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chi sono

Fin da bambino ho subito il fascino della natura e della sua forza creativa imitando con le matite colorate le sue innumerevoli forme su fogli di carta di ogni genere. L’essere cresciuto in campagna mi ha dato modo di sviluppare un contatto prezioso con la natura, generando in me quel rispetto e quell’amore necessario a far sì da riconoscere in essa la presenza divina e il fascino della forza creativa. Tuttavia, se da un lato questo contatto è stato essenzialmente utile alla mia formazione spirituale, nel suo contrario è stato molto severo nella formazione materiale, al punto che per molti anni, dopo il passaggio dall’età dell’affascinante a quella della consuetudine, non ho più praticato l’arte del disegno.

Crescere in campagna nei decenni che vanno dal 70 al 90, significava comprendere che la vita non era tanto semplice, sebbene in questi decenni ci si avviava verso un periodo di sviluppo industriale ed economico, le famiglie contadine erano ancora famiglie numerose e quel prorompente benessere che avanzava andava comunque dipartito in quote, ciò significava che comunque, lo sviluppo che avanzava comportava anche costi maggiori e la necessità di farne fronte se si voleva accedere a determinate comodità. Corrotto dal fascino che la tecnologia stava inoltrando nella società, non era difficile per un adolescente di quel tempo restare ammaliato da tutto ciò che il nuovo tempo offriva, e spesso, in queste condizioni, è facile lasciarsi traviare. Fortunatamente la società contadina ha sempre saputo infondere dei valori, e tra questi c’era anche il valore del guadagno, inteso come ottenere ciò cui si aspira con il proprio lavoro onesto. La condizione morale del voler essere d’aiuto alla famiglia poi, associata forse ad una forma di pigrizia mentale dovuta alla corruzione subita dagli ambiti sociali, hanno fatto sì che alla conclusione delle scuole dell’obbligo, vale a dire la terza media, anziché decidere di proseguire con gli studi, mi avvicinassi al mondo del lavoro. A quei tempi non vi erano grandi difficoltà in questo settore, il lavoro era probabilmente la cosa più semplice da trovare. Tuttavia, l’improvviso sviluppo industriale e l’esempio di tre fratelli maggiori tutti inseriti nel settore meccanico, mi hanno allontanato ancor di più dalla campagna e dalla natura, finendo per farmi approdare al mondo delle macchine, della meccanica e dell’industria. Ma il lavoro sbagliato può essere distruttivo per una mente creativa, e sebbene non riuscissi a comprenderne il motivo, sentivo che l’ambiente industriale non era il mio. Subire una corruzione nell’animo però può essere devastante, e sono passati molti anni prima di rendermi conto che probabilmente le mie scelte erano state sbagliate e, come spesso accade, temendo di incorrere in un fallimento, l’animo tende ad opprimersi sempre più, e anziché reagire spesso regredisce. Così, per molti anni, temendo di aver sprecato la mia occasione, ho lasciato che il materialismo sociale opprimesse la mia creatività, giungendo ad un punto in cui io stesso non sapevo più chi fossi ne cosa facessi, accorgendomi che in definitiva andavo avanti per pura inerzia, secondo un canone che sembrava imposto da un meccanismo esterno che qualcun altro manovrava al posto mio. Era giunto il momento di reagire, o cedere definitivamente. Fortunatamente quel lontano animo di campagna aveva una grande forza, che al momento opportuno, ha saputo emergere. Sepolto sotto la neve dell’inverno, il seme attende la primavera per rinascere, questo è ciò che insegna la natura.
Approfondire passo a passo quanto possa aver influito tutto ciò sul percorso finora effettuato significherebbe dover scrivere un libro, tuttavia, guardandomi alle spalle, tutto ciò che per molto tempo ho considerato sbagliato, lo vedo ora come un qualcosa di positivo che mi ha aiutato a comprendere molte cose. Adesso, sentendo la mancanza di un’istruzione accademica, ho intrapreso un percorso di istruzione autodidatta che mi conduce, o mi costringe, a ricercare da solo la conoscenza verso tutte quelle cose che generano in me un’immensa curiosità. Forse, se avessi fatto degli studi universitari, oggi sarei un dottore in qualcosa, ma probabilmente osserverei le cose da un punto di vista troppo professionale e magari non sarei in grado di farmi un’idea propria. Lentamente ho compreso che il destino è scritto probabilmente con un inchiostro cancellabile e che, a seconda di come lo si affronta, può essere riveduto. La mia condizione non è molto cambiata oggi, il mio lavoro è ancora all’interno di un'industria, in una catena di produzione che professionalmente non mi dà grandi gratifiche, ma anche questo ha contribuito alla mia formazione mentale. Da qualche anno ho ripreso a dar sfogo alla mia creatività scrivendo racconti e dipingendo quadri, forse il mio stile non è un gran che, forse non ho doti accademiche, ma in quello che creo emerge la mia personalità, la mia creatività, la mia voglia ritrovata di vivere fino in fondo l’occasione che mi è stata data di esistere, e con essa, la voglia di comprendere il motivo della mia esistenza.
Ferdinando, 2006

Qualche tempo fa, qualcuno mi domandò se non avessi mai pensato di fare lo scultore, istintivamente risposi “io sono uno scultore”. La mente mi ha abituato a non dubitare del mio istinto in fatto creativo, e sebbene io non abbia mai scolpito nulla, né senta l’esigenza di trasformarmi in scultore, nel senso pratico della parola, sentii che avrei dovuto riflettere sul perché l’istinto mi aveva fatto affermare d’essere “scultore”. Mi accorsi che non avrei dovuto sforzarmi poi tanto per capire ciò che intendevo, giacché quando si parla di scultori la prima figura cui si pensa è quella dell’immenso Michelangelo.

Il grande Michelangelo affermava che l’arte consiste nel togliere, ma chi, come me, basa la sua forma d’espressione principalmente sulla pittura dovrebbe non trovarsi d’accordo con tale affermazione, in quanto la pittura consiste nell’aggiungere colore su uno spazio vuoto. Ma l’affermazione di Michelangelo andava ben oltre la semplice apparenza uditiva. Egli affermava, infatti, che la figura esisteva già nel blocco di marmo che si accingeva a scolpire, e che allo scultore non restava altro che comprenderla e farla emergere, evidentemente la sua affermazione non si limitava al blocco di marmo su cui lavorava, andando di là delle apparenze materiali, fino a raggiungere lo scultore stesso e chiunque avesse la capacità di comprendere che tutti viviamo in un blocco di marmo.
Togliere significa liberare. Liberare la nostra forma dall’involucro marmoreo che la opprime, dove il marmo corrisponde al corpo e la forma all’anima che vi sta imprigionata. Togliere significa quindi proiettare il pensiero nel vuoto e dare forma con l’immagine al corpo di grazia, al divino che sta dentro noi. Togliere significa raccontare se stessi attraverso l’arte, sgretolare la materia ingannatrice e svelare l’invisibile chiarificante.
In questo senso io sono scultore, la cui materia da scolpire consiste in me stesso.
Ferdinando 2006

 

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Fotografie
Ignoranza
virtù

     

sulla Virtù

Con il termine virtù si intende la disposizione costante della volontà alla legge morale; l’abitudine di fare il bene.
Cita François De La Rochefoucauld: “Il più delle volte, le nostre virtù sono soltanto dei vizi mascherati” e aggiunge: “Ciò che noi scambiamo per virtù non è altro che un insieme di azioni e di interessi diversi che la fortuna oppure la nostra abilità sanno conciliare; non è sempre per valore e per castità che gli uomini sono valorosi e le donne caste”.
Che cos’è dunque la virtù? Difficile a dirsi, oltretutto perché per indagare la virtù bisognerebbe comprendere che cosa sia la moralità, definita come: “L’essere conforme alla norma del giusto e dell’onesto”. Tuttavia, la virtù resta una qualità umana, e come ben si sa, le qualità umane sono molteplici. L’essere umano scinde per natura ogni realtà e verità, in quanto per conoscere una determinata cosa deve necessariamente conoscerne il suo contrario. Se per conoscere, quindi, la virtù, l’essere umano deve necessariamente conoscere la disonestà, l’ immoralità, la corruzione, la malvagità e così via, deve inevitabilmente sperimentare ogni sua condizione e, in relazione a tali sperimentazioni, quanto si può considerare virtuoso un uomo? Senza considerare poi che, come per ogni cosa inevitabile nella natura umana, anche la virtù è soggettiva. Il bene rappresenta il centro della virtù, ma come è possibile valutare che cosa sia bene? Se un ladro compie una rapina con buon esito, per il ladro ciò sarà bene e per il rapinato sarà male. Se poi il ladro verrà catturato e la refurtiva recuperata, per il ladro sarà male e per la vittima sarà bene. Quindi, a prescindere dai giudizi personali, e valutando la soggettività, che cosa si intende per bene e che cosa si intende per male?
Lo stesso vale per la virtù, sebbene vi sia una citazione di Socrate che potrebbe risolvere la questione. Egli diceva: “La giustificazione, uccide la virtù”. Pertanto, ciò significa che il virtuosismo siamo noi stessi a crearlo. Se consideriamo le nostre azione virtuose e buone, non avremmo alcun bisogno di giustificarle, al contrario, le nostre azioni saranno per noi stessi, principalmente, bisognose di un approvazione che ci renderà chiaro il nostro stesso dubbio sulla loro virtuosità.
febbraio 2009

Fotografie
Perché scattiamo fotografie?
Perché sentiamo il bisogno di congelare gli attimi del tempo, come se potessimo, o se credessimo veramente di poterlo imprigionare e fermare?
Quale grande timore abbiamo di perdere i nostri ricordi, al punto da doverli incorniciare come un souvenir da posizionare in una vetrina… ma poi, perché siamo così ossessionati da questi attimi, da ridurli quasi alla disperazione di una paura che qualcosa, o qualcuno ce li possa sottrarre…
Ma poi, osserviamo, perché fotografie di soli momenti allegri…
Se guardiamo bene, escludendo le fotografie di reportage, usate come documenti storici e scattate da reporter che di questo lavoro campano, o immagini di cerimonie funebri di persone importanti, scattate queste più per un beneficio economico che per un puro sentimento di rispetto, nelle nostre case, quanti scatti relativi a momenti tristi troviamo? Nessuno.
Perché i momenti tristi non hanno bisogno di essere fermati, riprodotti, fotografati… essi si imprimono da soli nella nostra memoria, restano lì, più forti e limpidi di quell’istantanea che invece col tempo può sbiadire, rovinarsi, andare perduto… i momenti tristi, non temono di sbiadirsi, o di essere perduti, e per questo non richiedono istantanee, ne fotografie… a dire il vero, essi non fanno nemmeno nulla per essere ricordati, eppure, restano…
I momenti felici invece, quelli sì che necessitano di essere immortalati, perché la nostra memoria tende a dimenticarli, e allora, la loro presenza, come amuleti appesi ai muri, pare divenire come la presenza di un esorcista, una sorta di carnevale che maschera ciò che è impresso nella memoria, scacciando i tormenti per quel breve istante in cui i nostri sguardi incrociano l’immagine sul muro…

Ma dopo un po’, anche quell’immagine diviene superflua e quasi sembra non esserci più…

L'ignoranza

 

 

 

In che modo si può definire l’ignoranza?
Mi capita sovente, soprattutto durante qualche manifestazione culturale, o in particolar modo nelle occasioni di qualche mia esposizione, in cui molte presone mi avvicinano per esprimere opinioni o giudizi, di sentire persone che si considerano “ignoranti” aggiungendo poi, spesso, “in materia”.
Ma cosa significa essere “ignoranti in materia?”
Spesso le persone evitano certi eventi perché considerano la loro cultura non all’altezza. Pensano che per partecipare, anche solo come spettatori, a determinati eventi, sia necessaria una conoscenza che considerano non alla loro portata. Questo è molto triste, perché proprio queste persone che si ritengono ignoranti hanno un grande vantaggio: quello di poter ammirare, considerare, giudicare e, apprezzare o no, senza alcun condizionamento.

Ebbene, occupiamoci ora dell’ignoranza per comprendere che cosa significhi essere ignoranti. Io credo che
l’ignoranza sia la condizione più vantaggiosa e utile alle persone, e saper riconoscere di essere ignoranti è senz’altro una nobile virtù. L’ignorante, infatti, vive in una condizione di non noia, per lui vi è sempre qualcosa da imparare, da ricercare, da scoprire, e finché vi è questa condizione di continuo apprendimento, vi è sempre una motivazione che toglie alla vita la sua monotonia. Ecco quindi che in questo caso, l’ignoranza è un bene.
Vi è poi un secondo tipo di ignoranza: quella dei sapienti. Questi sapienti, che credono di conoscere tutto o comunque si sentono “esperti in materia”, si appropriano dell’arroganza di poter giudicare, criticare, disprezzare senza preoccuparsi di approfondire ciò che stanno giudicando, criticando o disprezzando. Poiché costoro ritengono di non aver nulla da imparare, la loro noia consiste nella necessità di dover continuamente dimostrare la propria superiorità, e conseguentemente la loro esistenza si riduce in una sorta di competizione nella quale, per dimostrare di essere i migliori, devono necessariamente far credere agli altri di essere incolti, inferiori, ignoranti.
A conti fatti, l’ignoranza è comunque un bene. Nel primo caso, perché stimola la ricerca e la comprensione, nel secondo, perché da un certo tipo di ignoranza è meglio non risvegliarsi.