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Alessandro e lo Sannyasin

 
una storia
 
 
 
Alessandro e lo Sannyasin
Si narra che quando Alessandro conquistò l'India, sulla via del ritorno volle portare con sé un sannyasin, un ricercatore del Vero. Glielo aveva chiesto Aristotele, il suo precettore, che ne aveva sentito parlare come di persone qualitativamente diverse; e sembrava che fossero loro a tenere l'intero Oriente a un livello esistenziale completamente diverso, o almeno così si diceva.
Alessandro era così impegnato a combattere che se ne dimenticò e se ne ricordò solo sulla via del ritorno; era ormai giunto al confine dell'India, ma qualcuno, in quell'ultimo villaggio, gli disse che un sannyasin viveva proprio nei pressi dell'accampamento, vicino al fiume.
Alessandro mandò i suoi soldati a catturarlo, ma quell’uomo non si fece minimamente spaventare dalle armi, rise e disse: «Andate a dire al vostro padrone che nessuno può portarmi da nessuna parte: un sannyasin si
muovecome una nuvola, nella più assoluta libertà. Potete anche tagliarmi la testa, ma io non vi seguirò!».
 
Qualcosa nella sua presenza lo rendeva unico, sprigionava qualcosa di luminoso, e quegli uomini d'armi indietreggiarono, tornarono da Alessandro e gli dissero che, se voleva quell'uomo, doveva andare lui a prenderlo: c'era qualcosa di ignoto, di indicibile nella sua presenza... Alessandro, che non era abituato a subire sconfitte, si presentò a spada tratta e, con orgoglio, disse con voce altisonante: «Io sono Alessandro il Grande, il conquistatore del mondo intero».
A quelle parole il sannyasin rise e disse: «Non essere sciocco e rimetti quella spada nel fodero, qui è inutile. La tua lama non può colpire me, ma solo il mio corpo, e io me lo sono lasciato alle spalle da tempo. Puoi tagliarmi la testa, ma quando cadrà, anch'io la vedrò rotolare sulla sabbia, perché io non sono questo corpo: io sono il testimone. Non essere infantile, rinfodera la tua arma! E ricorda, questo tuo definirti "il Grande" è solo il segno della tua inferiorità: nella vita non esistono differenze simili... piuttosto, rispondi a questa domanda: hai conquistato te stesso?».
Alessandro non aveva mai pensato a una cosa del genere, era un pensiero del tutto alieno alla sua cultura, del tutto estraneo a lui; non gli era mai neppure passata per la mente l'idea che si dovesse conquistare se stessi!
Di fronte a quel silenzio, il sannyasin disse: «Hai del coraggio! Senza aver conquistato te stesso, hai iniziato a conquistare il mondo intero; vergognati! Come prima cosa, conquista te stesso: questa è l'unica vera vittoria». E le parole di quell'uomo erano accompagnate da tale compostezza e solennità da renderle indubitabili, inequivocabili.
Alessandro poté solo voltare le spalle e tornare sui suoi passi: quel semplice uomo, nudo, armato solo del suo essere lo aveva sconfitto! Per la prima volta seguì gli ordini di qualcun altro: la semplice presenza di quell'uomo gli fece dimenticare il suo ruolo. (tratta dal libro "Osho - i maestri raccontano" oscar mondadori)

A questo racconto è stata associata la figura del "Carro" degli arcani maggiori dei tarocchi di Wirth. Questo perchè le interpretazioni e le simbologie contenute negli arcani sono moltissime. Il "Carro" rappresenta, tra le altre cose, un conquistatore, e Alessandro può essere definito uno dei più grandi, a livello storico, conquistatori della storia umana. Tuttavia, le conquiste di Alessandro erano conquiste limitate poiché, come fa notare lo Sannyasin egli conquista e domina solo la parte esteriore senza valutare il suo essere interiore. Tradotto simbolicamente si può dire che Alessandro sia stato uno dei più grandi sconfitti della storia. La sua potenza bellica manifestata esteriormente nelle sue imprese, rivela una grande potenzialità, ma egli ignora che tutto ciò che si manifesta all'esterno è la rivelazione di una controparte interiore.
Conquistare e dominare se stessi è di gran lunga più difficile che conquistare e dominare gli altri e la necessità che Alessandro sente nel bisogno continuo di conquiste null'altro è se non la difficoltà nel comprendere il suo ruolo. Egli deve conquistare un regno ben più prezioso e più elevato dove non vi è necessità alcuna di dominare: questo regno è la pace dei sensi, dove non esiste la prigionia delle utopie. Egli possiede una grande forza, ma non comprende la via verso cui indirizzarla. Per giungere all'illuminazione rappresentata dallo Sannyasin egli deve dominare se stesso. Il "Carro" infatti presenta un condottiero in trionfo che tiene le redini per guidare il carro nella giusta direzione. Il condottiero deve saper guidare bene il "Carro", altrimenti gli animali che lo trainano, che rappresentano gli istinti, possono far sbandare il "Carro" o addirittura farlo rovesciare. Conquistare se stessi significa anche saper dominare gli istinti in modo tale che questi diventino doti al servizio del conquistatore. Se ciò non avviene, il conquistatore è dominato da essi e le sue conquiste sono in realtà vittorie degli istinti che divengono la causa che domina il conquistatore.