeno, e
mentre la punta si poggiava contro il petto dell’uomo nuovamente sconfitto,
gli occhi di Salonicco si fermarono a fissare l’artefice del lancio di coltelli.
Un nordico dalla corporatura possente. Alto e robusto, con un cappello in
testa e una folta barba grigia, capelli lunghi raccolti in trecce e lacci
gli scendevano a cascata dal capo. Sembrava un cacciatore dalle vesti che
portava, e sulle agili mani capaci di lanci micidiali portava grossi anelli
d’acciaio. I suoi occhi erano freddi, color del ghiaccio, e lo sguardo sembrava
privo d’emozioni, come quello di un sicario spietato. I due si fissarono,
finché una voce non ruppe lo stato di tensione che si era venuto a
creare nell’ambiente. La forte mano del gestore placò Oslo prendendolo
per il polso sano, e rigirandogli il braccio dietro la schiena lo costrinse
ad urlare ancora per il dolore.
“Adesso piantala Oslo, questi uomini si sono battuti lealmente e adesso sono
nostri ospiti. Stanotte avranno ristoro in questa locanda e qualunque cosa
dovesse accadergli ne sarai ritenuto tu responsabile. Ora esci dal mio locale
e non metterci più piede fino a domani almeno”. Senza tante formalità
lo spinse via. Salonicco lo afferrò e senza alcuna cortesia sfilò
con energia il coltello dalla sua mano. Il ferito nuovamente gridò
per il dolore, poi uscì fuori tra l’umiliazione e la rabbia. I tre
versanv a quel punto, compresero che pur trovandosi in una località
ostile, anche per quella notte non avrebbero più dovuto preoccuparsi.
Salonicco si avvicinò a Verona.
“Tutto bene?” La donna annuì.
“E voi?” domandò allora ai versanv.
“Bene” disse Gilo per tutti.
Salonicco sembrò allora dimenticare l’avvenuto. “E’ giunto il momento
che mi dia da fare a trovare ciò che stiamo cercando, ma qui tra questa
gente non è come ad Alistac. Se vogliamo avere aiuto dobbiamo offrire
qualcosa in cambio. Allora, quanto possiamo offrire?” domandò a sorpresa,
e fu tanta perché i tre versanv si guardarono in faccia e solo allora
sembrarono accorgersi che non avevano nulla. Salonicco intuì la situazione
“ma bene” disse esaurito “non penserete che possa comprare l’aiuto di qualcuno
con i pochi denari che mi ritrovo nelle tasche vero?”
Ci fu silenzio. “Beh, se è così potete pure considerare finita
la missione” annunciò. Allora Fadenf sfilò la testa dalla bisaccia
e sibilò sottovoce “prometti pure ciò che vogliono, e anche
di più se lo desideri, ma la ricompensa sarà data solo giunti
a Vann” disse.
“Non credo che sarà sufficiente come garanzia” dissentì Salonicco.
“Io credo di sì invece, se tu saprai essere convincente”.
Salonicco guardò la tartaruga. “Non so se te ne sei reso conto, ma
ci troviamo in un covo di taglia gole e qualunque cosa io prometta costoro
vorranno cose concrete. Io posso anche essere convincente ma se poi non risarciamo
ti garantisco che nessuna delle nostre belle teste resterà sul proprio
collo. Compresa la tua, tartaruga”.
“Chiamami Fadenf, villano, e non preoccuparti per il compenso, quello sarà
un mio problema. Tu prometti tutto ciò che vogliono, anche Gemnim se
la desiderano, ma solo al nostro arrivo”.
“Devo essere pazzo a darti retta” brontolò Salonicco, quindi si alzò
e s’incamminò all’interno del locale che riprendeva vita.
S’avviò mentre i suoi compagni si ricomponevano, accomodandosi tra
sguardi furtivi e indignati. Si diresse deciso verso il lanciatore di coltelli.
Sapeva d’essere circondato da briganti ed era quindi il luogo giusto per ingaggiare
una buona guida. Contrabbandieri e banditi erano quanto di meglio si potesse
desiderare se si voleva attraversare una terra cercando di non farsi notare.
Il problema più grave era trovare qualcuno di cui potersi fidare e
il lanciatore di coltelli, era attualmente l’unico contatto che aveva. Si
avvicinò all’uomo, che non gli aveva staccato gli occhi di dosso fin
dal momento in cui si era impossessato del coltello. L’angolo in cui sedeva
era isolato. Sembrava che nessuno volesse avere a che fare con lui e la riservatezza
era qualcosa che si addiceva a loro.
“Questo è tuo” gli disse osservando da vicino la sua mole. L’uomo allungò
una mano e prese il coltello. Non disse nulla, semplicemente pulì l’arma
con uno straccio e la ripose all’interno del grosso stivale che aveva per
calzatura.
“Ci hai aiutati per due volte” disse allora Salonicco. L’uomo ebbe un attimo
d’attenzione e lo fissò negli occhi. “Perché?”
“Odio i farabutti, i vigliacchi e chiunque non sappia mantenere la parola
data” disse concisamente.
“Ti ringrazio” continuò allora Salonicco, deciso a non perdere l’aggancio
“ma come fai a sapere che non siamo anche noi impostori?”
“Non mi riguarda, almeno finché ciò non provoca nessun danno
alla mia persona, e comunque la vostra è stata una battaglia leale”.
“Saresti disposto a darci un ultimo aiuto?” azzardò allora Salonicco
“Non credi di esagerare adesso? Essere ancora illesi per una compagnia come
la vostra in un ambiente simile è gia più di quanto uno potrebbe
sperare, ma sfidare la sorte mi sembra pazzia”.
Salonicco sorrise “è molto più che follia, credimi. Tuttavia
i guai sono l’ultima cosa che cerchiamo, adesso mi occorre solo qualche informazione”.
L’uomo osservò oltre Salonicco studiando la compagnia che si portava
appresso.
“E’ una strana combriccola la tua, classica situazione che indica guai, non
vedo comunque come qualche informazione possa rappresentare del pericolo,
anche se non so se potrò esserti ancora d’aiuto amico”.
“Mi chiamo Salonicco” si presentò.
“Danubio” rispose il misterioso protettore invitandolo a sedere.
Salonicco si accomodò, sapeva che era un azzardo rivelare anche minimi
dettagli sul loro cammino, ma non aveva alternative. Quell’uomo era l’unico
aggancio e il tempo poco. L’indomani, un re mentalmente instabile, li avrebbe
potuti imprigionare, o un assassino uccidere.
“Siamo viaggiatori, i tre versanv che vedi sono studiosi e desiderano conoscere
i luoghi più caratteristici di Itcart. Siamo diretti a nord e ci serve
una buona guida” espose. Si rese conto subito dall’espressione di Danubio
che la storia non era stata convincente. Rifletté solo pochi istanti.
“La verità è che se ti spiegassi la faccenda così come
sta ci vorrebbe troppo tempo e quasi certamente non mi crederesti, dobbiamo
raggiungere l’isola di Vann perché…”
Danubio lo bloccò con un gesto della mano.
“Hai gia detto più di quello che avresti dovuto. Che la storia dello
studio sia una gigantesca buffonata si capisce senza ulteriori spiegazioni.
E’ evidente che se sei disposto a raccontare simili cialtronerie ciò
che nascondete deve essere piuttosto considerevole. Questo è sufficiente
per non desiderare conoscere altro. Personalmente vi sconsiglierei di affrontare
il nord se il motivo non è veramente importante, tuttavia, se ho ben
capito, quel che vuoi sapere da me è se conosco qualche buona canaglia
che vi faccia da guida, magari affidabile”.
Salonicco non si lasciò sorprendere dalla sua perspicacia, e fu contento
di non dover divulgare ulteriori informazioni. “Pensavo che un contrabbandiere
o qualcosa del genere potrebbe andare bene. Non vogliamo clamore e quindi
la clandestinità è ciò che più ci si addice”.
“Sono d’accordo” rispose Danubio “ma i contrabbandieri vanno bene per le città
e poche regioni confinanti. Trattano soprattutto materiali di scambio e commercio
fraudolento. Non si spingono mai oltre le zone sicure. No, quello che serve
a voi è un mercenario, qualcuno disposto ad affrontare anche le paludi
Yobab e gli spiriti dello Swaz-riek se ben pagato. Individui che non domandano
né perché né per cosa, ma chiedono molto e non so se
voi potete permettervi di assoldare qualcuno di questi individui”.
A Salonicco sembrò di incamminarsi sulla giusta strada.
“Il compenso non è un problema, possiamo offrire più di quanto
il nostro aspetto faccia immaginare” disse, e lo sguardo dell’uditore si mostrò
interessato.
“Conosci qualcuno cui potrei rivolgermi?”
La voce di Danubio si fece cupa e sospettosa “quale mai gran necessità
può spingere una compagnia come la vostra verso una simile avversità?”
Salonicco sentì barcollare la stabilità finora raggiunta, e
sperò di non dover dare altre spiegazioni.
“Puoi indicarmi qualcuno?”
“Che cosa mai potete offrire?”
“Qual è il prezzo” azzardò con decisione.
“Alto. Molto alto”.
“Chiunque decida d’aiutarci avrà più di ciò che chiede”
disse sempre più convinto.
“Se ciò che dici è vero, io posso trovare quel che chiedi, ma
sappi che se cerchi d’ingannarmi non avrai modo di potertene vantare”.
“Chiunque ci dia il suo aiuto avrà più di ciò che chiede,
ma potrà averlo solo una volta giunti a Vann”.
“Sta bene, un mercenario non chiede troppe spiegazioni ne garanzie, egli sa
farsi rispettare, inoltre il rischio è una condizione inevitabile nel
suo lavoro, del resto sono certo che siete voi coloro che hanno più
da perdere in tutto ciò”. Avvicinò il viso a Salonicco. “Le
vie del nord sono molto insidiose” sibilò con una maligna verità
sottintesa. Salonicco annuì.
“Non temere, ho ricevuto il messaggio. Non ci saranno tradimenti né
inganni da parte nostra, ma dovremmo partire molto presto, domattina, possibilmente
all’alba, credi di poter riuscire a trovare qualcuno per allora?”
Il nordico sorrise “credo di si, ma sarà meglio evitare l’ovest, ci
sono disordini tra le città confinanti e più in là, nel
Beltfraio, ho sentito dire che si aggirano strani esseri. Per non parlare
della terra di Lesc. Sembra che ci siano degli insoliti movimenti tra le foreste.
Sono tempi incerti, ma credo che ciò non sia una novità per
voi giusto?” sorrise. Salonicco non rispose. Si alzò dal tavolo e strinse
la mano al possente nordico.
“Ci si vede presto allora” disse Salonicco già sospettando che la guida
era già di fronte a lui.
L’altro annuì “molto presto”.
(torna
all'indice)
Il caos notturno di Quintò era differente da quello di Gubvin. Lì
la notte era invasa da schiamazzi simili ad urli di bestie braccate, e tutto
aveva un che d’angosciante. Nelle locande non si danzava, piuttosto si fremeva
in agitati salti scomposti e movimenti scoordinati. Le donne non erano aggraziate
come le mirabili ballerine d’Alistac, e nemmeno avevano la stessa affabilità.
Erano piuttosto delle scarse contorsioniste, volgari e rozze, e agli uomini
non sembrava proprio importare un gran che dell’armonia artistica che avrebbero
dovuto esibire. Semplicemente, le preferivano scostumate e zotiche, buone
per allietare notti senza dignità.
Si diceva che le città del nord erano più progredite grazie
alla loro struttura sociale basata su un nuovo metodo di commercio, e alla
tecnologia. A Quintò infatti gli uomini sfruttavano una forma strabiliante
di tecnologia che i versanv avevano potuto ammirare e dalla quale erano rimasti
stupefatti. La forte corrente delle cascate del fiume Glesch che attraversava
la città per gettarsi poi nello Yukveth, alimentava un mulino al cui
interno delle bobine riuscivano, per uno stratagemma sconosciuto ai versanv,
a generare un tipo d’energia in grado di far illuminare delle lampade nelle
quali si vedevano filamenti di rame. I versanv stavano vedendo l’inizio della
tecnologia che un tempo aveva portato gli uomini al conseguimento di un potere
così immenso da distruggere loro stessi, solo che per il momento le
risorse degli uomini di Itcart non andavano oltre la capacità di far
accendere delle lampadine appena sufficienti per illuminare il palazzo del
re. Ne i versanv, ne gli stessi uomini infatti immaginavano che nel continente
oltre oceano ben diverse erano le cose. Ad ogni modo, grazie a tali condizioni
sociali e prodigi tecnologici, le città nordiche si definivano come
l’esempio di un futuro non lontano. Tuttavia Gilo pensava che se il progresso
doveva portare indecenze dove si perdevano dignità e moralità,
era meglio che lo stesso passasse oltre loro come l’ombra di un aquilone spinto
via dal vento, e sebbene Verona gli avesse spiegato che nei quartieri più
nobili della città, dove vi era maggior ricchezza e collettività
le cose andassero diversamente, il giovane versanv sperò in cuor suo
che il sodalizio umano non arrivasse mai a contaminare le civiltà titiamiane.
La notte era stata insonne quasi per tutti e all’alba solo Danubio e la donna
che stava con lui sembravano riposati. Gilo osservò con sospetto prima
la guida, poi la donna. Nulla sembrava avere delle megere scatenate osservate
dimenarsi oscenamente nelle locande e nelle vie di Quintò durante la
notte. La presunta compagna di Danubio si presentava piuttosto aggraziata.
Somigliava più a Verona che alle nordiche befane. Eppure, ne era convinto,
era una donna del nord. Aveva lunghi capelli neri che s’innalzavano dalla
nuca, raccolti in una coda di cavallo e scendevano dietro le spalle fino ai
glutei. Aveva occhi azzurri e lineamenti squadrati, ma il suo viso era bello
e fascinoso. Gli occhi denotavano una certa inquietudine, come una specie
d’autoritaria severità. Inoltre non nascondeva affatto la propria combattività,
come invece faceva Verona. La spada che portava in cintura era chiaramente
visibile, e il suo abbigliamento ricordava le guerriere amazzoni di cui gli
uomini raccontavano nella loro mitologia. Gli abiti che indossava non esaltavano
la sua femminilità, tuttavia ella sembrava essere agile e snella e
quel suo celarsi pareva denotare più una certa veemenza e singolarità,
come se la sua indipendenza avesse bisogno di essere raffigurata, al fine
d’intimorire e far sì che l’accortezza nei suoi riguardi fosse obbligatoria
prima di una qualsiasi imprudenza.
Osservò poi Salonicco e Verona, che ancora una volta in disparte tra
loro discutevano con circospezione. Ancora una volta avrebbe voluto sapere
che cosa stessero mai complottando in quei discorsi sospettosi. Non poteva
immaginare che in realtà i due si stavano salutando. Verona, infatti,
era quanto di meglio aveva incontrato fino ad ora in quell’assurdo viaggio
e non aveva valutato nemmeno lontanamente la possibilità di staccarsi
da lei. Sebbene avesse avuto del risentimento, la donna si era rivelata per
lui la persona più saggia tra tutte quelle che aveva conosciuto, e
adesso che la comprendeva, l’apprezzava ancor di più di quando l’aveva
conosciuta. Ma che la donna li avrebbe seguiti fino a Vann non era mai stato
attestato, semplicemente sottinteso.
“Ho strani presentimenti” stava dicendo Salonicco a Verona.
“Ancora non sappiamo abbastanza di questa storia, ma temo che la situazione
sia più preoccupante di quanto i versanv vogliano farci credere”. Osservò
i tre piccoli individui che sembravano ignari d’ogni cosa.
“Io sospetto che neppure loro si rendano conto di ciò che avviene”
disse però Verona. Salonicco approvò annuendo. “Si, ma la tartaruga
nasconde qualcosa, si tratta sicuramente di un messaggero di qualche entità
titiamiana. Questo mondo nasconde molte insidie, ma cosa celi dietro sagome
insolite ancora mi è ignoto. Ad ogni modo dobbiamo essere preparati,
i movimenti di cui si sente dire in giro rendono il tutto ancor più
sospetto. C’è qualcosa di grosso che si muove e non possiamo lasciarci
sorprendere. Alistac potrebbe avere un ruolo rilevante in tutto ciò
e non possiamo certo perdere una simile occasione. Forse potremmo finalmente
emergere ma è necessario saperne di più. D’ora in avanti cercherò
di capire cosa sta realmente accadendo, ma da qui non si torna più
indietro e le insidie potrebbero rendere complicata la nostra situazione.
E’ necessario divederci. Il falco di Delo potrebbe rappresentare un’ottima
risorsa. Tornerai ad Alistac e aspetterai mie notizie, appena avrò
qualcosa di concreto tra le mani farò in modo di comunicartelo”.
“Sii prudente” si preoccupò Verona.
“Non temere per me. Pensa piuttosto alla tua incolumità. Himor è
pericolosa per una donna sola”.
“Non per me” si vantò Verona, e Salonicco sorrise.
“Sì ne sono certo, ma ho visto Oslo aggirarsi nei paraggi e la sua
espressione non sembrava socievole, ad ogni modo ci avvieremo assieme, questo
lo dovrebbe scoraggiare”.
“Sarà solo un suo rischio” manifestò sicurezza Verona. In realtà
però temeva la sete di vendetta del nordico e gia stava allerta.
Giunta l’ora della partenza, Danubio si presentò con la sua compagna.
“Questa è Scozia, mia compagna” disse. Inevitabile fu il sospetto che
ella suscitò negli altri.
“Non si era parlato d’altri aggregati” disse Salonicco.
“Ciò non comporta un aumento di prezzo, ma solo una mia garanzia personale.
Io e Scozia viaggiamo sempre assieme, non per mancanza di fiducia, ma anche
noi abbiamo bisogno di tutele. I nostri viaggi sono sempre pericolosi e se
voi avete i vostri riferimenti noi abbiamo i nostri. Ci guardiamo le spalle
l’un con l’altra e questa è la mia e la sua garanzia, perciò,
se non viene lei potete rinunciare alla vostra guida” sentenziò il
nordico.
A Gilo parve farsi tutto sempre più complicato. Troppe persone cominciavano
ad includersi in una vicenda che sarebbe dovuta restare segreta, e ciò
contribuiva ad aumentarne l’irrequietezza. Avrebbe voluto opporsi all’imposizione
di un soggetto che nemmeno conosceva. Lui però era solo un piccolo
versanv, in balia ormai d’energumeni ai quali non poteva opporre alcun veto,
e dell’autorità che avrebbe dovuto avere in quella missione, pareva
non restare più nulla. Sembrava che gli uomini, e non i versanv, stessero
prendendo in mano la situazione e Gilo continuava a diffidare di quegli esseri
ritenuti inaffidabili e corrotti.
“Così sei tu la guida affidabile che avresti dovuto trovarci” finse
ingenuità.
Danubio si limitò a sorridere. “Niente da obiettare” affermò
allora Salonicco, e il modo in cui lo fece, senza consigliarsi con nessuno,
confermò i timori che il giovane versanv aveva di aver perso oramai
ogni autorità. “Ma sia ben chiaro che ciò non dovrà compromettere
la missione”.
Danubio lo fissò. “Non so nemmeno di che cosa stai parlando, a noi
interessa solo portarvi a destinazione e poi riscuotere” sentenziò.
Il re di Quintò fu avvisato che la compagnia era partita poco dopo
l’alba assieme a due stranieri giunti in città solo da qualche giorno.
Poco dopo una brigata di tre indagatori si avviò sulle loro tracce
in incognito con l’ordine d’informare su quanto il gruppo realizzava. Prima
di loro un altro drappello di persone, capitanate da un prevaricatore sfregiato
di nome Oslo, si era avviata all’inseguimento della stessa.
Erano passati dodici giorni da quando Gilo aveva iniziato il suo viaggio come
accompagnatore di Fadenf. Tutti ormai sospettavano che la piccola bestiola
celasse in sé misteri asettici, ma molte altre cose ignoravano. Essi
non sapevano, infatti, che da qualche tempo una flotta di navi armate di cannoni
spara fuoco condotte da un esercito d’uomini da Retsguki solcava l’oceano
pelagico dirette verso Vann.
Molto tempo prima della caduta d’Iniptu, nella terra mista di Retsguki, di
là del pelagico nel continente Sirrhas, proveniente da Rehm-goat, la
terra dei mille laghi nell’estremo sud, un’oscura figura si aggirava tra le
città degli uomini confinati a Retsguki dopo le seconde grandi guerre.
Era una fisionomia strana, dalle forme umane, ma nascosta in un enorme mantello
nero che lo ricopriva da capo a piedi. Di lui era visibile, solo parzialmente
perché nascosto da un cappuccio nero, il viso. Pareva bruciato, scuro
e rugoso su cui spiccavano labbra di color rosso intenso, ma evidentemente
disidratate. Gli occhi sembravano scomparire dietro ciglia folte e scure che
calavano davanti alle palpebre come i rami di un salice. Giunse ad Erlog,
la città più a sud del continente in un pomeriggio piovoso,
e nulla sembrò destare curiosità in lui. A tutti parve come
un viaggiatore qualunque, com’era abituale veder giungere nelle cittadine
degli uomini. Ben presto però, si sparse la voce di singolari racconti
narrati da uno straniero che non sembrava avere origini. A nord, dove sorgevano
città ben più grandi, queste voci raccontavano di una polvere
esplosiva posseduta dallo sconosciuto, trovata in luoghi dove gli uomini mai
l’avrebbero cercata. Egli parlava di terre umide, tra i laghi e i ghiacci
di Rehm-goat. Raccontava anche di un oscuro signore che ne reclamava il possesso.
Tali voci avevano animato non poco le ambizioni degli uomini di Retsguki,
ancora avviliti dall’esilio, e pieni di risentimento verso i contemporanei
di Rumdok oltre oceano. Gli uomini di Sirrhas, ancora avidi di potere e conquista,
avevano cominciato a progettare congetture ambiziose sulla polvere esplosiva
che significava per loro la possibilità di rientrare in possesso di
una forza bellica che li avrebbe resi invincibili.
Da Reo-pubdo, a Kroduttac, ad Esbubap, le più grandi capitali, fino
a Triziago, la città col grande porto dove ancora dimoravano le possenti
navi belliche, i grandi signori avevano organizzato subito incontri politici
per discutere la possibilità d’intraprendere spedizioni alla ricerca
della polvere esplosiva. Una guarnigione di cavalieri era stata inviata ad
Erlog, e qui avevano incontrato il misterioso viaggiatore. Lo sconosciuto
era stato felice di farsi scortare a Kroduttac, la più grande delle
città di Retsguki, dove aveva incontrato riuniti tutti i signori della
regione. Lo sconosciuto non portava alcun’arma con se, ma una strana sensazione
aveva pervaso gli ospiti del castello di Kroduttac. Era stato subito chiaro
a tutti, ma come se la percezione fosse stata imposta per un qualche sortilegio,
che lo sconosciuto dinanzi a loro non fosse propriamente umano. Se qualcuno
dei presenti avesse cercato di approfondire maggiormente l’origine di tale
sensazione, forse avrebbe cominciato a sospettare che, nella sala spoglia
d’addobbi ma sfarzosa quanto i ricchi castelli di Rumdok, ciò che si
contrattava, era un patto con le forze oscure degli inferi titiamiani. Ancora
non era evidente in quella sagoma la presenza di Murtvan, gli uomini, erano
troppo presi dalle ambizioni per scorgere nell’individuo apparentemente innocuo,
un emissario del signore oscuro degli inferi.
Si faceva chiamare Pam tezui, e il suo messaggio era stato chiaro, tanto che
come sotto l’effetto di un sortilegio ipnotico gli uomini non avevano esitato
ad accettare. Buone del resto erano le prospettive. Agli uomini, sarebbe stato
concesso il dominio del continente Itcart se avessero accettato di combattere
per il suo padrone. Leknan era il nome del padrone, ma egli avrebbe lasciato
loro facoltà di disporre come meglio credevano del continente, esigendo
solo il tributo della sottomissione, riconoscendolo come imperatore del mondo.
Pam tezui avrebbe dato loro la polvere esplosiva e il metallo per costruire
nuove e potenti armi. Assicurò che il suo padrone avrebbe fatto in
modo che l’oceano fosse benevolo nell’attraversamento verso Vann, l’isola
per la quale chiedeva loro di combattere, tutto ciò che gli uomini
dovevano fare, era d’esser pronti nel momento in cui li avrebbe chiamati.
Così nelle valli di Rehm-goat comparvero miniere da cui si ricavava
la polvere esplosiva e ad ovest, nella regione Dikari-co sorsero giacimenti
di ferro, rame, piombo e altri minerali utili all’industria bellica.
Abile era stato Murtvan a sfruttare l’instabilità dell’animo umano
e ad intercettare nel risentimento che ancora covava negli uomini di Sirrhas,
un famigerato alleato, al resto, aveva pensato Leknan.
Le navi belliche di Sirrhas erano gia state fatte preparare ancor prima dell’inizio
del viaggio di Gilo, ed ora che la destinazione era quasi raggiunta, al famigerato
equario non restava che avviare l’ultimo atto del piano per la conquista totale
di Titiam.
Ora che le navi si stavano avvicinando all’isola, era necessario che l’esercito
egelico si allontanasse dalla stessa. Per questo Leknan si stava apprestando
a mandare uno dei suoi eserciti alla conquista delle terre di Rumdok, dove
gli inermi versanv non avevano alcuna possibilità contro i monsidosh,
demoni minori che avviandosi attraverso i cunicoli sotterranei del continente
perduto ben conosciuti da loro, marciavano verso le prolifiche terre della
valle. A Leknan non interessava come essi avrebbero agito, ma sapeva che nella
loro disgustosa ignobiltà avrebbero prodotto distruzione e seminato
panico. I monsidosh non rappresentavano una grande insidia, ma erano molti,
e proprio per la caratteristica inefficacia propendevano ad esagerare nell’azione
distruttiva, cercando più di terrorizzare che altro. Gli egeli non
sarebbero rimasti inermi davanti a ciò, e poiché sapevano di
non poter contare su alcun altro, sarebbero intervenuti per difendere i popoli
inermi e indifesi. Leknan conosceva fin troppo bene la debolezza dell’altruismo
egelico, e sebbene avessero giurato di non voler avere più nulla a
che fare con il resto del continente, non potevano dimenticare che erano quelli
popoli da cui loro stessi avevano avuto discendenza. Ora, non restava che
fare in modo che l’isola venisse a conoscenza di tal evento.
Nella dimora di It-kesd, dove il suo tempio era rapidamente sorto in un’oscurità
sempre più tetra, l’equario senza più luce tramava la conquista
di Vann, poiché in essa era custodita la corona di Emblasb, talismano
che gli avrebbe garantito l’invulnerabilità e la certezza che nessuna
creatura di Titiam potesse minacciarlo. Tale talismano era il sigillo dall’alleanza
tra le divinità, rappresentate dagli equari, ed i popoli maggiori chiamati
a combattere il male. Una corona donata ai re di ogni popolo il cui possesso
raffigurava fedeltà e lealtà verso le divinità stesse.
Esso aveva valore solo simbolico per i popoli, poiché l’insostenibilità
della sua forza non era sopportabile per un mortale che non fosse stato prima
consacrato da un equario. Gli equari stessi del resto, dovevano essere stati
consacrati per poter reggere la corona. Delle quattro corone però,
una per ogni equario, quella di Emblasb era l’unica di cui si avesse ancora
conoscenza, custodita con premura dagli egeli com’era stato loro ordinato.
Il possesso dell’unico talismano oramai, era per Leknan la garanzia del potere
assoluto. Egli sapeva che avendo lasciato i valori imposti da Virsinnia, la
sua trascendenza avrebbe avuto fine se nessun legame l’avesse mantenuto in
contatto con tal essenza. Se ciò si fosse verificato egli sarebbe stato
vulnerabile. Murtvan, non avrebbe potuto garantirgli il grande potere donatogli
da Virsinnia quando da lui, attraverso la mediazione dei cinque re, era stato
ordinato come equario. Egli era la più grande forza del male, nessuno
poteva contrastarlo, ma il suo domino restava nelle tenebre e quanto aveva
in proprio possesso, era donare l’egemonia sul mondo che avrebbe conquistato,
al fine di spargere il caos e l’odio di cui si nutriva. Leknan comprendeva
d’essere solo, ma sapeva anche di doversi affrettare, prima che gli eventi
distruttivi da lui avviati potessero far ridestare gli altri equari dormienti,
nell’attesa di ritornare al proprio paradiso. Essi, comprendendo la minaccia
che egli rappresentava verso la riconciliazione con l’etereo divino, lo avrebbero
contrastato, e trovandolo menomato dalla sua proverbiale forza, certamente
annientato.
Un sorriso perfido si manifestò lievemente sulle sue labbra ormai snervate
dal male, che come un cancro divorava il suo aspetto, tramutandolo in un demone
oscuro e privandolo della bellezza che la forma d’angelo lucente aveva avuto
in passato. Nella dimora che si era costruito non aveva lasciato porre nessuna
superficie riflettente, consapevole dell’orrido aspetto che stava trasformando
la sua essenza.
“Quando avrò la corona sarò nuovamente lo spettro di luce di
un tempo, e tutto sarà ai miei piedi” mormorò. Si diresse quindi
alla finestra che dava sulla scogliera e fissò l’oceano ventoso sfogare
la devastante forza contro gli scogli di It-kesd, mentre il cielo sopra l’isola
vorticava in un turbine di nuvole scure e minacciose.
“Oceani e venti sono stati zittiti” sussurrò “per non portare notizie
alcune dei viaggiatori di Retsguki, ma la terra e il fuoco posseggono ancora
la propria voce. Saranno loro a portare le notizie a Vann. Sveglierò
le ceneri dei vulcani e il fuoco della lava, farò tremare la terra
e la sua voce giungerà fin lassù”.
Alzò le braccia verso il turbinoso cielo e gridò. “Svegliatevi
o forze della terra, ruggite più forte che sia possibile, gridate al
mondo la forza del nuovo padrone”. Poi adagiò lentamente le braccia
lungo i fianchi e infine, come spossato, sussurrò: “E lasciate che
gli eventi, abbiano esito”.
Nella boscosa ed innevata terra di Lesc, un forte boato tuonò e tra
le foreste i tamburi dei Medir cessarono il loro costante tamtam. Da molto
tempo i guerrieri di Lesc erano in tumulto, dopo che uno straniero dalle strane
sembianze, vestito di un nero mantello ed un cappuccio che nascondeva il volto,
aveva recato la voce tra i boschi che presto una grande guerra avrebbe coinvolto
le terre d’Itcart. Riguardevoli benefici n’avrebbero ricavato coloro che si
fossero schierati al fianco del suo padrone. Nella terra di Lesc i Medir,
esseri forti dalla caratteristica pelliccia bianca, da quel giorno avevano
cominciato a far suonare i loro tamburi usandoli per comunicare tra le varie
tribù sparse tra le foreste ed i monti di Lesc. Erano creature dal
fisico possente, simili a grizli bianchi. Essi erano conosciuti dagli uomini
come gli orsi del grande nord. Il loro volto era pronunciato in avanti con
possenti mascelle e dentature da animali cacciatori, anche se i medir, pur
vivendo di selvaggina, non usavano le fauci per cacciare, bensì asce,
lance e pugnali dalle lunghe lame. Particolarmente conosciuti, come miti leggendari,
erano i possenti archi di cui si narrava la proverbiale potenza. Armi che
solo un medir poteva tendere, ma di essi restava solo una narrazione mitologica
che nessuno mai tra i popoli minori aveva avuto occasione di confermare. Conoscevano
l’arte della guerra perché, pur non avendo partecipato a nessuna battaglia
dopo i grandi conflitti, erano rimasti sempre pronti a possibili eventi bellici
e potevano contare su una disciplina militare formidabile.
Addestravano a tale arte ogni generazione, senza far distinzione di sessi.
Inoltre non erano rare le dispute tra le varie tribù. Spesso, i clan
delle diverse regioni di Lesc si fronteggiavano in battaglie per conquistare
il diritto di cacciare su un territorio prolifico. Talvolta si raggiungeva
un accordo pacifico. Altre volte, erano scontri sanguinosi a decidere le sorti
di una tribù.
In quel periodo anche i medir erano chiamati ad una scelta. L’uomo generato
dalla terra, così definivano Pam Tezui dopo averlo visto apparire da
una grotta, aveva chiesto la loro devozione al suo signore: colui che aveva
espugnato It-kesd e nuovo sovrano di Titiam.
L’oscuro emissario aveva affermato che presto ogni essere di Titiam sarebbe
stato sottomesso a lui, ma chi avesse combattuto nel suo esercito sarebbe
stato ricompensato con gloria e potere. I medir però, sebbene l’aspetto
li facesse sembrare rozzi e incivili, conservavano ancora la saggezza e l’intelligenza
del popolo da cui discendevano. Sospettoso era stato per loro l’arrivo dello
sconosciuto uomo della roccia, e nessuna decisione era stata presa. Ira, rabbia
e odio avevano visto apparire sul volto dell’emissario, ed uno specchio di
nefasti tempi futuri era stato per loro quella visione. L’oscuro signore cui
l’emissario si riferiva, sembrava non promettere solarità, ma piuttosto
tenebra e freddo. Maligni parevano i suoi propositi esportati da strani ambasciatori
dall’aspetto gelido e tormentato ed i medir, non apprezzavano l’oscurità.
Eppure, la sicurezza espressa da Pam Tezui non sembrava dare scampo ad un
futuro incerto e la voce dei tamburi, indecifrabile per chiunque non fosse
un medir, esprimeva tutte queste incertezze mentre tra le tribù i vari
messaggi diplomatici richiedevano la necessità di una scelta. Sciagura
e grandi tormenti aveva promesso il misterioso viaggiatore per chi non si
fosse schierato al fianco del suo padrone. Ancora molta indecisione serpeggiava
tuttavia tra i popoli di Lesc. Alcuni rifiutavano il coinvolgimento in una
guerra contro razze diverse, consci di quanto avevano ottenuti degli antichi
scontri. Altri temevano l’ira del signore oscuro gia identificato in Murtvan.
Altri ancora pensavano invece di potergli resistere. La propensione era per
la neutralità, ma mai come in questi tempi i medir erano tornati a
ricordarsi di Tuts, il loro equario protettore, riprendendo a consacrare i
riti veneranti in suo onore. Infine, dopo tanti giorni d’indecisione, la grande
montagna sacra aveva tuonato. Mang-prav, il vulcano, si era svegliato. Per
i medir era la voce di Tuts, ma ben presto il cielo di Lesc era stato oscurato
dalle ceneri e l’ombra scesa sulle foreste, dava più l’impressione
dell’ira di Murtvan. L’unico segno chiaro constava che la guerra era iniziata
e dopo tale manifestazione, anche i medir si preparavano a scendere sul campo
di battaglia. Ora i tamburi chiamavano a raduno il grande esercito, e ogni
tribù preparava le sue truppe al convegno di Relovib. La grande foresta
si espandeva dai piedi del Mang-prav per chilometri, fino alla baia Admotin,
dove i medir si riunivano nei congressi straordinari. Poche volte ciò
era avvenuto dopo le guerre, ma mai un esercito era stato radunato. Pam Tezui,
convinto che infine i medir si sarebbero schierati al suo fianco, aveva riferito
al padrone che tale esercito avrebbe avuto bisogno di parecchi giorni prima
d’essere pronto. Sarebbe stato però, la pedina vincente per l’ultimo
attacco.
(torna all'indice)
Elaga-ram ascoltava in silenziosa meditazione da giorni nella foresta d’alberi
toyol, nell’attesa di una voce che raccontasse qualcosa di ciò che
stava accadendo in Titiam.
Ci fosse del tumulto, era evidente, specie dopo le percezioni di Vozo-fei
e i racconti di Ledmy-hu. Il re degli egeli però, aveva rifiutato d’inviare
agenti nelle terre d’Itcart per scoprire quali nefasti eventi si stessero
manifestando. Egli era ancora deciso ad onorare il giuramento secondo cui
gli egeli non sarebbero mai più intervenuti in nessun conflitto, o
altra realtà oggettiva succedesse in Itcart. Agli anziani saggi dunque,
non restava che la concreta manifestazione di un’esigenza che richiedesse
l’intervento degli egeli. Harim-lot aveva dunque designato Elga-ram ad una
meditazione cognitiva tra i toyol, nella speranza che almeno loro, visto il
silenzio del vento e del mare, potessero annunciare qualche cosa. Era stata
però la terra infine a parlare. Proprio mentre sulle rive del Nadgre
Vozo-fei osservava la nuvola di cenere stagliarsi nel cielo di Lesc, il gran
consiglio si stava riunendo d’emergenza nel palazzo reale. Lì, Satin-bab
da ore stava discutendo con Harim-lot, il gran saggio del consiglio egelico.
Harim-lot aveva esposto ciò che i Toyol avevano udito dalla terra.
La montagna sacra Mang-prav si era risvegliata per chiamare a raduno tutte
le forze di Titiam. Ella annunciava che Iniptu era caduto e It-kesd conquistata.
Un gran flagello si stava abbattendo su Itcart poiché nientemeno che
Leknan, il più forte degli equari, sedotto dalle maligne lusinghe di
Murtvan, guidava la rivolta contro i popoli d’Itcart. Forti eserciti si stavano
riunendo e gia per le vie del continente perduto, tra le viscere della terra,
i malvagi Monsidosh si stavano movendo per raggiungere le vie d’Itcart.
Demoni e mostri infernali stavano oltrepassando i sigilli liberati da Leknan.
Necessario era l’intervento delle forze benigne di Titiam per evitare la totale
sciagura. Terribile era apparso l’appello delle terre di Rumdok. Anche se
ancora non conoscevano il flagello che su loro si stava abbattendo. Titiam
però poteva prevedere il nefasto evento e gli alberi toyol avevano
rivelato al saggio che i malvagi monsidosh stavano per invadere Rumdok, dove
vivevano gli inermi versanv. Al re era parso un chiaro tentativo di costringerli
all’intervento, ma nulla aveva potuto controbattere al vecchio saggio quando
egli aveva chiesto se avesse preferito restarsene inerme davanti alla distruzione.
Solo gli egeli potevano intervenire a favore di Rumdok. Nessun altro lo avrebbe
fatto. Tuttavia il re era stato diffidente e forti dubbi aveva proposto verso
l’esito che pareva scontato, dicendo con ragione, che nulla avrebbero potuto
fare contro la forza di un equario. Nemmeno l’intero esercito degli egeli,
i namem, e qualunque altra creatura avesse voluto farne parte, avrebbe avuto
la forza necessaria a sconfiggere un equario. Anche se loro fossero intervenuti,
la sconfitta era ineluttabile, se non fosse stato per un’informazione che
sembrava essere sfuggita perfino all’equario traditore. Qualche giorno prima
il risveglio del Mang-prav, una compagnia di versanv, accompagnata da alcuni
uomini, era partita dalla città di Quintò. Quale fosse il loro
scopo era ignoto anche alla montagna sacra, ma di certo la terra aveva rivelato
che l’anima di Fadenf, uno dei più potenti Asset, era fuggito all’assedio
d’It-kesd. Ora viaggiava in incognito sotto forma di una qualche creatura,
attraverso le terre d’Itcart, nel tentativo forse, di radunare gli eserciti
e i restanti Asset sfuggiti all’assedio.
“Dervlav era l’Asset più potente, l’unico in grado di combattere contro
un equario. Se lui stesso è caduto sotto i colpi di Leknan, che mai
può fare Fadenf?” aveva obiettato il re.
“Quale sia il suo potere lo ignoro, forse egli non può competere con
l’equario, non direttamente almeno” espose il saggio Harim-lot.
“Che vuoi dire con tali parole vecchio?” si spazientì il re, schiacciato
dalla pressante responsabilità cui era sottoposto.
“Se il monaco sta affrontando un viaggio attraverso le terre d’Itcart forse
conosce il modo per sconfiggere l’equario. E’ probabile che egli stia recandosi
proprio qui per cercare il nostro aiuto”.
“Allora lo aspetteremo” contestò il re.
“Certo mio sire, noi è ciò che dobbiamo fare, ma una strage
compiranno i terribili monsidosh se qualcuno non li contrasterà. Inoltre
è mio parere si debba mandare qualcuno incontro al monaco e proteggerlo
nel suo cammino. Se noi siamo venuti a conoscenza di tale informazione, certamente
anche Leknan presto ne verrà a conoscenza. La terra parla dei cavalieri
alati di Hepail, l'isola dei Niroisi, i cercatori d’anime. Essi sono alla
ricerca, ed è sicuramente Fadenf colui che cercano. Se lo troveranno
prima che egli possa portare a noi i suoi segreti nulla potrà fare
per opporsi ai cavalieri, essi lo ricondurranno sull’isola di It-kesd, perché
questo è l’unico ordine cui rispondono, e lì sarà nelle
mani del nemico”.
“Se non può fare nulla lui, che cosa credi che gli servirà una
nostra scorta?”
“La velocità dei nostri cavalli è ben superiore a quella degli
uomini, per non parlare dei piedi di un versanv, forse non possiamo affrontare
le creature alate, ma possiamo tentare di sfuggirgli”.
“E che cosa ti fa pensare che l’Asset sia in cammino con quella strana compagnia?”
“Proprio il fatto che è una strana compagnia. Fadenf è troppo
saggio per rivolgersi direttamente agli umani, ma i piccoli versanv non sono
buoni viaggiatori, essi hanno bisogno di valide guide e gli uomini sono le
migliori, questo lo dobbiamo ammettere. Se è stato loro promessa una
buona ricompensa essi non avranno certo esitato, e solo la disperazione, quella
evidentemente rivelata da Fadenf, può aver indotto i versanv ad intraprendere
un viaggio così pericoloso. Tuttavia, la piccola compagnia in questo
momento sta correndo rischi ben minori rispetto il loro popolo”.
Harim-lot fece un passo in avanti e la sua espressione parve supplichevole
“i monsidosh non sono avversari difficili, basterà una parte dell’esercito
a sconfiggerli, ma se noi non facciamo nulla li avremmo sulle nostre coscienze”.
“Si tratta di un lungo viaggio e forse è gia troppo tardi”.
“Non lo possiamo sapere, inoltre la via egelica è ancora libera, il
cammino tracciato dai nostri avi durante il loro esodo da Mad hag è
ancora lì ad attenderci. L’esercito attraverserà rapidamente
il continente”.
“Ma se l’esercito dovrà affrontare questa missione non potrà
dedicarsi a Fadenf”.
“Non l’esercito si dovrà occupare di Fadenf. L’amico Ledmy-hu è
qui per assolvere tale compito. Egli è un esperto viaggiatore ed ha
già attraversato il continente per me alla ricerca d’informazioni come
tu sai. Con lui viaggerà Elga-ram ed una piccola scorta se verrà
concessa…”
A quelle parole Vozo-fei fu rapido ad inserirsi nel dibattito “io andrò
con loro, sarò la loro scorta”.
Il suo gesto avventato fece divampare di collera gli occhi del re “siedi al
tuo posto tu” esclamò con severità, e la collera che cercava
di nascondere fu così visibile nei suoi occhi, che Vozo-fei per la
prima volta ebbe paura di suo padre.
“Ma padre…” cercò di ribellarsi.
“Taci stolto” gridò allora il re, e anche Harim-lot a quel punto lo
fissò irato comunicandogli con gli occhi di non provocare oltre la
gia precaria esitazione del re.
“Non ti rendi conto dunque del pericolo incombente? Tu sei l’erede al trono
e ancora non hai procreato. Vorresti dunque infrangere le leggi egeliche?
Che cosa ti fa pensare che ti permetterei una simile azione? Se sei qui oggi
è solo per imparare la diplomazia regale e nulla più”.
Si rivolse poi a Harim-lot “nessun egeli minore dovrà essere coinvolto
in questa faccenda, manderò l’intero esercito a sterminare i maledetti
aggressori, perché sia chiara la forza e la determinazione di chi osa
sfidare un popolo come il nostro. Nessun maledetto monsidosh dovrà
sopravvivere alla nostra furia e ciò dovrà essere di monito
per chiunque pensi di sfidarci. Sarà l’ultima volta che quei dannati
oseranno tanto. Tratterrò poche guarnigioni per sicurezza, in quanto
alla scorta, raduna i tuoi fidati, scegliti alcuni soldati e mandali alla
ricerca del monaco. Ma sappi che ti riterrò responsabile d’ogni conseguenza
negativa questa mia scelta imposta potrà avere sul nostro popolo”.
Harim-lot chinò il capo in segno di devozione. “Sia come tu desideri
mio signore” disse.
Nel giardino reale il saggio si avviò con sguardo cupo e passo veloce,
tanto che il principe Vozo-fei dovette correre per raggiungerlo. Era suo desiderio
convincere il saggio a farlo partire con la scorta.
“Saggio” gridò, ma nulla più poté aggiungere perché
il vecchio bloccatosi all’istante si voltò e con occhi fiammanti lo
sgridò severamente.
“Stupido presuntuoso” gridò, e il principe ebbe timore che il vecchio
potesse usare qualche artificio contro di lui, tanta era la rabbia che esprimeva
il suo viso.
“Dovrei tramutarti in fumo per la tua intemperanza. Hai rischiato di far fallire
le nostre gia precarie possibilità con la tua irruenza. Non capisci
dunque quando è il momento di mettersi in disparte? Tu non sei pronto
ancora per portare la corona, non hai alcuna autorità né tanto
meno sei pronto per l’esercito. Dov’è la tua spada Ipù-tè?”
indicò la fodera ancora assente dell’arma che decretava il passaggio
da egeli minore a maggiore.
“Non ti è ancora stata assegnata dunque, e vorresti dettare ordini?
Un giorno forse lo farai, me lo auguro, ma adesso stai lontano da me e non
intrometterti mai più nelle decisioni del re”. Il saggio si allontanò
imprecando mentre il principe, umiliato, restava in preda alla rabbia.
Più severa ancora era stata la regina Zena-toa, di fronte all’insistenza
del figlio, alla richiesta di farsi consegnare la spada. Ella aveva dapprima
cercato di fargli comprendere quanto indispensabile fosse che lui non restasse
coinvolto in ciò che stava accadendo. Successivamente, dietro l’insistenza
del figlio, con una collera degna di una regina, si era alzata e sfilando
la sua spada dal fodero l’aveva sfidato promettendogli che se l’avesse sconfitta
allora avrebbe avuto la spada. Solo in quel momento Vozo-fei aveva compreso
quanto sciocco era stato il suo comportamento. Caduto in lacrime aveva chiesto
perdono alla madre, ammettendo di non comprendere ciò che gli era accaduto.
Ma se lui era entrato in confusione, la regina, ben conscia di quanto fragile
fosse l’animo di un giovane ardito, aveva avuto terribili sospetti. Harim-lot
infine, convocato dalla regina per avvertirlo dell’accaduto, aveva confermato
le sue preoccupazioni. L’ombra del male si stava diffondendo su Titiam e feroce
era contro chi mostrava lei uno spiraglio. Insidiosa era per chi la lasciava
penetrare nella propria anima e se Vozo-fei n’aveva subito un aggressione,
alla quale era resistito grazie all’ardore della regina, la forza che li minacciava
allora era ben più forte di quanto egli credesse: così si era
espresso interpretando i timori della regina.
Yuvip-oas era stato quindi incaricato di non lasciare mai solo il suo allievo.
Di vegliare su di lui con molta attenzione. Il maestro d’armi, informato dell’accaduto
e allarmato per le sorti del suo apprendista, non aveva esitato a fare ciò
che gli si comandava. “Sarò la sua ombra e guida” aveva giurato alla
regina.
L’esercito egeli aveva atteso il calar di Sirs, e si era avviato all’alba
del giorno successivo verso i cancelli del ponte sullo stretto di Fadgam,
attraverso il quale si sarebbe inoltrato nelle nebbie di Swaz-riek, dominate
dagli spiriti azzurri, flagello di chiunque invadesse il loro territorio con
animi maligni. Ma gli egeli erano di animo nobile e mai gli spiriti azzurri
avevano osato intralciarli, inoltre, il giorno prima la compagnia di Elga-ram,
composta dell’esperto viaggiatore Ledmy-hu e quattro soldati, il capitano
Art-noch, l’arciere Larno-daf, la veloce e agile Pabin-indy e Alorb-feb, aveva
oltrepassato il ponte e tra le nebbie. Pur sentendo gli occhi degli spiriti
su di loro, erano passati senza difficoltà.
Una lunga schiera di fieri cavalli e superbi cavalieri attraversò il
ponte egelico e subito le nebbie dello swaz-riek inghiottirono le loro sagome.
A chi li osservava dalle alte torrette sul ponte, sembrò proprio che
la nebbia li divorasse come un serpente ingoiato da un predatore più
grande. Alla testa della colonna di soldati, cavalcava Tohem-fed, valoroso
generale e amico fidato di Harim-lot. Il saggio lo aveva posto personalmente
al comando dell’esercito, non tanto per le sue notevoli qualità di
guerriero, ma sopratutto come sicuro ricognitore. Egli aveva istruito bene
il generale sul come prestare attenzione a tutto ciò che avrebbe visto
nel suo viaggio. I monsidosh erano una piccola insidia per i valorosi egeli,
ma molto più pericolosi si rivelavano altri eventi recenti. Harim-lot
ancora non comprendeva cosa succedeva, quindi ogni informazione sarebbe stata
utile.
La via egelica prevedeva l’attraversamento della valle nebbiosa fin sulla
costa est del continente. Da qui avrebbero raggirato le insidiose paludi Yobab
e proseguito attraverso le foreste pluviali, fino a raggiungere le montagne
del Doinfat, la catena che segnava il confine tra la terra di Kmo Krom e Mad
haug. Quindi, attraversando le gole del canyon Mitperc, sarebbero infine giunti
a Rumdok. La via, era ben conosciuta agli egeli. Tramandata alle generazioni
dai racconti delle antiche gesta degli eserciti passati. Contando sulla velocità
dei loro cavalli, il tempo previsto per l’arrivo nella regione da liberare
era di dieci giorni circa.
Appena però l’intero esercito formato da più di diecimila egeli
fu inghiottito dalla nebbia, le insidie dei famigerati Pargaf, conosciuti
come gli spiriti azzurri, si posero alle sensazioni dei sensibili soldati.
Gli egeli erano un popolo di guerrieri formidabili. Senza dubbio, riconosciuti
da tutti come l’esercito più pericoloso, grazie alle particolari doti
sensitive. Eppure loro stessi ammettevano di temere i Pargaf. Seppure mai
avessero affrontato tale insidia, essi sapevano che gli spiriti azzurri sarebbero
stati in grado di annientarli. Gli egeli, infatti, potevano percepirli, ma
non riuscivano ad individuarli. Per questo, pur essendo essi creature materiali,
erano conosciuti come spiriti. I pargaf erano invisibili nel loro elemento
naturale: la nebbia. Si trattava di animali dall’intelligenza invidiabile.
Giganteschi felini simili a tigri, ma il loro manto color grigio e azzurro
li rendeva nebbia agli occhi di qualunque essere, anche a quelli di un egeli.
Se gli spiriti intendevano colpire, non vi era nessuna possibilità
di sfuggire al loro assalto. Essi si rivelavano allo sguardo del nemico solo
quando lo stesso aveva gia incontrato l’ombra della morte, prima che gli occhi
dello spirito. Fu così che Tohem-fed, dopo aver percepito a lungo l’ombra
di uno spirito al suo fianco, venne assalito e disarcionato dal proprio cavallo
bianco. L’animale rimase immobilizzato, percependo lui stesso come il suo
cavaliere, la presenza degli spiriti attorno a se. L’intera colonna s’immobilizzò
e subito i diecimila soldati ebbero cognizione di quanto accadeva. Ora tutti
loro erano in balia degli spiriti, consapevoli che pur essendo in numero superiore
e ben armati, nulla avrebbero potuto fare contro i Pargaf se essi non li avessero
voluti lasciar passare. Ma l’aggressione al generale si era conclusa col soldato
fermo immobile a tentare di individuare lo spirito, e quando gli occhi di
questi si manifestarono di fronte a lui egli comprese che non vi era nello
spirito il desiderio di aggredire. Sembrava piuttosto che il Pargaf volesse
parlare. Ma il capitano dell’esercito non comprendeva il linguaggio degli
spiriti, solo un anziano saggio era in grado di farlo. Egli allora si alzò
in piedi lentamente e fissò i due occhi, unici elementi visibili della
creatura che parevano fluttuare nella nebbia.
“Sento che è tuo desiderio parlare” disse il generale sapendo bene
che lo spirito, al contrario di lui, comprendeva perfettamente le sue parole.
Un potente ruggito allora si sentì nel vuoto della valle, e quasi parve
di poterlo vedere trafiggere la fitta nebbia. Tohem-fed rimase immobile senza
mostrare alcun timore dello spettro nel quale riconosceva una regalità
imponente. Egli doveva essere un capo, se non il re degli spiriti, e fu orgoglio
quello che il generale provò nel trovarsi di fronte ad una simile presenza.
“Non è in mio potere riuscire a comprenderti, ma voglio informarti
che è necessario ci lasciate passare. Un pericolo incombe su popoli
deboli, ed è verso di loro che siamo diretti” cercò di spiegare
il generale, convinto che lo spirito fosse stato offeso dall’affronto che
l’esercito aveva fatto nel pretendere di invadere le loro terre. Di nuovo
però un potente ruggito evocò lo spirito, e questa volta la
voce dello spettro parve veramente attraversare la nebbia. Allora il generale
comprese che a nulla sarebbe servito tentare di illustrare. Qualcosa gli diceva
che lo spettro non intendeva discutere del consenso che loro potevano dare
o no alle truppe.
“Ho bisogno che tu mi lasci mandare a chiamare Harim-lot, lui può comprendere
la tua voce”.
Ci fu silenzio, o almeno così parve ai soldati che ostaggi degli spiriti
azzurri, temevano gia la loro missione stesse per finire. Erano pronti a combattere
se il loro generale l’avesse comandato, pur consci che quella era forse l’unica
battaglia con esito negativo gia scontato per loro. Poi videro il generale
incamminarsi tra le truppe e molti pensarono che presto avrebbero ricevuto
l’ordine di ritirata, invece ciò che il generale ordinò, fu
che un emissario galoppasse veloce indietro all’isola.
Harim-lot venne accompagnato dal veloce incaricato, ma egli poté raggiungere
l’esercito tenuto in ostaggio solo il giorno successivo, per sviare le attenzioni
dei sovrani che egli non voleva insospettire. Nessun altro era stato avvertito
dell’arresto dell’esercito oltre lui. Ci fu una discussione tra il saggio
ed il generale, mentre le truppe restavano ancora sotto la vigilanza degli
spiriti e la tensione cominciava a salire. Poi i due si avviarono e il generale
tornò nel punto in cui era stato disarcionato. Il suo cavallo era ancora
lì ad attenderlo, ma differentemente dai soldati pareva tranquillo.
Gli occhi del Pargaf apparvero fluttuanti nella nebbia all’improvviso, ma
né il generale né il saggio n’ebbero timore.
“Salute Sagfabì, principi dei Pargaf” lo salutò Harim-lot. Uno
strano suono rispose al saluto, ma la voce dello spirito non appariva più
minacciosa come prima, piuttosto pacifica e tranquilla in quelle che sembravano
fusa di gatto.
“Non siamo venuti ad invadervi amico mio” proseguì il saggio. “Il nostro
è un animo nobile e non siamo ostili nei vostri confronti. La tua sensibilità
dovrebbe comprenderlo, perché allora ci blocchi il cammino?” domandò
preoccupato il vecchio.
Le fusa ripresero e a tutti era ormai chiaro che lo spirito stava discutendo
col saggio.
“Apprezzo la tua cortesia e ti ringrazio per aver consentito ai miei esploratori
di attraversare la valle” disse il saggio, riferendosi agli emissari partiti
il giorno prima, di cui lo spirito aveva riferito.
“Ma anche questo esercito ha una missione da compiere, molte vite periranno
se non ci lasci andare”.
Le fusa dello spirito si fecero più intense ed inquiete.
“Capisco” disse il saggio “ma se non è tua intenzione fermarci, perché
allora ci ostacoli?”
La conversazione riprese e si prolungò tra le parole del vecchio e
le fusa dello spirito. Il pargaf aveva fatto notare che gli spiriti avevano
udito la voce della terra, così come l’avevano sentita gli egeli. Loro
però non udivano più quella del vento e del mare, ed Harim-lot
aveva confermato che anche per gli egeli era così. Lo spirito allora
dimostrò al vecchio tutta la sua saggezza.
“Lo so” disse ad un certo punto Harim-lot. “Hai ragione, ciò che la
terra dice non è completo, essa non sa che cosa succede nel mare e
nel vento, ma le loro voci tacciono e solo la terra ci porta notizie concrete.
Sono notizie di tragedie incombenti che noi non possiamo ignorare”. Ancora
si udirono le fusa, e poi la voce del saggio.
“Non è prudente avviarsi senza conoscere il parere del vento e del
mare, senza sapere cosa accade tra l’acqua e l’aria, lo so, ma cos’altro possiamo
fare? Crediamo che non vi siano minacce provenienti dal mare, la nostra isola
è ben protetta e dal cielo possono arrivare solo le aquile. Ora, abbiamo
solo una scelta” enfatizzò il saggio. Il discorso con lo spirito si
prolungò ancora, poi Harim-lot tornò dal generale.
“Sagfabì ci mette in guardia dall’avviarci senza conoscere la voce
del mare e del vento. Egli ha ragione nel dire che la terra non conosce ciò
che avviene nel mare, così come il mare non sa cosa avviene nella terra,
solo il vento potrebbe comprendere entrambi, quindi lui teme possano esserci
dei rischi. Egli voleva solo conoscere le nostre intenzioni, e metterci in
guardia. Secondo lui non è prudente che l’intero esercito parta, e
ci offre di ospitare una parte delle truppe” disse Harim-lot.
Tohem-fed rifletté.
“Come possono rimanere dei soldati tra loro senza subire le insidie di questo
luogo? Tutti i nostri sensi sono limitati qui dentro e tu sai che un egeli
non può restare ristretto nelle sue facoltà a lungo, la pazzia
lo coglierebbe prima o poi”.
“Infatti” rispose il saggio. “Ho spiegato a Sagfabì che sarebbe impossibile
per noi vivere a lungo in questo luogo. Egli allora ci lascerà passare,
ma avverte che non potrà fare nulla se l’isola dovesse subire attacchi,
poiché come noi non possiamo vivere qui dentro, loro non possono farlo
al di fuori delle nebbie”.
“Lui teme dunque ci sia la possibilità d’essere attaccati?”
“Ritiene sia una possibilità, ma le vie del mare non sono mai state
affrontate da alcunché al di fuori degli uomini, essi però non
rappresentano una minaccia per noi, inoltre sono troppo impegnati nella disputa
tra loro stessi per le città”.
“Potremmo comunque far rientrare una parte delle truppe”.
“Se il re cominciasse a temere un aggressione annullerebbe la missione. Vi
farebbe rientrare tutti e sarebbe la fine per le terre di Rumdok, no Tohem,
voi dovete andare. Qualunque attacco possa provenire dal mare non può
essere molto insidioso e le poche guarnigioni rimaste saranno sufficienti.
Ad ogni modo Sagfabì ci darà protezione nel caso fossimo costretti
a fuggire, nessun luogo è più sicuro, se dovesse accadere il
peggio, attenderemo il vostro ritorno tra le nebbie dello Swaz-riek”. Harim
si voltò a cercare il pargaf nascosto tra le nebbie.
“Sagfabì ci chiede di sostare un'altra notte e riflettere. Non è
consigliabile offendere tale ospitalità, partirete domani, non possiamo
fare di più” spiegò.
Fu così che l’esercito egelico si avviò tra le nebbie dello
Swaz-riek, impiegò due giorni ad attraversare la valle, quindi avanzò
verso Rumdok.
Harim-lot
rientrò sull’isola e si fermò nella cattedrale Hydon a pregare
Emblasb di proteggere le missioni egeliche e l’isola di Vann. Poi osservò
oltre la navata, la porta segreta che conduceva alla cripta dov’era segretamente
nascosto il trono di Ydasc-rov, e una strana sensazione lo colse, come il
richiamo verso qualcosa che da troppo tempo pareva dimenticato. A lungo il
saggio restò a fissare la cripta verso la quale da tempo non si dirigeva
più, ma ancora si rifiutò di visitare la stanza del re, sentendo
che ormai nemmeno lui aveva più la facoltà di profanarla. Del
vecchio re, dai poteri consacrati degli equari, colui che aveva condotto il
suo popolo all’esilio, non restava ormai che un lontano e flebile ricordo,
che solo le memorie degli antichi saggi scritte nei libri sacri potevano ancora
raccontare. Harim-lot avrebbe voluto poter assistere alle gesta degli antichi
eroici imperatori, essere uno di quei saggi che avevano avuto l’onore di scrivere
e raccontare tali gesta. Gli eventi però, erano stati contrari a queste
esigenze, e lo avevano condotto in un tempo, dove le forze con cui contrastare
i nemici erano ridotte. Il potere degli equari stava svanendo, nel rilassamento
e nell’agio cui i popoli moderni cominciavano ad abituarsi. Il suo timore
quindi adesso, era che se il nemico beneficiava ancora degli antichi poteri,
ben poche speranze restavano a Titiam. Se era veramente un equario a guidare
le truppe di Murtvan in rivolta, temeva il saggio, che a nulla sarebbero serviti
gli sforzi di tutte le comunità. A meno che non vi fosse stato l’intervento
di un miracolo che solo un altro equario poteva permettersi.
(torna
all'indice)
Era il ventiquattresimo giorno del mese primaverile Ipraù, quando la
compagnia della tartaruga partiva da Quintò diretta verso le rive del
fiume Iukvet, affluente del Timraghef, e ancora Gilo non sapeva che da lì
avrebbero proseguito senza Verona.
Ipraù, era il mese in cui la primavera scoppiava in tutta la sua magnificenza
ed i prati dell’altopiano Sicbab brulicavano di spettacolari fiori. Distese
di viole e aubrezie si manifestavano alla vista dei viaggiatori. Papaveri
blu, petunie, piante alte più di un metro di digitale purpurea, fiori
d’agapanto, gerani e altre varietà rendevano le valli simili ad incredibili
arlecchini, affascinanti nei mille sgargianti colori. Spettacolari piante
d’agave si mescolavano ai prati colorati. Cespugli di asplenio e alte gunnere
dalle foglie larghe rendevano addirittura il paesaggio montano quasi esotico,
e gran fascino alimentava tutto ciò nei piccoli e ignoranti di tanta
meraviglia versanv.
“Non immaginavo che ci fosse un tale incanto in Titiam” dichiarò estasiata
Flida, cominciando a dimenticare la scontrosità del suo carattere adolescenziale.
Verona ascoltò le sue parole e quasi si commosse.
“Sarebbe veramente un peccato se tutto questo dovesse scomparire” disse. Nel
cuore di Flida sembrò battere un impulso di orgoglio misto a rabbia
e il suo sguardo si fece severo e triste nello stesso tempo.
“Noi non lo permetteremo” dichiarò stringendo i pugni, e Verona poté
percepire una notevole forza in lei. Guardò più avanti dove
assieme al nuovo giunto Danubio trottava l’amico Gilo, e pensò che
era fortunato ad avere lei, Flida, come compagna.
Il cammino fu lento ma il fiume Iukvet non distava molto da Quintò
e vi giunsero prima di mezzogiorno. Si fermarono in una locanda dove ristorarono,
poi, al momento della partenza, Gilo osservò Verona e Salonicco discutere
ancora tra loro. Notò allora qualcosa di strano. Il cavallo di Verona
sembrava disadorno delle poche vettovaglie che ogni quadrupede portava seco,
allora gli sorse il dubbio, e quando vide Verona montare a cavallo, intuendo
che li stava per lasciare, corse quasi piangendo verso di lei.
“Aspetta” gridò. I due uomini si voltarono osservandolo correre.
“Dove stai andando” domandò con sguardo stravolto dalla disperazione.
“Non posso proseguire con voi Gilo” spiegò la donna sconsolatamente.
“Ho molte altre cose da fare ad Alistac”.
“Ma non puoi lasciarci adesso, questa compagnia è ormai affiatata e
ci sono molte cose ancora da vedere a da affrontare insieme”. Ora il giovane
versanv faceva fatica a dominare le lacrime. Verona allora scese da cavallo
e prese il piccolo Gilo per mano. Salonicco gli lasciò del tempo, anche
se sapeva che ormai ogni minuto era prezioso, e permise che i due si avviassero
sulle rive del fiume.
“Devi comprendere Gilo, che le cose nella vita non vanno sempre come si vorrebbe.
A volte succedono cose buone, altre volte no, ma tutto è utile se sai
coglierne l’insegnamento. Non devi temere che questo sia un addio, noi ci
rivedremo ancora, ma tu hai un compito diverso dal mio. Se in Titiam sta veramente
accadendo qualcosa di terribile e noi stiamo cercando di impedirlo, vuol dire
che anche Alistac e tutta la sua gente sarà coinvolta. Il mio compito
ora è quello di stare con loro per essere pronti al peggio capisci?
Alistac è la mia terra. Laggiù c’è la mia gente e sarebbe
da egoisti pensare solo a noi stessi. Io mi auguro che non ce ne sia bisogno
e che un giorno ci ritroveremo tutti assieme, ma se dovesse accadere qualcosa
che impedisca il compimento di una missione, allora altri dovranno essere
pronti a cominciarne un'altra, lo capisci?”
Glio lasciò scendere una lacrima, e subito si asciugò gli occhi
con il palmo della mano. Annuì col capo, ma dentro di se percepiva
una struggente sensazione. Voleva credere intensamente alle parole di Verona
e convincersi che tra loro non fosse veramente un addio, ma qualcosa, una
sensazione di cui non comprendeva le origini, gli procurava il presentimento
che non l’avrebbe più rivista.
Verona osservò commossa il piccolo eroe che piangeva.
“Ti voglio bene piccolo Gilo” disse con un sorriso. “Adesso però hai
qualcun altro cui dare il tuo affetto” lo redarguì. Il versanv la fissò
negli occhi e pensando che la donna si riferisse alla nuova compagna del gruppo
fece una smorfia disapprovante.
“Non mi piace quella Scozia” ammise. Verona sorrise di nuovo.
“Non parlavo di lei” lo redarguì ancora “mi riferivo a Flida” svelò.
Gilo allora sorrise ironicamente “oh, per Flida io sono solo un povero idiota.
Tutti a Esdre mi considerano una nullità, lei è qui solo a causa
della sua innata curiosità e cocciutaggine” rivelò, e queste
parole fecero male a Verona.
“Questo perché nessuno ancora aveva compreso la meraviglia di Titiam,
come invece tu hai fatto da qualche tempo, e forse è proprio per questo
che Fadenf ha scelto te come accompagnatore. Ma adesso, dinanzi all’incanto,
anche Flida comincia a provare le tue stesse emozioni. Il suo animo si sta
svegliando e sono certa che adesso ti guarda con occhi diversi. Lei è
molto bella, è in armonia con Titiam, e tu devi aiutarla a scoprire
la sua vera essenza. Guardala”. Lo invitò a voltarsi. Da lontano osservò
Flida conquistata dal giardino fiorito. Qualcosa in lei le sembrava diverso.
Aveva occhi lucidi e una piccola scintilla di luce sembrava animarli di una
nuova sensibilità crescente. Gilo sentì dentro a se rianimarsi
il vigore che qualche tempo prima gli aveva fatto credere che, se Flida avesse
potuto cambiare il suo carattere, lui avrebbe potuto anche amarla. Si rendeva
conto che quell’amore era gia in se da qualche tempo, e una lieve speranza
animò il proprio cuore.
Si ricordò poi di Verona. “Qui nessuno sa esprime parole sagge come
le tue, chi m’istruirà ora in questo campo?” si preoccupò. Verona
osservò istintivamente il vecchio Delo, ma Gilo la precedette.
“Mio nonno è saggio, ma lui non conosce nulla al di fuori di Esdre
e tutto ciò che sa io gia lo ho imparato” e mentre il suo viso tornava
a rattristarsi, quello di Verona riprendeva la sua vitalità sorridente.
“Tu ti sei troppo affezionato a me, ma dimentichi Salonicco. Diventa suo amico
come lo sei stato di me, e ascolta le sue parole, anche se a volte ti sembrerà
troppo severo, lui, sa essere un grande maestro”.
Rimasero ancora per qualche tempo a discutere sulle rive del fiume, poi, senza
che nessuno li andasse a disturbare, si avviarono entrambi verso i cavalli.
Salonicco fece un gesto agli altri e la compagnia si preparò. Verona
salutò tutti, e per prima si avviò sulla via del ritorno. Gilo
sedeva sul cavallo con Danubio e il mercenario, come se avesse compreso quanto
era difficile per lui separarsi dalla graziosa femmina, s’intrattenne più
degli altri ad osservare la sua partenza. Solo quando la sagoma divenne un
invisibile puntino strigliò il cavallo e si aggregò alla compagnia.
“È sempre doloroso lasciare qualcuno cui si vuole bene ragazzo” commentò
con la sua voce roca. “Sono momenti come questi però che contribuiscono
a formare il carattere, da come si affrontano si capisce quanta forza ci sia
in noi, e tu, mio piccolo amico, ne stai dimostrando parecchia”. L’uomo non
aggiunse altro e subito dopo parve rintanarsi in una specie di rifugio nel
quale pareva voler nascondere le sue emozioni. Gilo non rispose ma l’atteggiamento
del mercenario gli parve quello di una persona dalla sensibilità innata,
e tutto ciò che l’uomo faceva apparire, non gli sembrava altro che
una maschera, dietro la quale cercava disperatamente di rintanarsi. Non volle
approfondire, ma gli sembrava che Danubio fosse un uomo che aveva sofferto
molto e in lui gli parve di scoprire un amico fidato.
Il cammino di Verona seguiva la corrente del fiume Iukvet, che raggirava la
foresta Querli e giungeva alla confluenza dove esso si gettava nel Timraghef,
da lì avrebbe proseguito fino al guado di Sito per avviarsi verso l’amata
Alistac. Tra le colline dell’altopiano però, dove molti erano i possibili
nascondigli, Verona si sentiva minacciata e più spesso si era guardata
le spalle, percependo la presenza di qualcosa che nella sua mente prendeva
la forma di ombre. Galoppava da circa due ore e nell’ultima aveva spinto il
cavallo a velocizzare il passo, ma le ombre sembravano farsi più insidiose
e ora le percepiva intensamente. Fu quando si voltò, oltre la radura
che lasciava dietro pochi spazi per nascondersi, che vide le sagome di un
gruppo d’uomini imponenti, vestiti di scuro con sguardi minacciosi. Dinanzi
a loro era ben distinguibile la sagoma di Oslo. L’umiliato bandito di Quintò
li aveva seguiti ed era con lei che gliel’aveva. Verona valutò la situazione.
Inizialmente ne vide quattro assieme a lui. Pensò che avrebbe anche
potuto sconfiggerli, ma poi, da dietro l’orizzonte, apparvero altri cavalieri.
Ne contò fino a venti prima di capire che non poteva affrontarli. Il
bandito sembrava essersi portato dietro un esercito. Non rimase a contare
tutti i cinquantadue uomini che stavano con Oslo prima di capire che l’unica
cosa da fare era fuggire.
Strigliò il suo cavallo e lo lanciò al galoppo, sperando che
il poveretto non la tradisse per la stanchezza. Dietro di lei, a poco più
di duecento metri di distanza, si udì il rombo della truppa lanciata
all’inseguimento. Non ebbe bisogno di voltarsi per comprendere che l’orda
era partita. Galoppò nel vento pregando il povero cavallo di resistere,
ma il guado di Sito era troppo lontano e le forze della bestia gia provate.
Il rombo degli inseguitori si faceva sempre più intenso rendendole
comprensibile che si avvicinavano con troppa facilità. Sentiva le speranze
vanificarsi, capendo che non avrebbe raggiunto il guado e i maledetti non
la seguivano certo per farle i complimenti. Sentiva gia la paura avvolgerla
perché le intenzioni dei vandali erano ben chiare nella sua mente.
Poi, davanti a se, vide stagliarsi le sagome dei giganteschi salici di Querli.
Raggiungerli avrebbe significato trovare nascondiglio, e sfuggire forse alla
violenza dei barbari. Querli non era sicuramente la soluzione più indicata,
nell’oscurità delle sue piante erano tante le insidie che si nascondevano.
Molti la consideravano una foresta vivente, ma tra la probabile insidia degli
alberi di Querli e le grinfie di Oslo Verona preferì i rischi di Querli.
Scansò d’improvviso come una gazzella seguita da un ghepardo e con
meraviglia degli inseguitori si diresse verso la foresta. Oslo gridò,
e il galoppo dei cavalli si fece più feroce. Voleva raggiungerla prima
che potesse infilarsi nella foresta, ma era comunque evidente che non avrebbe
rinunciato a seguirla anche la dentro. Fu così che andò a finire.
I cavalli degli inseguitori erano a meno di cinquanta metri da lei, quando
finalmente la foresta l’accolse tra le sue insidie. A Verona sembrò
quasi di penetrare tra le spire di un terrificante anaconda.
Il giorno sembrò improvvisamente esaurirsi tra la penombra della foresta.
Presto ella si trovò avvolta da una semioscurità quasi notturna.
Erano immensi gli alberi che la circondavano e dal terreno sbucavano radici
che a volte sembravano tronchi caduti. I rami pendenti dei grandi salici le
sfioravano il viso, e tutto intorno le pareva di scorgere sguardi furtivi
mentre cercava di far passare il suo cavallo attraverso gli ostacoli proposti
dalla foresta. Un forte timore l’avvolse mentre sentiva i cacciatori insistere
nell’inseguimento, e percependo altre presenze intorno a se, temette di aver
peggiorato la situazione. Restò del parere che avrebbe preferito cadere
nelle mani di qualche creatura animata della foresta, piuttosto che dare soddisfazione
al maledetto bandito. Tuttavia la foresta non sembrava darle conforto, e sebbene
l’oscurità la proteggesse dagli sguardi del nemico, sentiva che il
suo cammino era troppo lento. Gli ostacoli sembravano eccessivi per il cavallo,
e fu difficile per lei prendere una decisione: lasciarlo significava dichiararsi
prigioniera della foresta, ma restare con lui poteva voler dire farsi raggiungere.
Allora scese dalla bestia e lo lasciò andare, pensando che così
facendo si sarebbe almeno liberata dai predatori che avrebbero continuato
a seguire le sue tracce. Il cavallo nitrì e lentamente si allontanò,
tentando di districarsi tra i grovigli e le insidie forestali. Verona attese
un istante e sensibilizzando i suoi sensi ascoltò attentamente. Distingueva
bene le voci degli inseguitori che imprecavano, la chiamavano ironicamente
e aggiungevano varie definizioni di ciò che le avrebbero fatto una
volta raggiunta. Un brivido la colse perché sentiva che erano più
vicini di quanto credesse, e sicuramente non tutti si sarebbero fatti ingannare
dall’abbandono del cavallo. Allora girò su se stessa e cominciò
a correre più veloce che poteva, agitando le braccia davanti a se per
spostare i rami pendenti che le ostruivano il passaggio, saltando le radici
che le ostacolavano il sentiero. Così facendo però provocava
rumore e ben presto si accorse d’essere stata sentita. Percepiva il suono
dei passi dietro di lei, veloci e vicini. La paura di non riuscire a fuggire
nemmeno lì nella foresta, si stava concretando in lei. Corse, inoltrandosi
sempre più nella selva, finché inciampò e cadde. Ruzzolò
e si lacerò fronte e spalle, ma non ebbe tempo d’imprecare. Si rialzò
e riprese a correre più veloce perché sentiva le voci sempre
più vicine e quel ruzzolone le aveva fatto perdere terreno. Poi cominciò
a sentire il sibilo delle frecce ed imprecò. Quei maledetti, pensava,
non la vedevano ma la sentivano e sembravano disposti a tutto pur di prenderla.
Così scaricavano le loro frecce all’impazzata convinti di poterla colpire.
Ella sentiva, infatti, il sibilo delle frecce, e sembravano incredibilmente
tante. Sperò d’essere trafitta a morte piuttosto che cadere viva nelle
mani dei banditi. Poi cominciò a sentire degli urli di dolore, ed immaginò
che i disperati banditi nel tentativo di colpire lei lanciando frecce senza
cognizione, avevano finito per colpirsi tra di loro. C’era del tragico e dell’ironico
allo stesso tempo in tutta quella faccenda, ma ben presto Verona non ebbe
più tempo né per pensare al tragico né all’ironico. Dietro
di lei, sentiva passi veloci, ed erano terribilmente attigui, così
vicini, che lei stessa si stupì della velocità con cui l’avevano
raggiunta tra tutti quegli ostacoli. Maledì la caduta che aveva fatto
e subito cominciò a disperare. Ora percepiva presenze a destra e sinistra,
comprendendo d’essere circondata. Poi, con sorpresa terrificante, sentì
rumori provenienti anche dall’alto. Alzò gli occhi e vide delle ombre
saltare come scimmie da un ramo all’altro sugli alberi. Solo allora si rese
conto di non sentire più il sibilo delle frecce.
Valutò fosse perché oramai, avendola raggiunta e consapevoli
di poterla imprigionare, non avevano più intenzione di ucciderla, non
per il momento almeno. Disperata allora si fermò, e consapevole di
non aver più scampo decise di affrontarli. Almeno avrebbe avuto la
soddisfazione di far pentire qualcuno di loro per averla seguita. Ansimando
gridò, pose poi la mano sull’elsa della spada per sguainarla, ma non
n’ebbe il tempo. Una presa forte come l’acciaio le afferrò il polso,
e si sentì alzare il braccio come se fosse di carta. Ciò le
fece pensare che non ricordava una simile forza nel bandito di Quintò.
Meraviglia e paura si mischiarono in lei mentre cercava di difendersi. Tentò
di liberarsi dalla presa strattonando, ma tutto ciò che ottenne fu
di farsi abbattere al suolo col viso tra la melma delle foglie marce. Ansimò,
e disperata si arrese all’umiliazione per quanto stava per subire, riuscendo
a stento ad impedirsi di piangere. Digrignò i denti in un ringhio rabbioso
quando si voltò per sfidare con lo sguardo il suo aggressore, sperando
forse di riuscire ad indurlo in un combattimento leale, come gia era successo.
Sapeva però che questa volta il bandito non avrebbe accettato. Quando
però poté ammirare la sagoma del suo vincitore, gli sembrò
che quanto aveva di fronte non rassomigliasse per niente al bandito di Quintò.
L’ombra di fronte a lei era maestosa, alta quasi due metri e possente. Il
suo fisico non sembrava trascurato come quello che aveva visto nella locanda,
bensì forte e definito, perfino bello in quella siluette che era tutto
ciò che riusciva a distinguere. Non gli sembrava che quello potesse
essere Oslo. Poi osservò le mani dell’ombra e vide che stringeva un
oggetto umido e rotondo. Cercò di mettere a fuoco provando ribrezzo
e, come se l’ombra avesse intuito che stava cercando di capire cosa fosse,
con un urlo agghiacciante levò in alto il trofeo: allora Verona comprese
che Oslo non avrebbe mai più potuto darle fastidio. Dalle mani dell’ombra
pendeva, infatti, la testa decapitata del bandito, con gli occhi ancora sbarrati
nell’espressione terrificante che dava l’impressione del terrore provato negli
ultimi istanti di vita. Osservò i rivoli di sangue ancora gocciolanti
dalle arterie recise ed inorridì, quindi sentì il cerchio di
creature chiudersi su di lei, mentre la forte presa d’acciaio tornò
a stringersi. Questa volta l’ombra le cinse la vita. Come se ciò che
prendeva fosse un coniglio o un micio, la alzò da terra con una leggerezza
incredibile e caricatosela sull’avambraccio sotto il possente bicipite, seguito
dai suoi simili, schizzò via tra gli alberi della foresta.
Dopo essersi separati da Verona, Gilo e gli altri oltrepassarono lo Iukvet
che si districava lungo l’altopiano, alternandosi a tratti più larghi
ad altri più stretti. Le sue correnti erano notevolmente più
calme di quelle del Timraghef, inoltre mai si perdeva di vista la riva opposta.
Nei punti più stretti sorgevano molti ponti che avevano reso semplice
il passaggio. A Gilo sembrò strano che quel fiume fosse meno imponente
del Timraghef, sapeva, infatti, che lo Iukvet prendeva origine dal massiccio
Rinory, che era uno dei più grandi ghiacciai della catena montuosa
dell’ugmu-an, ma le stranezze di Titiam ormai non lo impressionavano più
di tanto, per il momento almeno, e in ogni modo la sua mente era distratta
dal pensiero di Verona. Si chiedeva ogni tanto come stesse procedendo il suo
viaggio verso casa e un po’ la invidiava. Non poteva immaginare il pericolo
in cui si era imbattuta e di lei preferiva solo ricordare il sorriso, mentre
la sensazione che mai più l’avrebbe rivista permaneva in lui.
La compagnia si diresse verso il monte Irsoid per raggirarlo e trovarsi quindi
nella terra di Tho-twan, cioè la regione centrale, quella delle grandi
montagne, conosciuta come la più insidiosa di tutte. Patria dei Tubkor,
chiamati dagli uomini gli abominevoli gorilla di montagna. Il loro programma,
vista la fretta incombente, sebbene più rischioso, era proprio quello
di attraversare la valle di mezzo cercando di evitare i grandi valichi che
li avrebbero rallentati, finché non fossero giunti alla catena montuosa
Doinfat che non avrebbero potuto evitare se volevano raggiungere il grande
nord. La scalata delle montagne si presentava la tappa più ardua del
viaggio. Sembrava però che Danubio fosse piuttosto ottimista. Addirittura
pareva più preoccupato di ciò che sarebbe avvenuto dopo, nella
regione di Kmo-krom, che egli giudicava più insidiosa e pericolosa.
Ad ogni modo, sosteneva che il loro viaggio sarebbe terminato nella valle
dello Swaz-riek, dove tra le nebbie si celavano i terribili spiriti azzurri
che mai nessun mortale aveva osato sfidare. Gilo era parso sorpreso nel sentirlo
affermare che da lì non sarebbero andati oltre, mentre egli sapeva
che se volevano raggiungere l’isola di Vann era proprio attraverso le nebbie
che dovevano passare. Rimase in silenzio per un po’, quindi azzardò
la domanda.
“Se sei sicuro di non poter raggiungere l’isola, perché ci stai accompagnando?
Avrai la ricompensa soltanto se la raggiungeremo” gli ricordò.
Danubio non sembrò preoccuparsene, anzi, sul suo volto apparve addirittura
un sorriso.
“Sono certo che la soluzione la troverete voi, del resto quello che cercavate
era solo una guida. Ma sono certo che conoscevate molto bene i rischi del
percorso, almeno qualcuno di voi, perciò non mi preoccupo, perché
probabilmente qualcuno ci ha gia pensato” disse con semplicità. Gilo,
con sospetto e dubbio, cominciò a domandarsi se in realtà il
mercenario non sapesse più di quanto voleva far credere, e si domandò
se non fosse a conoscenza dell’esistenza di un passeggero nascosto tra la
compagnia. Poi qualcosa attirò l’attenzione dei suoi sensi e improvvisamente
il cavallo condotto da Danubio si fermò. L’aria sembrò farsi
più fredda e un brivido avvolse il piccolo versanv. L’attenzione del
mercenario si fece intensa e sospettosa. Gli occhi dell’uomo scrutarono furtivi
i dintorni circostanti le pendici dell’Irsoid, e il suo olfatto parve annusare
l’aria. Poco più avanti anche Salonicco si era fermato, e pure i suoi
occhi sembravano preoccupati. Benché disponesse di sensi meno acuti,
anche al piccolo Gilo parve di percepire una o più presenze vicino
a loro. Danubio avanzò lento e si avvicinò a Salonicco.
“C’è qualcuno qua vicino” disse. Il chitarrista lo guardò e
annuì.
“So per certo che una scorta delle guardie armate di Quntò ci segue
da quando siamo partiti” rivelò allora e mentre Gilo si meravigliò,
Danubio si limitò ad annuire.
“Si, li ho gia scorti dietro di noi più volte, sebbene cerchino di
restare nascosti, ma quelli che ci scrutano adesso non sono loro, e sono vicini,
molto vicini” disse. Scozia stava all’erta, al fianco dei due cavalieri.
“Tubkor?” domandò sospettosa, ma senza timore. Gilo rabbrividì.
“No” dichiarò però deciso Danubio. “I tubkor non sanno nascondersi
così bene, anzi, non si sanno nascondere per niente, se ce ne fosse
qualcuno nei paraggi lo scorgeremmo a centinaia di metri di distanza. Si tratta
di qualcos’altro”.
“Che cosa può essere?” domandò Salonicco “non ho mai percepito
nulla di simile”.
“Io non lo saprei proprio dire” rispose Danubio “ma forse il passeggero clandestino
ne sa qualcosa” aggiunse poi senza mostrare alcuna emozione.
Salonicco lo fissò con la stessa sorpresa provata da Scozia, e anche
Gilo sussultò, così come Flida e Delo, ma la sua sorpresa fu
minore. Danubio si affrettò a dare spiegazioni, poiché vedeva
che lo sconcerto stava sopprimendo la concentrazione sul problema principale.
“So dell’animaletto che vi portate appresso, e se proprio dovete tenere segreto
qualcosa dovete stare più attenti. Sono certo che non si tratta di
una tartaruga qualunque, anche se non so di che genere di folletto si tratti.
Ad ogni modo potrebbe rendersi utile se sapesse qualcosa d’importante, quindi
è inutile tenerlo ancora segregato, da questo momento in poi il viaggio
si farà molto più problematico ed ogni risorsa può tornare
utile, anche la fiducia e la sincerità. Se costui può darci
qualche informazione o aiuto, questo è il momento giusto”.
Gilo strinse la bisaccia.
“E’ importante che nessuno sappia della sua esistenza” dichiarò.
“Questo lo avevo intuito. Ormai però io so di lui gia da qualche tempo,
e quindi non serve a nulla tenerlo ancora nascosto”. Gilo osservò istintivamente
Scozia.
“Puoi fidarti di lei quanto di me” disse allora Danubio, ma non aggiunse altro,
mentre lo sguardo del piccolo versanv si posava su Salonicco. L’uomo non parlò
ma fece cenno di consenso col capo, allora Gilo lasciò la presa sul
lembo che chiudeva la bisaccia e lentamente Fadenf tirò fuori la testa.
Solo Scozia guardò l’animaletto con sorpresa, ma ancora non era nulla
confronto a quando lo sentì parlare.
“Non posso dirvi nulla di queste presenze, se non che gia le percepivo ancora
prima di giungere a Quintò” rivelò. “Posso solo dedurre che
non sono ostili, sembra che il loro sia solo un interesse curioso”.
“Ma che cosa sono?” domandò Danubio.
“Non lo so, forse spiriti” disse la tartaruga.
L’affermazione di Fadenf fece sussultare i tre versanv che nella loro conoscenza
percepivano la parola “spirito” come un pericolo. Un sorriso rilassato invece
apparve sul volto del mercenario. “Allora non me ne preoccupo” disse, e subito
l’attenzione degli altri si volse su di lui.
“Sinceramente temo molto di più i vivi dei morti” spiegò il
possente uomo. Fadenf lo guardò con superficialità.
“Non è detto che uno spirito appartenga necessariamente ad un morto”
disse.
“Se è così allora può diventarlo” rispose Danubio con
pochi indugi.
Fadenf sorrise, per quello che è permesso di sorridere ad una tartaruga.
“Il coraggio può essere una virtù distruttiva nelle mani di
uno stolto” disse. Danubio lo osservò senza offesa “si hai ragione
tartaruga, ma io non ho mai sentito di nessun’aggressione da parte di uno
spirito, al di fuori di quelli che abitano le nebbie dello Swaz-riek, e sia
tu sia io sappiamo che quelli che chiamano spiriti azzurri non sono affatto,
spiriti” disse. Gilo e gli altri versanv sussultarono, era la prima volta
che si rivelava a loro la verità degli spiriti azzurri, ma non intervennero
nella conversazione divenuta interessante anche per Salonicco e Scozia.
“Hai perfettamente ragione uomo” ribatté Fadenf “ma il mondo di Titiam
nasconde molte insidie e misteri che ancora non sono stati svelati. Perfino
le creature più antiche, quelle che hanno avuto origine agli albori
del pianeta stesso potrebbero restare sorprese da arcani che loro stesse ignorano,
e in questo tempo, molte sono le creature che sembrano risvegliarsi”. Gli
occhi di Fadenf si assottigliarono minacciosamente. “Cominciate a rendervi
conto, tutti quanti, che una nuova era si sta aprendo in questi tempi, e cose
assai strane potrebbero apparire alla vostra vista, misteri che la nostra
cultura ancora ignora e che mai forse riuscirà a spiegare. Stai attento
dunque, uomo, a dare qualcosa per scontato, non provocare la quiete di chi
ci osserva se non ne conosci le intenzioni. Attorno a noi si muovono forze
misteriose, io di loro ignoro sia l’origine che le intenzioni, ma nulla posso
rivelare se esse stesse non si rivelano a noi, perciò, lasciamole fare
e auguriamoci che sia loro intenzione soltanto osservare”.
Danubio tacque meditabondo, e in silenzio ripresero a muoversi. Era però
evidente la tensione e la dubbiosa attenzione che ognuno poneva all’orizzonte.
Mai avevano valutato di trovarsi di fronte a qualcosa d’ancora sconosciuto
e soltanto adesso, dopo la predica di Fadenf, si rendevano conto che Titiam
nascondeva misteri forse infiniti, di cui sia loro che lo stesso Fadenf ignoravano
esistenza e origine, e ciò, significava solo nuove insidie e pericoli.
Nella foresta di Querli grida e corse frenetiche circondavano Verona. Dopo essere stata rapita dalla creatura, aveva visto gli alberi scorrere tutt’intorno mentre la terra sembrava muoversi velocemente come un tappeto volante. Tutto ciò che sentiva erano le grida dei selvaggi rapitori e l’odore dolciastro della foresta. Nella semioscurità che l’avvolgeva tutto ciò che riusciva a distinguere erano soltanto ombre. La corsa perdurò diverso tempo, ma a Verona era parso quasi di girare intorno, come se le strane creature stessero solo compiendo un rito. Ad un certo punto poi, il mondo si fermò, ma in tutto quel trambusto l’unica a sentirsi sfinita sembrava proprio lei. Il sole stava calando e finalmente lo poté intuire da sola. Il luogo dove la creatura si era fermata appariva come una radura tra gli alberi dove si apriva una breccia che lasciava intravedere il cielo rosso del tramonto. La creatura posò a terra la ballerina e finalmente Verona, alzando lo sguardo, poté contemplare il sequestratore. A spaventarla non fu la fisionomia dell’essere, ma piuttosto la possente mole. Davanti a lei si ergeva un’entità che si muoveva in posizione orizzontale. Alto circa due metri, con possenti gambe che parevano arti d’anfibio. Se non fosse stato per il fatto che nella parte superiore l’essere aveva una fisionomia umana, ella avrebbe sostenuto che le sue erano gambe da rana. Verona squadrò la creatura dal basso verso l’alto. Vide che i suoi piedi erano palmati e avevano solo tre dita, la pelle delle gambe sembrava appunto da rana, il suo corpo era nudo in tutto, se non per un rivestimento di foglie e rami intrecciati che, come un kilt scozzese in fibre naturali, lo ricoprivano dalla metà coscia fino alla vita, stretta e asciutta. Da qui, si ergeva un torace che sembrava una piramide capovolta e la pelle era talmente liscia e levigata da sembrare ceramica. Come le gambe rifletteva un colore verde, le braccia erano arti umani con bicipiti possenti e grandi. Aveva il collo largo, anch’esso muscoloso, ma sopra quel busto, dominava una testa dalla forma singolare. Pareva un triangolo rovesciato, il mento stretto dove non sembrava esserci bocca, si allargava all’altezza degli zigomi allungandosi ad arco per unirsi alla fronte che sembrava un elmo. Gli occhi erano grandi e scuri, posti all’estremità degli angoli frontali e parevano quasi occupare il posto delle orecchie. La calotta cranica si allungava all’indietro per terminare in una punta che la rendeva simile ad una lancia. Dalla parte inferiore scendevano capelli intrecciati tra loro fin sotto le spalle. Tutto questo miscuglio di